SALIICONANCILIA(ASI) Roma - Oggi per i consueti approfondimenti storici parleremo dei sette "Pignora Imperii", letteralmente i "Pegni del Comando", cioè di quegli oggetti sacri che erano a garanzia del potere dell'Impero Romano (la Res Publica), della pace e della prosperità dei territori e delle genti nei suoi confini, della cosiddetta "Pax Deorum", il "contratto" fra i Romani e gli Dei,  cioè della pace con gli antichi dei, il cui favore era fondamentale per le vittorie Roma. 

Non a caso erano sette, numero sacro per i Romani poiché la città nasce su sette colli. La sacralità del sette venne ripresa anche dalla religione cattolica che ha tentato di essere per secoli l'erede spirituale dalla tradizione universalistica romana o meglio di parte di essa

Scomparsi misteriosamente dopo la proclamazione del Cristianesimo a religione di Stato della Res Publica nel 380 e il divieto nel 394 di qualsiasi culto tradizionale anche in forma privata, la  perdita dei "Pignora Imperii" è coincisa con la crisi e lo sfaldamento delle istituzioni imperiali romane in Occidente nel V secolo.  


A tal proposito, scrive Marius Servius Honoratus in "Vergilio Carmina Commentari ad Aen":

 «septem fuerunt pignora, quae imperium tenent: acus matris deum, quadriga fictilis Veientanorum, cineres Orestis, sceptrum Priami, velum Ilionae, palladium, ancilia.» 

che si traduce in Italiano:

 «ci furono sette garanzie a tenere il potere a Roma: l'ago della Madre degli Dei, la quadriga di argilla dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di ilima

il palladio, gli ancilia».


Questi oggetti sacri ai Romani, "pignora imperii", erano praticamente quelli che  garantivano, secondo la tradizione, il potere e la salvezza della Res Publica di Roma e per questo erano gelosamente conservati e custodi in posti diversi dell'Urbe, come ad esempio nei palazzi imperiali, nella regia, nel tempio di Vesta.

Su come questi oggetti fossero giunti a Roma, la storia si mischia alla leggenda: il Palladio, il Velo, lo Scettro e forse le Ceneri, vennero trasportati da Enea in Lazio come "Penati" di Troia, e prima di stabilirsi a Roma, transitarono per Lavinio e a Albalonga .

Qui di seguito per quanto possibile in basi alle notizie ancora a nostra disposizione parleremo brevemente di ognuno dei "pignora imperii", del loro potere, delle finalità e della loro sorte.

- L'ago della dea madre Cibele o Candia la Magna Mater dei Romani, una pietra nera, probabilmente meteoritica, di forma conica nera (forse un meteorite) considerata sacra, fu trasferito a Roma durante le guerre puniche il 4 aprile del 204 a.C., dalla città anatolica di Pessinunte per allontanare il grave pericolo di Annibale, secondo quanto i sacerdoti avevano desunto consultando i "Libri Sibillini". Fu scelta proprio Cibele sia per la potenza del suo culto, essendo una dea antica adorata fin dalla notte dei tempi, sia perché i Romani si consideravano discendenti di Enea di Troia, dunque di origini troiane, cioè anatoliche. L'ago di Cibele venne inizialmente posto sull'Area nella Curia del Foro e poi dal 191 a.C. in un tempio sul Palatino vicino la casa di Romolo. Per celebrare l'intercessione di Cibele sul pericolo rappresentato da Annibale, nel periodo dell'equinozio di primavera (dal 15 al 28 marzo) si svolgevano i Ludi Megalensi o Megalesia fino al 389 d.C.. Secondo alcuni la pietra nera sarebbe nel "Lapis Niger", il luogo in cui  sarebbe stato sepolto Romolo. I sacerdoti che custodivano l'ago di Cibele erano solitamente dei castrati di origine non romana detti "galli" o "gàlloi".

- La quadriga di Veio realizzata dallo scultore etrusco Vulca che si trovava in Campidoglio sul tempio di Giove Capitolino. L'ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbio, di origine etrusca, commissionò per il tempio di Giove Capitolino, all'epoca ancora in costruzione, una quadriga in terracotta da mettere sulla sommità del tempio. Ma, quella quadriga non venne consegnata dai cittadini di Veio ai Romani, perché accadde il fatto prodigioso che il manufatto nelle alte temperature del forno invece di indurirsi crebbe a dismisura. Questo fatto inconsueto fu interpretato come un segno di grandezza e prosperità per i possessori di quella statua da parte degli aruspici. Così complice anche la cacciata di Tarquinio il Superbo, i Veienti decisero di tenersi l'oggetto considerato sacro. Ma, un giorno, alcuni anni dopo, a seguito di una corsa di carri a Veio vinta da un giovane, tale Ratumena, durante la premiazione i cavalli si imbizzarrirono e se ne andarono via, travolgendo anche il valoroso corridore, arrestando la corsa nel Campidoglio romano, dove c'era il tempio di Giove. Così gli auspici veienti lessero il fatto come una collera della divinità per non aver dato la quadriga ai Romani che dopo questo fatto fu subito consegnata a loro. Nel 296 a.C., gli edili curuli Gneo e Quinto Ogulnio fecero sostituire la quadriga di terracotta sulla sommità del tempio di Giove Capitolino con una di bronzo. La quadriga originale fu probabilmente custodita nel recinto del tempio in un deposito di oggetti votivi detto"favissa", fino a scomparire misteriosamente alla fine del mondo antico.

- Altro oggetto sacro per i Romani erano le ceneri di Oreste, figlio del Re Agamennone e di Clitennestra", fratello di Ifigenia, Elettra e Crisotemi, la cui storia è legata anche al lago di Nemi e a Diana. Secondo una leggenda Oreste venne in Italia e precisamente nel Lazio, dopo il matricidio e la liberazione dalle Erinni, dove morì nel bosco dedicato a Diana Aricina. Sua sorella Ifigenia  seppellì le  sue ceneri ad Ariccia, ma poi furono trasferite a Roma, sotto la soglia del Tempio di Saturno, vicino al tempio della Concordia, dopo che i Romani sconfissero la Lega Latina (IV sec. a.C.). Le ceneri di Oreste sono come un "amuleto" per l'inespugnabilità di una città, come successo a Tegea finché le custodiva.

- Lo scettro dell'ultimo re di Troia Priamo fu salvato dalle fiamme a Troia e verrà offerto a Latino, primo mitico re dei Latini, da Ilioneo a nome di Enea a simbolo di pace ed alleanza. Era custodito probabilmente sul Palatino. Latino era figlio secondo il racconto di Virgilio del dio italico Fauno e di Marica divinità della città latina di Minturno.

- Il velo di Ilione, figlia maggiore di Priamo, morta suicida. Il velo in acanto era di Elena (detta di Troia o di Sparta) donatogli dalla madre Leda. Probabilmente giunse a Roma con i profughi troiani. Elena, figlia di Zeus, moglie di Menelao di Sparta, fu rapita da Paride, figlio di Priamo e a causa del suo fascino causò la guerra.

- Il Palladio era con molta probabilità, una riproduzione di Minerva (Pallade) che cadde dal cielo ai tempi di Ilo, antenato di Priamo. Secondo l’oracolo di Apollo la città che lo possedeva sarebbe rimasta inespugnabile e invincibile  finché il Palladio fosse restato entro le sue mura. Sarebbe stato portato nel Lazio da Enea e successivamente trasferito da Numa Pompilio nel tempio di Vesta dove era sorvegliato dalle sette vergini Vestali che dovevano mantenere sempre acceso il fuoco sacro. Il Palladio poteva essere visto e riconosciuto solo dalla Vestale Massima che sapeva riconoscere l'originale fra le copie che c'erano nel recinto del tempio di Vesta. Mistero sulle sorti del Palladio. C'è chi dice che venne fatto sparire dall'ultima gran Vestale Cecilia Concordia per non farlo trafugare o distruggere dai Cristiani. Nel 394 d.C. l'Imperatore Teodosio che aveva vietato i culti della religione tradizionale romana, dopo la vittoria su Flavio Eugenio ed Arbogaste sul fiume Frigido, entrò a Roma. A tal proposito, Ferdinand Gregorovius  descrive così la scena all'ingresso di Teodosio in Roma: i Cristiani trionfavano, la loro tracotanza arrivò al punto, lamenta Cosimo, che Serena, sposa di Stilicone, entrata nel tempio di Vesta, si avvicinò alla statua di Rea Silvia (madre di Romolo e Remo), prese la sua preziosa collana e se la cinse. Assistendo a questa grave profanazione, l'ultima gran vestale, mentre versava lacrime di rabbia, disperate lanciò su Serena e sulla sua famiglia una maledizione che alcuni anni dopo andò a segno secondo le cronache del tempo

L'ultimo "Pignora Imperii", ma non di certo il meno importante erano lo Scudo Sacro di Marte, bilobato (cioè a forma di otto), il cosiddetto "Ancile", dono che Marte aveva fatto al re Numa Pompilio per scongiurare una pestilenza che aveva colpito la città. L'Ancile cadde dal cielo  e gli auspici dissero che finché si sarebbe custodito l’impero romano sarebbe rimasto integro e potente. Il re lo affidò ai sacerdoti Salii, perché lo custodissero nella regia del Foro. Ne furono fatti altri undici identici dal fabbro Mamurio Veturio su ordine del Re, ma solo uno era l'originale. Erano custoditi nel Sacrarium Martis, annesso alla Casa dei Salii Palatini. Alle Idi di Marzo i Salii portavano gli Ancilia in processione per le strade di Roma in alcuni luoghi prestabiliti,  battendoli con le loro aste (le “hastae Martiae”) e cantando inni a Marte, danzando una danza chiamata "Tripudium" a ritmo di tre tempi, battendo i piedi, saltando ogni tre passi imbracciando i sacri scudi, poi alla fine del mese gli scudi venivano solennemente riposti. Secondo tradizione era vietato intraprendere operazioni militari prima della proposizione degli scudi pena la disfatta militare. Nello stesso periodo si celebrano le Mamuralia, le festività dedicate a Mamurio Veturio che ottenne oltre alle festività in suo onore, di essere citato nell'Inno dei Salii. Marzo era nel primo calendario romano, quello di Romolo, l'inizio dell'anno. 

Anche sulle sorti di questi scudi c'è una cortina di mistero per la scarsità delle fonti documentali nell'età di passaggio tra l'antichità e il primo medioevo detta "tarda antichità", in cui la Chiesa se da una parte ha preservato dalla distruzione i codici giuridici romani, dall'altro ha interpretato in chiave cristiana la cultura classica intrisa di culti, riti e miti della religione tradizionale romana, causando la dispersione di una buona parte di questa tradizione che non è giunta fino a noi.

La fine della religione tradizionale romana, la religione di Stato della Res Publica, fondamento ideologico dell'Impero Romano e del suo mito di invincibilità, segnò nel 476 d.C., in appena ottantadue anni, il collasso definitivo, non della cultura, non del diritto, non dello stile di vita romano, ma dell'istituzione imperiale romana in occidente come era stata concepita da Ottaviano Augusto che aveva nel sincretico culto e nella fede verso gli Dei, il collante più importante.


Fonti:

Plinio il Vecchio, “Storia Naturale”, 35, 157

Maurus Servius Honoratus, in Vergilii Carmina comentari ad Aen, II, 116

Virgilio, Eneide, I 647- 655

Imperium – “Origine e funzione del potere regale nella Roma arcaica” (ISBN 88-847-007-X) è un saggoi di Mario Polia del 2001 che tratta, fra l'altro, anche i pignora imperii

Francesco Cancellieri, “Le Sette Cose Fatali di Roma Antica”, Roma, L.P., Salvioni, 1842

Tito Livio, “Ad Urbe Condita”, I, 20

Svetonio, Otho, 8

Tacito, Historiae, I, 90.


Nella foto gli Ancilia portati  dai Sacerdoti Salii alle Idi di Marzo (Fonte Wikipedia).

 


Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia


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