fiorini(ASI) Perugia – Nella sera di sabato 18 marzo a Perugia presso l’Etruscan Chocohotel, si è svolta la conferenza “La Civiltà Europea contro il Mondialismo” organizzata dalla sezione umbra della rivista culturale “Ordine Futuro”.

Nella sala della conferenza, che ha visto l’affluenza di un gran numero di curiosi ed interessati, il pubblico presente ha assistito all’intervento del Dottor Fabrizio Fiorini, Direttore della rivista “L’Uomo Libero” e ospite della serata, che presentando i numeri 81 e 82 della rivista da lui diretta, ha elaborato un discorso denso di argomentazioni sulla natura della Civiltà Europea e della sua lotta contro l’ideologia mondialista. A moderare il tutto vi era Irma Trombetta responsabile di Ordine Futuro Umbria. L’Uomo Libero è una rivista dalla forte connotazione “Nazionalpopolare” che nella sua lunga attività, iniziata nel 1979, non ha mai disdegnato la possibilità di trattare temi scomodi al cosi dettò “politicamente corretto” e che anzi definendosi schiettamente come “controcorrente”, si è sempre portata in prima fila tra quelle che sono le battaglie più ostiche della politica e della cultura. Come ad esempio la Sovranità monetaria, la lotta al Capitalismo e ai vecchi e nuovi imperialismi politici ed economici. Direttore editoriale de L’Uomo Libero e uno dei principali fondatori è Mario Consoli. Fabrizio Fiorini è Direttore responsabile dal dicembre 2013, ovvero dal numero 76 della rivista. Alla fine della conferenza il Direttore Fabrizio Fiorini, ha rilasciato gentilmente un’intervista ad Agenzia Stampa Italia.

Direttore Fiorini, come potrebbe descrivere il lavoro svolto da L’Uomo Libero dalla sua fondazione sino ad oggi?

Fabrizio Fiorini: «Il lavoro che viene svolto da L’Uomo Libero ha oramai circa quarant’anni di vita. Un lavoro che è stato contrassegnato come la stessa intestazione della rivista riporta, appunto L’Uomo Libero, alla più completa spregiudicatezza e alla più completa libertà di pensiero fuori dagli schemi del “politicamente corretto”. Questa connotazione politica e culturale, nacque nel 1979, anno di nascita della rivista, all’insegna del voler recuperare le idee in un momento storico in cui proprio nell’Europa, e in Italia in particolare, il mondo delle idee veniva abbandonato. Parliamo degli anni in cui nasceva l’edonismo – gli anni 80 –, la deideologizzazione, quella che alle volte a sinistra veniva chiamata “l’età del riflusso”, quindi del rifiuto di tutto quello che era politica cultura e informazione libera. I miei predecessori nella conduzione della rivista, avevano intuito che invece quello schema della libertà di pensiero e delle ideologie non doveva essere abbandonato, ma semplicemente doveva essere adeguato a nuovi schemi politici che poi avrebbero caratterizzato la fine del 900 e il nuovo secolo. La caratteristica de L’Uomo Libero è sempre stata la più completa spregiudicatezza di analisi anche in temi molto scomodi dal punto di vista del politicamente corretto, e quindi anche la libertà di ricerca storica o l’analisi dei fenomeni sociali e politici in chiave radicalmente anti-occidentale e anti-moderna, contro tutti i dogmi della modernità senza però trasformarsi in un mero foglio di propaganda urlata, ma prediligendo sempre l’analisi, l’approfondimento, cercando di rappresentare i “tedofori” e portando al di là di questo deserto dei valori, che contraddistingue gli ultimi decenni, la “fiaccola” dei modelli politici culturali sociali che hanno caratterizzato per millenni l’Europa e che saranno destinati, inevitabilmente, a proiettarsi sul prossimo millennio

Quanto del vostro cospicuo lavoro produce frutti e riesce a penetrare la società?

Fabrizio Fiorini: «I frutti sono ovviamente rapportati alle mille difficoltà di diffusione e di propaganda che abbiamo. E’ chiaro che una rivista di questo tipo, è per forza di cose spesso relegata alla congiura del silenzio. La diffusione, l’accesso alla grande informazione, l’accesso alla pubblicità di queste pubblicazioni, è sempre un’opera difficoltosa. Per questo che noi ringraziamo sempre chiunque ci inviti a poter far conoscere la rivista, perché per noi rappresentano la possibilità di vivere, di sopravvivere. Per ritornare ai frutti, essi si cominciano a vedere quando ci rendiamo conto che il nostro lavoro viene ben fatto, quando la lucidità e la correttezza di queste analisi, ovvero la verità, diviene più forte della censura. Chiaramente i frutti per noi vuol dire anche riuscire a raggiungere dieci lettori in più. Non siamo, purtroppo visto i tempi correnti, abituati a grandi trionfi in termini numerici. Tuttavia vediamo che questo lavoro viene apprezzato e nonostante la più completa esclusione dai grandi circuiti della comunicazione, notiamo un grande interesse soprattutto da parte dei più giovani. Infatti è capitato più volte che dei giovani abbonati alla rivista venissero a dirmi che hanno ereditato la collezione dei vecchi numeri de L’Uomo Libero dal padre o da un parente più anziano, trovandovi in quelle analisi politiche – magari vecchie di trenta o quaranta anni – una chiave di lettura del presente e questo per noi è già un grande motivo di fierezza e soddisfazione.»

Visto che lei ha parlato di “censura”, da Direttore di una rivista che si autocelebra fieramente come “controcorrente”, a suo giudizio, quant’è la libertà di stampa oggi in Italia?

Fabrizio Fiorini: «Siamo prossimi allo zero. Siamo prossimi allo zero se parliamo di libertà di stampa come veniva intesa fino a qualche decennio fa, cioè la possibilità anche per un gruppo politico nuovo o emergente, ed in particolare controcorrente, di poter accedere attraverso la pubblicazione di libri e riviste ai più grandi circuiti dell’informazione. Oggi, purtroppo, i più grandi circuiti sono occupati da un ristretto numero di cartelli della grande informazione che attuano un’informazione “fotocopia”, ovvero – pur da posizioni politiche nominalmente diverse – si limitano a fornire la stessa versione dei fatti e la stessa interpretazione delle dinamiche politiche. Sostanzialmente è una sorta di “partito unico dell’informazione” che non lascia spazio, se non spazi marginali, alle forme di dissenso. Sono spazi marginali che comunque abbiamo la possibilità di ampliare ma con grande fatica, e in questo contesto anche la conquista di un centimetro diventa una grande vittoria, perché alle spalle c’è un grande lavoro non solo di carattere politico, ma anche un grande lavoro di sacrificio e di dedizione a questa causa. A ciò, bisogna spesso sacrificare gran parte del proprio tempo e delle proprie energie, anche solo per conquistare un lettore o un abbonato in più. Personalmente alle volte mi chiedono, dopo una presentazione della rivista, dopo un evento pubblico in cui cerchiamo di far conoscere la nostra pubblicazione, “come è andata ieri?” al che io rispondo “benissimo” e domandandomi il motivo di questo benissimo io rispondo “perché ieri ci ha conosciuto una persona che non ci conosceva e che ora ci conosce”. Sono piccole conquiste che però, visti i tempi correnti, hanno una rilevanza fondamentale.»

Inversamente, lei ritiene che ci debba essere libertà di parlare e analizzare qualsiasi tema senza avere questa spada di Damocle della demonizzazione sopra il proprio capo?

Fabrizio Fiorini: «La nostra matrice politica e culturale ci condanna comunque ad avere questa spada di Damocle della repressione o della messa al margine, perché qualunque argomento noi trattiamo viene confutato non con una controargomentazione di pari livello, ma bollandoci come “biechi nazifascisti” che non devono aver diritto di parola e quindi qualunque cosa che dicono è sbagliata. Se su L’Uomo Libero domani dovesse uscire un articolo che afferma che la luna è rotonda, ci sarà qualcuno che controbatterà asserendo che la luna è quadrata perché l’idea che la luna è rotonda l’ha letto su L’Uomo Libero. Noi cerchiamo di affrontare sempre, finché ci viene permesso, finché questo sistema democratico ci consente di avere, quanto mento, l’aria per respirare, tutti gli argomenti senza nessuna autocensura, anche quando taluni argomenti risultano essere veramente molto scomodi e politicamente scorretti. La più grande soddisfazione in tutto ciò è chi ci da ragione a posteriori. Prima eravamo tra gli unici a parlare di sovranità monetaria, ad esempio, e tutti ci guardavano come degli alieni, ma dopo che il problema da grave e diventato gravissimo con l’imposizione delle politiche monetarie dell’Unione Europea, ora ci danno ragione riconoscendoci che noi ne parlavamo vent’anni prima. Oppure quando si parlava dell’Eurocrazia, della morte della politica, della perdita della sovranità degli Stati nazionali, venivamo additati come i vecchi e biechi reazionari che vogliono conservare gli Stati nazione, adesso tutti riconoscono che quelli non erano discorsi del tutto campati in aria. O nelle analisi geopolitiche, quando rilevavamo la pericolosità del modello geopolitico americano, o quando difendemmo tutti i popoli della terra che combattevano contro il Mondialismo, ci accusavano di simpatizzare per i “tiranni”, per i “dittatori”, per chi sa quale modello politico novecentesco ormai cancellato dalla storia, adesso si legge anche sui grandi quotidiani che forse Mu'ammar Gheddafi o Bashar al-Assad erano meglio di quello che si è prodotto ora. Questo non vuol dire che noi siamo delle cassandre, o prevediamo il futuro, o siamo più intelligenti di altri, semplicemente perché la libertà di pensiero, priva di qualsivoglia condizionamento interno od esterno, porta ad un’onesta di analisi

A qualsiasi persona, di qualunque estrazione sociale o di età, che si avvicina alle tematiche che affronta anche L’Uomo Libero, ma rischia di essere preso dallo sconforto perché vede che la risonanza a livello televisivo, sociale e in particolar modo politico, non vi è su questi argomenti, lei Direttore che cosa si sentirebbe di dirgli?

Fabrizio Fiorini: «Mi sento di rispondergli con l’esortazione che nei suoi ultimi mesi di vita diede a tutti noi, del nostro universo politico e culturale, il Camerata Gianantonio Valli. Il quale è stato a lungo un collaboratore della nostra rivista e tragicamente scomparso due anni fa. Egli metteva tutti noi, e soprattutto i più giovani tra di noi, davanti ad una drammatica realtà. Davanti al fatto che noi ora ci troviamo dinanzi ad un deserto. Un deserto che deve essere attraversato, ma la sua traversata non è certo semplice. Perché nel deserto non si costruisce. Nel deserto ci sono i predoni, nel deserto ti manca l’acqua, nel deserto muori sotto il sole, nel deserto vi sono mille pericoli e, come ho detto, niente di duraturo vi può essere costruito. Questa è l’immagine degli anni che ci troviamo ad affrontare. Anni che sono difficili oggi e che saranno ancora più difficili domani, quando questo processo di decadenza sarà ancora più accentuato. Però noi iniziamo ad attraversare questo deserto con uno zaino sulle spalle, quello che abbiamo ereditato dai nostri padri e che i padri hanno ereditato dai loro padri. Questo zaino contiene tutta la nostra Civiltà, contiene tutto il nostro sangue, contiene le nostre idee, contiene quello che dobbiamo riuscire a portare al di là del deserto. E se noi moriremo mentre attraversiamo questo deserto, dobbiamo consegnare lo zaino ai nostri figli. Perché prima o poi noi abbiamo la certezza che il deserto finirà. E dobbiamo fare in modo che alla fine del deserto, ci sarà qualcuno ad aprire quello zaino e ad iniziare a ricostruire. A ricostruire con tutto quello che gli abbiamo lasciato in eredità. Per contribuire al riempimento dello zaino, abbiamo questa piccola e modesta rivista, L’Uomo Libero, e ci piace pensare che chi aprirà un giorno lo zaino alla fine del deserto, trovi anche una copia de L’Uomo Libero.»

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

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