Emergenza carceri, Di Giacomo(SPP): "Agenti dimenticati nello stesso degrado dei detenuti"
(ASI) «Diciassettemila centosette istanze accolte in appena tre anni per condizioni detentive riconosciute non conformi ai parametri previsti dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È un numero che dovrebbe far riflettere molto più di tante dichiarazioni sulla situazione delle carceri italiane».
Lo afferma on una nota Aldo Di Giacomo, Segretario F.S.A.-C.N.P.P.-S.PP. commentando i dati relativi ai rimedi previsti dall’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario: “Nel 2023 sono state accolte 4.731 istanze, diventate 5.837 nel 2024 e 6.539 nel 2025. In tre anni fanno 17.107 provvedimenti favorevoli. Per essere precisi: non stiamo parlando di 17mila assegni consegnati ai detenuti. La legge prevede, a seconda delle situazioni, una riduzione della pena pari a un giorno ogni dieci trascorsi in condizioni non conformi oppure un ristoro economico di otto euro per ciascuna giornata. Ma il significato politico e penitenziario del dato non cambia: migliaia di provvedimenti hanno riconosciuto l’esistenza di condizioni detentive che non avrebbero dovuto verificarsi». «C’è però una domanda che nessuno sembra porsi: chi lavora otto, dieci e talvolta dodici ore dentro quelle stesse sezioni? La Polizia Penitenziaria. Se una cella è inserita in un istituto sovraffollato, degradato e sottoposto a una pressione insostenibile, il detenuto vi trascorre la propria detenzione, ma l’agente è chiamato a garantire sicurezza e ordine proprio dentro quella struttura, affrontandone quotidianamente tutte le conseguenze». «Oggi siamo arrivati a 65.661 detenuti e, considerando i posti effettivamente disponibili, a un affollamento nazionale indicato intorno al 142 per cento. Non è più un’emergenza temporanea: sta diventando il normale funzionamento del sistema». «Il sovraffollamento non significa soltanto meno spazio. Significa maggiore tensione nelle sezioni, difficoltà nella gestione dei detenuti, proteste, autolesionismo, tentativi di suicidio, aggressioni, incendi e un carico operativo sempre maggiore per il personale». «Ed è qui che emerge il paradosso: lo Stato riconosce e risarcisce, nelle forme previste dalla legge, il pregiudizio subito dal detenuto, mentre continua a chiedere alla Polizia Penitenziaria di lavorare nelle condizioni che hanno prodotto quel pregiudizio». «Non chiediamo di togliere diritti ai detenuti. Chiediamo che finalmente vengano riconosciuti anche quelli degli agenti. Perché la dignità del carcere non può fermarsi davanti alla porta della cella». Secondo Di Giacomo «continuare ad aumentare la popolazione detenuta senza adeguare realmente strutture, organici e servizi significa alimentare una spirale già evidente: più sovraffollamento, più tensione, più eventi critici, maggiore pressione sugli agenti e, alla fine, ulteriori costi per lo Stato». «C’è qualcosa che non torna in un sistema che prima crea condizioni ingestibili e poi paga per le conseguenze di quelle stesse condizioni. In carcere lo Stato sta pagando due volte: economicamente per le condizioni riconosciute ai detenuti e umanamente attraverso una Polizia Penitenziaria lasciata ogni giorno a gestirne le conseguenze. Il problema delle carceri non si risolve con annunci o interventi tampone. Servono posti realmente utilizzabili, personale, strutture adeguate e una politica penitenziaria capace finalmente di programmare anziché rincorrere continuamente l’emergenza».
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