(ASI) Roma - C'era una volta in Italia circa quarant'anni fa un gioco da tavola di società che si chiamava “Corteo”, ed era forse il gioco più veritiero che sia mai stato concepito. Riproduceva uno scenario che i giocatori potevano essere due, o meglio ancora, due squadre che simulavano la sfida che si viveva praticamente tutti i giorni nelle strade delle maggiori città italiane negli anni Settanta e che ha animato all'epoca l'immaginario collettivo di molti giovani italiani di destra e di sinistra.

Nel gioco “Corteo”, all'interno di un centro metropolitano non ben identificato, il giocatore “manifestante” andava alla conquista dei suoi obiettivi politici, mentre lo sfidante, il giocatore “potere”, faceva di tutto con le sue forze dell'ordine per impedirglielo. Nel gioco potevano essserci anche più giocatori “manifestante”.

Il giocatore “potere” per vincere più facilmente e riuscire ad arrestare od eliminare il più alto numero possibile di pedine ai “manifestanti”, poteva anche mettere un “manifestante” contro l'altro, in questa maniera gli avversari si sarebbero scontrati fra di loro e il “potere”, avrebbe avuto vita più facile.

Lo scontro era violento, il giocatore “corteo” costruiva barricate e lanciava sanpietrini o molotov, mentre il giocatore “potere”, rispondeva con l'uso dei blindati, cariche selvagge e lancio di lacrimogeni. Alla fine, vinceva il corteo se riusciva a raggiungere il maggior numero di obiettivi con minor numero di dimostranti arrestati, oppure vinceva il potere se riusciva a limitare i danni ed arrestare il maggior numero possibile di manifestanti.

Tra le pedine eliminate, c'erano anche morti e feriti ma di loro non c'era traccia, alla fine erano morti per gioco, anche se a quei tempi di politica e nei cortei si moriva davvero.

In quegli anni quanti sono stati tanti, forse troppi, i giovani Rossi e Neri che hanno trasformato la passione politica in odio con l'avversario e in violenza.

Quello che intendiamo fare, è un vero e proprio viaggio, doloroso, ma necessario, nella memoria, per capire e ricordare “la strada” della violenza percorsa da quei ragazzi degli anni Settanta, un vicolo cieco, con esito devastante per tutti, qualunque siano state le ragioni di partenza, e l'altra un viaggio per ricordare quei ragazzi morti troppo giovani dall'una e dall'altra parte, vittime di un'epoca impazzita che ha trasformato in tragedia le speranze e in morte i sogni di una intera generazione, ricordando a noi tutti quali conseguenze ha portato la spirale di quella violenza inaudita e spesso gratuita e ingiustificata.

A tal proposito, il 16 aprile 2018, ricorre il 45esimo anniversario del tragico Rogo di Primavalle, causato dall' attentato dimostrativo, finito poi in tragedia, compiuto da alcuni aderenti al movimento extraparlamentare di estrema sinistra “Potere Operaio”, nel quartiere popolare di Primavalle a Roma, il 16 aprile 1973.

Fra le fiamme, persero la vita Virgilio e Stefano Mattei, fratelli di 22 e 8 anni, figli di Mario Mattei, segretario della sezione di quartiere del Movimento Sociale Italiano (MSI), partito di destra sociale.

Era notte fonda, e a casa Mattei, dormivano tutti, quando ad un certo punto le fiamme investirono i locali dell'appartamento. Mario Mattei, non riuscì a raggiungere i suoi figli e si mise in salvo lanciandosi dal balcone, seguito dalle due figlie Silvia di 19 anni e Lucia di 15. I tre si salvarono non senza riportare dei danni con giorni di prognosi all'ospedale. La moglie, Anna Maria Marconi, riuscì ad uscire dall'appartamento e a guadagnare le scale insieme a due dei figli più piccoli, Antonella di 9 anni e Giampaolo di 4 anni. Solo Virgilio e l'altro picoclo di casa Mattei, Stefano, rimasero intrappolati senza scampo.

Gli attentatori, lasciarono sul selciato un mesaggio di rivendicazione “Brigata Tanas – guerra di classe – Morte ai Fascisti- la sede dell'MSI – Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria”.

L'episodio fu condananto quasi all'unanimità dal mondo politico italiano. Dopo un indagine interna a “Potere Opoeraio”, di cui parla anche l'allora appartenente al movimento politico, Valerio Morucci (poi passato alle Brigate Rosse) nel suo libro “Ritratto di un terrorista da giovane” (Piemme 1999), furono accusati del gesto tre giovani esponenti dell'organizzazione che per il fatto vennero condannati a 18 anni di reclusione (con pena poi prescritta), per incendio doloso e duplice omicidio colposo, oltre che per uso di esplosivo e materiale incendiario.

Il primo grado di giudizio si concluse con l'assoluzione per insufficienza di prove per gli imputati, sotto la pressione mediatica di certa stampa di sinistra (che si batteva per la loro innocenza, sulla tragica fatalità, o, addirittura, sulla pista interna alla stessa estrema destra) e delle manifestazioni violente, davanti ai tribunali, dei militanti di estrema sinistra, con le contromanifestazioni dei militanti del Fronte della Gioventù e del Fuan (gruppi giovanili dell'Msi) che portarono il 28 febbraio 1975 all'uccisione dello studente greco Mikis Mantakas, iscritto al Fuan.

Il processo avvenne con due dei tre imputati latitanti, in virtù anche dell'aiuto prestato dall'Organizzazione “Soccorso Rosso Militante”. L'assoluzione per insufficienza di prove, portò alla scarcerazione dell'unico imputato presente in giudizio che aveva scontato due anni di carcerazione preventiva e alla sua successiva fuga in Brasile, dove poté restare al sicuro, nonostante la richiesta di estradizione italiana nel 1993, perché per la legge brasiliana, ormai il reato era prescritto.

Gli altri due imputati, aiutati da un dirigente di “Potere Operaio” nella fuga, si erano rifugiati uno in Nicaragua, mentre il terzo risulta ancora oggi inrintracciabile.

In secondo grado, invece, i tre imputati furono condananti a 18 anni di carcere per incendio doloso, duplice omicidio colposo e uso di materiale esplosivo ed incendiario. Ma erano tutti all'estero e nessuno scontò materialmente la pena.

Gli imputati, dunque, evitarono il reato di strage, così sopraggiunse la prescrizione che, nel 2005, non suscitò lo sdegno solo dei famigliari e dell'ambiente della destra sociale, ma anche aspre crtiche fra esponenti della sinistra più moderata, tra cui Walter Weltroni, all'epoca Sindaco di Roma che dichiarò agli organi d'informazione “Quello dei fratelli Mattei fu uno dei delitti più efferati della storia del terrorismo italiano. Bruciare due ragazzi in quel modo è qualcosa che non può cadere in prescrizione. I responsabili non possono tornare nella nostra città senza scontare una pena”.

Con l'estinzione della pena per intervenuta prescrizione, nel 2005, ci furono una serie di dichiarazioni, rilasciate in interviste che hanno portato a una riapertura dei fascicoli giudiziari.

Dall'estero, il 10 febbraio di quell'anno, uno degli imputati (tornato poi in Italia nel 2011), rilasciò dal Sud America delle dichiarazioni, coinvolgendo nel Rogo di Primavalle altre tre persone. Due giorni dopo, un dirigente di Potere Operaio ammise in Tv di aver aiutato due imputati a fuggire. Il 17 febbraio 2005, uno dei condannati per il Rogo, dal Nicaragua, ammise la sua presenza nell'azione che portò alla morte dei fratelli Mattei. I vertici di Potere Operaio, però dichiararono che, benché furono informati di quello che era avvenuto,non c'era alcun mandante nell'azione che si trattatava di una initiziativa autonoma.

Assunte le nuove informazioni, la Procura di Roma, tentò di riaprire il caso con l'accusa di strage con nuovi imputati. Ma, ogni tentativo di fare chiarezza definitiva sulla vicenda è venuto meno, fino ad oggi, fra gli imputati che si discolpano e chi gli accusa di aver commesso un omicidio di due giovani innocenti.

Il Rogo di Primavalle, può essere considerato uno degli atti più tragici degli anni '70 del Novecento, i cosidddetti “Anni di Piombo”(più esattamente l'arco temporale che va dalla Strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, alla Strage di Bologna del 2 agosto 1980), in cui, ci fu sicuramente uno scontro sociale per la presa del potere fra le diverse anime e forze politiche del Paese e gli apparati dello Stato, a partire da chi voleva semplicemente il riconoscimento di più diritti, un maggiore e più facile accesso alla istruzione e alla sanità, o un miglioramento delle condizioni lavorative, fino ad arrivare a coloro che parlavano, soprattutto fra le fila Comuniste, di vera e propria “Resistenza” tradita dopo il 1948 e che volevano, dunque, una svolta rivoluzionaria in Italia, senza passare per le vie democratiche.

Si trattava di una vera e propria guerra civile che come tale aveva le sue vittime innocenti,anche se non era generalizzata a tutta la società italiana e che dunque, per certi versi può essere considerata “asimmetrica” o “non convenzionale”.

Lo scontro, senza esclusione di colpi, era principalmente fra il Partito apparato di governo della Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI) che controllava la gran parte degli organi d'informazione, della cultura, dell'istruzione, delle masse operaie e la maggior parte dei gruppi studenteschi nel Paese.

Terzo incomodo, era rappresentato dall'MSI, fra le cui fila c'erano anche esponenti della destra fascista di Salò e neo fascista che viveva politicamente ghettizzato in un “angolo”, i cui militanti erano spesso spinti a scontrarsi con i Comunisti per la cosiddetta logica degli “opposti contrapposti” della “Strategia della Tensione”, funzionale al mantenimento del potere da parte di chi governava.

La “Strategia della Tensione”, diffondeva nella popolazione uno stato di inquietudine e di paura, a causa di una serie di attentati e atti di violenza terroristica, spingendola a dare la fiducia a chi già deteneva il potere e che soddisfava il bisogno di stabilità e di sicurezza, impedendo possibili alternanze al potere fra i due maggiori Partiti di massa, ossia la Dc e il PCI. La “Strategia” può essere applicata anche commettendo attentati dinamitardi, attribuendone la paternità ad altri.

Sull'uso della “Strategia della Tensione” per la cosiddetta “ragion di Stato”, scrive anche l'On. Aldo Moro nel suo “Memoriale” durante la prigionia presso le Brigate Rosse:

“La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l'Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del '68 ed il cosiddetto Autunno Caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi di informazioni....Fautori ne erano in generale coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente, e cioé ad ogni buona occasione che si presenti, dalla parte di chi respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all'antico. Tra essi erano anche elettori e simpatizzanti della DC.... non soli, ma certo con altri, lamentavano l'insostenibilità economica dell'autunno caldo, la necessità di arretrare nella via delle riforme e magari di dare un giro di vite anche sul terreno politico”.

Da un equilibrio politico fra le forze conservatrici e quelle progressiste, sarebbe potuta nascere una democrazia veramente compiuta. Proprio questo era il fine della politica di Moro (fra gli anni '50 e i '70 del Novecento, finché lo statista non venne rapito e ucciso nel 1978), per rendere più forte le fondamenta della Repubblica Italiana, ma ciò non è stato possibile in quel cruciale periodo storico, i cui problemi irrisolti, sono alla base della crisi attuale dello Stato Italiano.

Cristiano Vignali – Agenzia Stampa Italia

 

 

Foto da Wikipedia

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