umbria1(ASI) Dopo settantatre anni, anche a Foligno, terza città dell'Umbria coi suoi 57.164 abitanti, la sinistra è costretta ad alzare bandiera bianca. Al secondo turno, Stefano Zuccarini diventa sindaco con il 55,9% dei consensi battendo il candidato del centrosinistra, il civico Luciano Pizzoni.

Anche qui, come già successo a Perugia con il giornalista Giuliano Giubilei, il Partito Democratico aveva preferito presentare un candidato sindaco che fosse espressione della società civile. Eppure non è bastato.

Stesso significato politico per il ballottaggio di Marsciano (18.700 abitanti), altra roccaforte della sinistra. Per la prima volta nella storia repubblicana, il Comune della Media Valle del Tevere finisce, come la vicina Todi, al centrodestra, qui guidato da Francesca Mele che, col 63,47% dei voti, ha sconfitto nettamente Stefano Massoli, candidato del centrosinistra. È invece un ritorno per il centrodestra, dopo la prima esperienza del quinquennio 2009-2014, quello di Orvieto (20.253 abitanti), dove diventa sindaco Roberta Tardani - già vice dell'ex primo cittadino Antonio Concina - che batte con ampio margine (57%) l'uscente Giuseppe Germani.

Una riconferma significativa per il centrodestra arriva poi da Bastia Umbra (21.742 abitanti). Dopo il decennio di Stefano Ansideri alla guida della città, l'importante polo industriale fra Perugia e Assisi si affiderà a Paola Lungarotti che, pur priva del sostegno della Lega, è presumibilmente riuscita a compattare l'elettorato di centrodestra al secondo turno, ottenendo un pesante 58,06%.

L'unica nota positiva per il centrosinistra regionale arriva da Gubbio, storico fortino della sinistra (inclusa quella d'alternativa), dove il socialista Filippo Mario Stirati - in corsa al primo turno anche contro il PD e le civiche legate all'ex sindaco PRC Orfeo Goracci - ha battuto nettamente (59,28%) il candidato del centrodestra Marzio Presciutti Cinti.

I cinque comuni rimasti in bilico sino all'ultimo consegnano così un 4-1 senza appelli in favore del centrodestra, bocciando sonoramente un centrosinistra umbro che ormai da tempo sta collezionando sconfitte a ripetizione. La più netta e cocente, indubbiamente, è quella di Perugia, dove il sindaco uscente, Andrea Romizi, a capo della coalizione di centrodestra, è stato confermato già al primo turno per un secondo mandato con il 59,8% dei voti, ma anche da altre parti la tendenza è la stessa.

 

La Lega non fa paura

Nel capoluogo, così come altrove, il tentativo di "spaventare" l'elettorato per la presenza di una Lega forte all'interno della coalizione di centrodestra è risultato quanto mai controproducente. Presentare il partito di Salvini come un pericolo per la democrazia evidentemente non paga, anzitutto perché è proprio la democrazia a consegnare alla Lega il consenso di cui gode, ma anche per un fatto basilare, che prescinde dalla retorica, in fin dei conti un po' banale, dell'alternanza come "sale della democrazia".

Dopo quasi cinquant'anni di egemonia indiscussa nelle istituzioni regionali, infatti, l'Umbria si è trovata in una situazione del tutto particolare. Ben lontana dall'immaginario del "buon governo locale" veicolato dagli esponenti della sinistra sia locale che nazionale, questa regione ha pagato a carissimo prezzo la crisi economica scoppiata nel 2008.

L'incapacità di individuare nuovi motori di crescita adatti ad un'economia globale in rapida trasformazione, il notevole ritardo infrastrutturale, la scarsa incisività sul governo centrale e la logica di mera autoconservazione di un sistema concentrato su sé stesso hanno messo al tappeto una regione che non è mai davvero uscita dalla Prima Repubblica, se non nominalmente, cambiando soltanto sigle e simboli dei partiti al comando.

Come qualunque buon padre di famiglia, l'elettorato umbro ha ormai compreso che non c'è altro tempo da perdere per salvare territori a forte rischio di impoverimento e, in alcuni casi, persino di spopolamento, tentando la carta del centrodestra a trazione leghista. Non si tratta, dunque, di un mero voto di protesta, come forse avvenuto in altre parti d'Italia, ma di una scelta ponderata, molto più ragionata di quanto si pensi.

L'inchiesta, tutt'ora in corso, sulla sanità ha indubbiamente fornito ulteriori spunti di critica nei confronti della classe dirigente regionale, ma ha semplicemente consolidato una tendenza già presente in Umbria. Alle ultime Politiche dello scorso anno, il centrodestra aveva conquistato tutti e cinque i collegi uninominali della regione, ovunque con la Lega primo partito. Tre mesi dopo, a Terni, Leonardo Latini, sostenuto dal centrodestra, trionfava al ballottaggio (63%) contro lo sfidante del Movimento Cinque Stelle. Il Partito Democratico, col candidato Paolo Angeletti, si era fermato al primo turno con il 14,99% dei consensi, bocciato dagli elettori della città dell'acciaio a seguito delle inchieste giudiziarie del 2017 e del commissariamento avvenuto nel 2018.

In quella tornata, a cambiare passo era stata anche Umbertide, storica roccaforte "rossa" dell'Altotevere, dove il sindaco leghista Luca Carizia era stato eletto al secondo turno col 62% dei consensi.

 

Umbria quarta regione del... Nord

Le ultime consultazioni ci hanno consegnato un quadro ancora più nitido. Anzitutto, va considerato l'esito delle Europee, senz'altro il dato dal significato più "nazionale" e squisitamente politico, dove il sistema proporzionale rappresenta indubbiamente un test per misurare la forza elettorale dei singoli partiti in corsa.

Con il 38,18% ottenuto complessivamente dalla Lega nel territorio regionale, l'Umbria è di fatto la quarta regione più leghista d'Italia dopo Veneto (49,88%), Lombardia (43,38%) e Friuli-Venezia Giulia (42,56%), tre regioni dove il simbolo di Alberto da Giussano campeggia sulle strade e nelle piazze almeno dagli anni Novanta, cioè quando in Umbria la Lega Nord era un partito microscopico e privo di rappresentanza a qualsiasi livello istituzionale. 

Le prossime Regionali, previste in Autunno a causa dello scioglimento anticipato della legislatura, si annunciano dunque come un'occasione da non perdere per il centrodestra e per la Lega in particolare. Con il bagaglio - sempre più consistente - di esperienza che oggi tanti volti delle nuove amministrazioni locali possono vantare, indubbiamente il partito ha tutte le carte in regola per poter prendere in mano le redini di una Giunta regionale che dovrà darsi obiettivi precisi e molto concreti, come la gente dell'Umbria chiede ormai a gran voce.

Sicurezza, dunque, attraverso un maggior coordinamento nell'assegnazione delle risorse ai Comuni, ma non solo. Una pubblica amministrazione più snella e trasparente, tasse più eque, maggiori risorse per l'agricoltura, un ecosistema per le imprese più dinamico e competitivo, più moderne infrastrutture, una più efficace attrattività turistica ed una spinta decisa da imprimere al percorso verso l'autonomia regionale, già prefigurato dall'ex presidente Marini assieme al collega marchigiano Ceriscioli, ma ancora tutto da definire e discutere nei dettagli con il ministro Erika Stefani.

Più in generale, il rapporto con Roma va completamente cambiato perché, al netto delle inchieste in corso e delle disfunzioni politiche, l'Umbria, in sé, resta comunque terra di eccellenze, non solo artistiche, culturali, paesaggistiche o enogastronomiche ma anche industriali, scientifiche e sanitarie, aggiudicandosi appena pochi giorni fa il quarto posto in Italia nell'Indice di Performance Sanitaria 2019, stilato dall'Istituto Demoskopika.

Fin'ora, nonostante gli sforzi di deputati e senatori eletti sul territorio, l'Umbria ha una capacità di influenza sul governo centrale praticamente quasi pari a zero. Anche nell'attuale esecutivo giallo-verde non c'è alcun umbro fra ministri e sottosegretari. Basti soltanto pensare all'ultimo Piano "Proteggi Italia", approvato nel febbraio scorso in materia di dissesto idrogeologico, che ha destinato all'Umbria soltanto 3 milioni di euro - spalmati in tre anni! - degli 11 miliardi di euro messi complessivamente a disposizione del Paese. Parliamo, per intenderci, dello 0,027% del totale a fronte di fattori di rischio da sempre presenti in quasi tutto il territorio regionale.

Anche sullo spinoso tema del residuo fiscale - cioè la differenza tra le tasse versate e i trasferimenti ricevuti da ogni regione - l'Umbria, dopo il "credito" di 1,1 miliardi di euro nei confronti del governo centrale registrato nel 2015, si è trovata a segnare un altro avanzo, stavolta pari ad 82 milioni di euro, persino nel 2016, anno del sisma nel Centro Italia. Una situazione insostenibile per comprensori che non possono evidentemente accettare di lavorare e versare tasse all'erario in cambio di elemosine. Insomma, se dobbiamo diventare "settentrionali", chiediamo almeno ciò che è giusto chiedere.

 

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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