paradisi(ASI) Come nella “Pinacoteca” di Callimaco alcune personalità sono illustrate in una galleria di descrizioni, allo stesso modo Paradisi realizza uno spaccato della giovinezza così come viene vista dai letterati, dai filosofi e persino nel mondo del cinema - si può vedere dalla prefazione di Stenio Solinas.

Questo libro redatto dalla Bietti Edizioni è diviso in tre grandi capitoli e ognuno presenta delle sottosezioni: ciò che le accomuna è la presenza di alcune citazioni del passato volte ad introdurre al meglio l’argomento. La più importante, senza dubbio, è quella che dà il titolo all’intero libro, e
cioè “Nella profondità dell’inverno ho imparato, alla fine, che dentro di me c’è un’estate invincibile” di Albert Camus, della quale viene svelato il significato più autentico solo nelle pagine finali.
Tanto per cominciare, la giovinezza è legata al kairòs, il tempo della rivelazione secondo i Greci (e non al Cronos, il tempo propriamente detto); ovviamente non si deve considerare solo il vitalismo fisico propriamente detto ma bisogna interpretare la giovinezza come un’attitudine dello spirito.
Il tempo presente, tuttavia, è caratterizzato da un giovanilismo d’accatto: viene riproposta la vicenda di Faust, nel senso che l’essere umano “vende” dignità, intelligenza e vita in cambio di qualche “addiction”.
Il personaggio di Marlowe e Goethe era caratterizzato dallo Streben, la volontà di superare i limiti, esattamente come quando si è giovani.
A tal proposito Paradisi cita un giovane della Letteratura, ossia Carlo Michaelstaedter, il quale fece culminare la propria tensione verso l’assoluto nel suicidio.
Non possono non mancare i rimandi a periodi storici profondamente segnati dall’impegno politico dei giovani: ecco allora che la sottosezione 1.18 si chiama “Compagni di Scuola”, come la canzone di Venditti, ed è dominata dei ricordi dell’Autore inerenti agli anni Settanta (segnati dal
terrorismo a sfondo politico) e dagli anni Ottanta (dalla liberazione dal medesimo e dalla rivoluzione in senso qualitativo anche se sono sembrati un tempo storicamente immobile). E’ importante la conclusione: è trasversale l’idea dei giovani di allora di aver vissuto una pagina di
Storia quando erano solo micropedine degli interessi di Washington e di Mosca.

Inoltre sembra proprio aver dimostrato la veridicità del proverbio “si nasce da incendiari e si muore da pompieri”
nella spietata critica al Sessantotto (di cui si celebrano ora i 50 anni) del quale non è rimasto più ulla se non l’atteggiamento di facciata, perché a contare davvero sono solo soldi, sesso e potere.
Ora le nuove generazioni hanno capito che la partita non è più solo sociale o politica -nel senso he non c’è più nessun potere da conquistare- piuttosto ci sono domande nuove per generazioni nuove, ad esempio cosa resta dello Stato Nazionale fra globalizzazione e localismo.
Tramite il riferimento a Prezzolini, l’autore introduce il riferimento agli apoti, ossia coloro che non se la bevono: sono differenti dai qualunquisti, casomai sono quelli che vogliono stare controcorrente.
Il mosaico di citazioni sapientemente realizzato prosegue con esempi di letterati che hanno affrontato il tema della giovinezza con cognizione di causa ma anche mentre la vivevano, vale a dire Stendhal con “Il rosso e il nero” e “La certosa di Parma” e Flaubert con “L’educazione
sentimentale”.
Sia il primo che il secondo descrivono un tipo umano estraneo all’epoca in cui vive; si assiste allo sdoppiamento dell’io che continuerà a recitare la sua parte in un mondo a cui non appartiene, avendo però fissato la propria patria solo in se stesso. Altro rimando cinematografico, stavolta a
“Matrix” e “The Truman Show”, in cui a liberare i protagonisti c’è una figura femminile come nelle antiche leggende sapienziali, incarnazione della Sophia (ma anche nel “Domenicano Bianco” c’era il personaggio di Ofelia, realizzatrice dell’opera alchemica ossia il Rebis). Essa è la bellezza e la
sapienza platonica che fa da mediatrice e unisce al mondo delle idee; per Dante era Beatrice, per Holderlin Diotima e per Goethe l’anima umana era definita persino “il femminile eterno”.
Nel mondo d’oggi la crisi ha colpito soprattutto le ultime generazioni che sono state pure insultate dai politici; insomma è un sistema organizzato contro i giovani i quali sono la testa di un corpo che sta attraversando a livello planetario la linea del nichilismo. Su questa riflessione si innestano i
pensieri di Junger relativi alla figura che incarna l’atteggiamento giusto da adottare, vale a dire l’inarca (immortalato dall’omonima canzone degli Ianva), che è nel mondo senza essere del mondo, che fa crescere il bosco sulla nave come fece Dioniso, e che quindi si può definire
Eremita Militante. E’ pertanto diverso dall’anarchico di Stirner in quando può svolgere qualsiasi professione.
Il secondo capitolo (“Si vive solo due volte”) si apre con la riflessione secondo cui sono stati i Romantici a fare della gioventù un vero e proprio mito dandole un nuovo paradigma (anche se lo era già nei vari Paganesimi europei e soprattutto nei poemi omerici, nei quali era associata
all’eroismo e alla morte eroica in battaglia).
Quest’età della vita porta con sé una carica pericolosa e potenzialmente eversiva, cosa che fu sfruttata dai totalitarismi: essi, nel Novecento, hanno saputo suscitare nella gioventù forze e miti da sempre attivi come la bellezza, la capacità di sacrificio, l’appello a mettersi al servizio di
un’idea. Con la morte dei regimi di certo questo fenomeno non è scomparso ma ha mutato forma; i giovani sono diventati il target dell’America way of life in quanto jeans, rock e divi del cinema
sono i simboli dell’inizio della rottura con la generazione dei padri. Adesso, invece, si vive nella tecnosfera e i più soggetti a essa sono appunto i giovani.
Paradisi poi cita Hillman (psicologo di formazione junghiana) asserendo che il “demone” (nell’accezione greca del termine) toccato in sorte è personificazione del destino individuale che ognuno ha scelto da sé ma dimentica una volta tornato nella dimensione
temporale.
Ma la giovinezza (biologica) è destinata prima o poi a finire e gli Dei se la riprenderanno: il momento del passaggio alla maturità è rappresentato dalla metafora della traversata in mare che apre il terzo capitolo (“Il grande Mercoledì”). La morte, poi, è l’unico degno avversario (come nella
storica partita a scacchi nel film “Il settimo sigillo” lo era davvero per il cavaliere Antonius Block), per cui chi vive autenticamente seguita a partecipare alla vita quotidiana affrontandola però col distacco necessario. La società di ora sembra evitare addirittura di parlarne, ma d’altra parte è il
minimo per un mondo in cui non esistono più i riti di passaggio all’età adulta e la società è caratterizzata da eterni adolescenti.
Nelle sottosezioni finali Paradisi tira le fila completando la carrellata di citazioni con il Barone Julius Evola, il quale aveva già distinto fra giovinezza biologica e spirituale.
Portare nel cuore della maturità il fuoco della giovinezza significa tenere assieme la forza di entrambe: in tal modo si risolve il paradosso “senex-puer” ( “giovane” - “vecchio”). La giovinezza, dunque, è memoria, per la precisione memoria di quello che si è stati. L’autore fa riferimento
anche alla Linguistica in quanto, secondo Heidegger, “bauen” (“abitare”) è da mettere in relazioni con “Ich bin” (“io sono”).
La giovinezza non è solamente memoria, però; è anche la patria dove l’Enrico di Novalis vuole tornare.
“Dove stiamo dunque andando?” “Sempre verso casa”.

G. R.

estate

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