138185032 15618185938411n(ASI) Chiuso il sipario sul vertice generale del G20 di Osaka, il bilancio del colloquio di ieri fra le delegazioni di Cina e Stati Uniti sembrerebbe più che positivo. Dopo il summit bilaterale, durato oltre un'ora, Donald Trump ha annunciato che «i negoziati sono tornati in carreggiata» e che, per ora, al contrario di quanto annunciato nelle scorse settimane, il suo governo non applicherà nuovi dazi sulle importazioni dalla Cina, lasciando inalterati quelli già in essere che, tuttavia, saranno oggetto di nuove trattative e potrebbero dunque essere a loro volta rivisti.

I mercati possono così tirare un sospiro di sollievo, dopo aver trattenuto il fiato per giorni in attesa di un G20 che si preannunciava pieno di tensioni, non solo fra Pechino e Washington. Sul vertice di Osaka, pesavano infatti anche gli incontri Putin-Trump, Trump-Abe, Abe-Putin e Trump-Moon in vista del vertice di Seoul fra Corea del Sud e Stati Uniti al termine del quale il tycoon ha raggiunto la zona demilitarizzata di Panmunjom per oltrepassare il confine, dove Kim Jong-un era pronto ad attenderlo, diventando il primo presidente statunitense a mettere piede in territorio nordcoreano.

Nel suo discorso durante i colloqui separati con la delegazione nordamericana, il presidente cinese Xi Jinping ha richiamato l'importanza storica della celebre "diplomazia del ping-pong", che prese il via proprio in Giappone, a Nagoya, nel 1971, quando i giocatori cinesi e quelli statunitensi si trovarono a confrontarsi amichevolmente in occasione del 31° Campionato Mondiale di Tennistavolo. All'epoca fu determinante il lavoro preparatorio svolto dalle cancellerie dei due Paesi nei mesi successivi, quando Zhou Enlai e Henry Kissinger si impegnarono sui rispettivi fronti per programmare la storica visita di Richard Nixon in Cina, avvenuta l'anno seguente.

«Otto anni più tardi, i due Paesi stabilirono ufficialmente le loro relazioni diplomatiche», ha aggiunto il leader cinese di fronte a Trump. Nel 1979, Washington si adeguò così a quanto già stabilito il 25 ottobre di otto anni prima dall'ONU, con l'approvazione a larga maggioranza della Risoluzione n. 2758, impegnandosi a riconoscere Pechino come unico rappresentante legittimo della Cina (Una sola Cina). Impegno non sempre onorato, anzi più volte disatteso dalla Casa Bianca, che da allora sino all'amministrazione Obama, ha garantito forniture militari e supporto logistico a Taiwan, scatenando le ire del governo cinese per quelle che considera a tutti gli effetti ingerenze nei propri affari interni.

Eppure, Xi ha osservato come «nonostante le grandi trasformazioni occorse nell'arena internazionale e nei rapporti sino-statunitensi durante gli ultimi quarant'anni, un fatto fondamentale  è rimasto invariato: Cina e Stati Uniti traggono reciprocamente beneficio dalla cooperazione mentre hanno tutto da perdere nello scontro». Insomma, più che una dissertazione di storia delle relazioni internazionali, quello del presidente cinese è stato un monito a «non cadere nelle trappole del conflitto e dello scontro».

Da parte sua, Trump ha risposto precisando di non nutrire alcuna ostilità verso la Cina ed, anzi, di sperare nel miglioramento delle relazioni bilaterali. «La parte americana lavorerà assieme alla Cina per portare avanti le relazioni attraverso il coordinamento, la cooperazione e la stabilità», ha aggiunto l'inquilino della Casa Bianca, che auspica lo svolgimento di nuovi negoziati in grado di risolvere lo squilibrio commerciale fra i due Paesi e di garantire trattamenti equi per le imprese di entrambe le parti.

La prossima edizione della China International Import Expo di Shanghai, in programma per il mese di novembre, potrà fornire una piattaforma ideale in questo senso a tutte le aziende statunitensi interessate ad incrementare il loro export nel vasto mercato cinese. A questo proposito, durante il vertice generale del G20, Xi Jinping ha ribadito a tutti i suoi interlocutori l'indirizzo ormai consolidato della politica economica cinese verso l'apertura. La legge sugli investimenti approvata lo scorso marzo dall'Assemblea Nazionale del Popolo entrerà in vigore il primo gennaio del prossimo anno e consentirà alle aziende straniere di godere delle stesse condizioni e garanzie riservate alle aziende cinesi, in materia sia di accesso al mercato che di proprietà intellettuale.

Un risultato «eccellente», secondo Trump, ma la prudenza sarà d'obbligo, tanto più alla luce della stretta di mano dello scorso dicembre al G20 di Buenos Aires, sconfessata appena sei giorni dopo dalla notizia dell'arresto in Canada - su ordine degli Stati Uniti - di Meng Wenzhou, direttrice finanziaria del colosso Huawei. A questo riguardo, Trump ha annunciato l'imminente apertura di una fase di studio durante cui il Dipartimento al Commercio valuterà l'opportunità di eliminare il gigante TLC cinese dalla lista degli operatori a cui le aziende statunitensi non possono vendere componenti e tecnologie senza l'approvazione del governo. Per lo meno - a detta dello stesso Trump - così dovrebbe essere deciso per quanto riguarda le tecnologie giudicate innocue per la sicurezza nazionale.

L'apertura del tycoon è presumibilmente motivata dal danno che le aziende statunitensi fornitrici dovrebbero fronteggiare in caso di una chiusura netta del mercato cinese. Non si parla solo di Huawei, infatti, ma anche di altre importanti aziende cinesi del settore hi-tech in odore di essere colpite dal provvedimento. «Siamo incoraggiati dal fatto che i colloqui stanno ripartendo e sono stati sospesi ulteriori dazi, e non vediamo l'ora di ricevere maggiori dettagli sulle osservazioni del presidente in merito a Huawei», ha subito commentato John Neuffer, presidente dell'Associazione Statunitense dell'Industria dei Semiconduttori, descrivendo come una «buona notizia» i passi in avanti compiuti da dai due presidenti a Osaka. In Cina, memori delle giravolte del passato, ci vanno cauti e prendono l'annuncio di Trump con le molle. Staremo a vedere.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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