Carlo e Madama
Torino, stadio Comunale, 15 marzo 1999. L'allenatore della Juventus, Carlo Ancelotti (al centro), insieme ai due patron del club, i fratelli Umberto(a sinistra) e Gianni Agnelli (a destra), durante un allenamento della stagione 1998-1999.

Ottocentocinquantatre giorni. Tanto è durato il matrimonio tra la Juventus e Carlo Ancelotti. Meno di quelli cantati da Claudio Baglioni per un suo grande amore, abbastanza per dirsi addio senza troppi rimpianti. Carlo Ancelotti, unanimamente considerato l’allenatore più vincente al mondo, diventa ufficialmente l’allenatore della Juventus il 14 gennaio di ventiquattro anni fa.

 

Ciao, Marcello. Lippi aveva deciso di passare all’Inter, dando modo a Moggi, Giraudo e Bettega di cautelarsi con l’ex allenatore del Parma. Dalla sua casa in Emilia, il Carletto buongustaio, tra un un Parmigiano e un San Daniele, si dice onorato e speranzoso di ottenere risultati importanti per il blasone bianconero. Giugno è vicino, anche se a distanza di sicurezza per studiare e apprendere lo stile juventino. Non immagina neppure lontanamente di raggiungere Torino in fretta e furia in una mattina di Febbraio, mese di San Valentino, degli amori possibili, ma anche di quelli frantumati. A rompere prematuramente l’idillio tra Lippi e la Juventus, ci pensa il Parma, vecchio amore di Carletto. Il 4-2 con cui umilia la Zebra al Delle Alpi spinge il Paul Newman di Viareggio a gettare la spugna e tornarsene a casa. Che problema c’e? Ancelotti è pronto e può anticipare i tempi, è il pensiero della Triade. 

 

Non ti vogliamo. Arrivato a Torino, Ancelotti riceve due notizie. Una buona - ma solo sulla carta - è l’ingaggio del Loco Esnaider, la cattiva é che i tifosi non lo vogliono. I Fighters - gruppo più importante della curva bianconera - lo incolpano di aver giocato nella Roma e nel Milan e di essere stato allenatore del Parma, la principale rivale degli ultimi anni. Lo chiamano “Maiale”, lo minacciano al punto da indurlo a farsi scortare dalla polizia. Ancelotti debutta sulla panchina bianconera contro il Piacenza. Sul pullman diretto allo stadio, la tensione è palpabile. Carlo si confida con i senatori della squadra. Conte, Davids e Zidane provano a rassicurarlo, col tempo i tifosi sapranno accettarlo. E chissà che non scoppi l’amore. 

 

Ma quali amori. Frasi di circostanza, antidoto per veleni di una stagione che si conclude con un modesto quinto posto, un’eliminazione assurda in Champions League contro il Manchester United - dopo essere incredibilmente passati dal 2-0 al 2-3 - e con la cessione frettolosa di Henry per 27 miliardi di lire. Una miseria rispetto a quanto farà vedere il calciatore in Premier League. Ancelotti, l’uomo che inventerà l’albero di Natale al Milan, contribuendo a far decollare la carriera di Pirlo, utilizza il francese sulla fascia laterale. Ma Henry non è Di Livio, né Torricelli. É un attaccante di razza e lo dimostra all’Arsenal sin dal principio della sua nuova avventura. Un errore che alimenta tensioni con la Curva bianconera. 

 

Anno nuovo, squadra nuova. Moggi spedisce Peruzzi all’Inter, Deschamps al Chelsea e Di Livio a Firenze. Arrivano Van der Sar, la meteora Oliseh, Kovacevic e Zambrotta. La Juventus, al di là dei nomi, certamente più importanti nell’Inter, nel Milan e nella Lazio, si conferma squadra vera, compatta e continua. Vince spesso, convince ed allunga sulle inseguitrici. L’Inter di Lippi si perde nella nebbia di Milano e nelle vanità dell’ambiente, il Milan sembra accontentarsi del terzo posto e la Lazio, seconda in classifica, è lontana nove punti ad otto giornate dal termine del campionato. Lo scudetto non é mai stato così vicino. Lo stesso Anceotti, tutt’altro che incline a facili e prematuri entusiasmi, sembra piuttosto certo del successo finale.

 

Saldo in panca. È alla Juventus, vincere è l’unica cosa che conta, sanno gestire le pressioni. Quello che la Juventus non riesce a gestire è il pragmatismo della Lazio di Eriksson, opportunista, glaciale come il carattere dello svedese, che a Roma ha attraversato entrambe le sponde del Tevere prima di capire che quella biancoceleste si addice di più alla sua personalità. Simeone, vecchio nemico della Signora, cuore nerazzurro lacerato dall’errore di Ceccarini e silurato da Lippi - che promuove la sua juventinità anche a Milano - colpisce e affonda la Juventus. La riunione tecnica che segue quella partita è priva di tensioni. Moggi e Giraudo sono dalla parte di Ancelotti, lo rasserenano e gli chiedono di emulare Ulisse. Deve tapparsi  le orecchie per non farsi lacerare i timpani dai fischi dei tifosi, perché nessuno lo spodesterà: continuerà ad essere l’allenatore della Juventus. Piace agli Agnelli , sa che brindare alla salute della Vecchia Signora con un buon bicerìn, fa bene anche allo spirito. Lo faceva anche Cavour quando studiava come unire l’Italia, lo fa Ancelotti prima di andare a Verona, terra di bocconi amari per i milanisti che al Bentegodi hanno perso uno scudetto nel 1990. 

 

Scende la pioggia. Alla terzultima di campionato, Cammarata, un ex canterano della Juventus, pugnala la Zebra. Tu quoque, Fabrizio, fili mi, pensano i tifosi bianconeri, ma tant’è, al cuor non si comanda, la vendetta si serve fredda. Fabrizio Cammarata da Caltanissetta, bianconero fino al midollo, non si fa prendere dai sentimentalismi. Non un solo gol ma due alla ex amata e la doppietta consente alla Lazio di ridurre il distacco: tre punti dalla vetta quando mancano due partite alla fine. Alla penultima, la Juve supera il Parma con una rete di Del Piero: vittoria condita da polemiche per un arbitraggio, quello di De Santis, che manda in tilt Cragnotti. Il gol annullato a Cannavaro è valido. La Lazio vince a Bologna ma il presidente biancoceleste parla di “campionato irregolare, di calcio poco credibile, di Lazio penalizzata”. Si augura uno spareggio, ma ci crede poco. A Torino, intanto, si prepara la trasferta di Perugia. Ancelotti convoca la squadra, il suo sermone é intenso, tocca il cuore e l’animo del calciatori. Checchè ne dicano gli altri, i nemici di Madama, la squadra è in testa con pieno merito. Lo scudetto sarà il sacrosanto premio per un gruppo dal rendimento regolare. A Perugia arriva una Signora senza paura e soprattutto senza ombrello. Il meteo prevede cielo sereno e solo a tratti poco nuvoloso. Ma vallo a spiegare agli Dei del calcio, che questa volta di far vincere la Juventus proprio non ne vogliono sapere. Al resto ci pensa Luciano Gaucci, che carica i suoi, li minaccia di mandarli in ritiro nientemeno che in Cina. In quella domenica si affaccia alla ribalta un comprimario. Si chiama Alessandro Calori, passerà alla storia per aver sfilato uno scudetto alla Juventus in un un maggio diventato prima autunnale e poi invernale. Mai vista tanta pioggia così all’improvviso. Collina, un arbitro definito il migliore, non crede a quella pioggia, si assume tutte le responsabilità del momento. Fa sopralluoghi, guarda il cielo ogni dieci secondi. Invoca la tregua e qualcuno lo accontenta. Si riprende a giocare e la Juventus ha la testa al viaggio di ritorno. Calori si inserisce in area, lui che sapeva solo contrastare. Difesa ferma e lo stopper di Mazzone buca Van der Sar. Per la la Juventus è la fine. 

 

Self control. Ancelotti è di Reggiolo ma sembra uno studente appena uscito da Oxford. 

 

“Abbiamo perso la partita decisiva, complimenti alla Lazio che ha fatto un punto in più. Aggiungo solo che abbiamo atteso più di un’ora tra un tempo e l’altro e questa è una vera anomalia. Non era mai accaduto nel calcio di tutto il mondo”.

 

Si riparte, perché il calcio digerisce tutto: la nuova Juventus saluta Esnaider ed abbraccia Trezeguet, cominciano nuove sfide, l’avversario che conta è la Roma. Finirà male anche questa volta: due giorni prima di Juventus-Roma, la partita dell’anno, vengono cambiate le regole sull’impiego degli extracomunitari. Dei cinque tesserabili, tre possono giocare: Petrucci, commissario della Federcalcio e presidente Coni, è per la tesi estensiva. La Roma beneficia del cambio in corsa e schiera due extracomunitari, Assunçao e Nakata. Ed è proprio il giapponese che serve alla Lupa un piatto scudetto a base di Zebra condita, in barba ai regolamenti che cambiano “alla volemose bene”, come si dice a Roma ma anche a Singapore. 

 

Addio senza lacrime.  Un altro scudetto che si volatilizza quando Ancelotti e il popolo bianconero stavano assaporando la vittoria. Moggi lo tranquillizza ma non smette di flirtare con Lippi. Arriva l’esonero inatteso e si torna su una minestra riscaldata, però di qualità. Un usato sicuro, con Lippi nuovamente in panchina sono tutti felici e contenti. Ancelotti saluta alla sua maniera, senza lacrime e senza enfasi. La Torino bianconera non l’ha mai amato, mai si è sentito a casa. Una convivenza forzata. I grandi amori sono rari, soprattutto a Torino, dove gli entusiasmi arrivano dopo aver superato ostacoli e riempito la bacheca di scudetti e coppe. Ancelotti se ne andrà al Milan dove spiccherà il volo verso l’immortalità sollevando, un paio d’anni dopo, proprio in faccia alla Vecchia Signora, la prima Champions League della sua sontuosa carriera di allenatore. La vendetta si serve fredda, e Carlo l’ha appreso proprio a Torino. Il calcio toglie, il calcio dona. Basta solo saper aspettare.

 Raffaele Garinella--Agenzia Stampa Italia

 

FOTO Di GIAN MATTIA D'ALBERTO / LAPRESSE - Nino Caracciolo, Parla Ancelotti: "A Perugia con la Juve c'era uno strano clima. Vorrei allenare la Roma", su sportfair.it, 21 novembre 2015., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=8291727

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