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Politica Nazionale

Milton Friedman Institute: 7 Ottobre,  tre anni dopo le vittime continuano a convivere con traumi

Di Redazione ASI 17 Settembre 2026 – 17:22 6 min di lettura

(ASI) Roma – A quasi tre anni dal 7 ottobre, i sopravvissuti tornati dalla prigionia a Gaza continuano a confrontarsi con traumi che incidono sulla loro vita quotidiana e richiedono ancora psicoterapia, fisioterapia e cure mediche.

Le loro testimonianze sono state al centro del webinar organizzato il 17 settembre dal Milton Friedman Institute, durante il quale sopravvissute, ex ostaggi, soccorritori ed esperti israeliani hanno risposto per due ore alle domande dei giornalisti di diverse testate nazionali.

Nel corso delle due ore, le testimonianze hanno ricostruito quanto accaduto il 7 ottobre e ciò che è seguito: le violenze sessuali, la prigionia degli ostaggi, i bambini rapiti, il recupero e l’identificazione dei corpi e i traumi con cui i sopravvissuti continuano a convivere. Ilana Gritzewsky e Shoshan Haran hanno raccontato la loro esperienza durante la prigionia; Shari Mendes e Simcha Greiniman ciò che hanno visto lavorando sui corpi delle vittime e nei luoghi degli attacchi; Orit Sulitzeanu, CEO dell’Association of Rape Crisis Centers in Israel, ha parlato delle conseguenze delle violenze e della difficoltà che ancora oggi molte vittime incontrano nel raccontarle.

«Sono qui oggi per parlare di 1.200 israeliani che sono stati uccisi in un solo giorno e non possono parlare», ha detto Ilana Gritzewsky. «Ho subito abusi sessuali, ma sono sopravvissuta per poterlo raccontare. Decine di persone come me non sono sopravvissute. E chi è sopravvissuto spesso non osa parlare».

Nata in Messico, Gritzewsky si è trasferita da sola in Israele a 16 anni e ha costruito la propria vita con il compagno Matan Zangauker nel kibbutz Nir Oz. Alle 6.30 del 7 ottobre 2023 sono stati svegliati dalle sirene, dagli spari e dalle urla in arabo. Si sono chiusi nella stanza protetta, con Matan che cercava di tenere chiusa la porta mentre Ilana calmava il loro cane. Quando gli assalitori sono entrati nell’abitazione, i due sono saltati dalla finestra. Ilana ha perso il contatto con Matan, si è nascosta nella veranda dei vicini ed è stata scoperta, afferrata per i capelli, picchiata, trascinata sul pavimento e scaraventata contro un muro.

È stata caricata su una motocicletta e portata verso Gaza. Ha raccontato di essere stata palpeggiata e abusata sessualmente durante il tragitto fino a perdere conoscenza. Si è risvegliata seminuda in una casa distrutta, circondata da terroristi di Hamas. «Non sapevo esattamente cosa fosse stato fatto al mio corpo nei minuti in cui ero priva di conoscenza. Ma la mia anima lo sapeva già: nulla sarebbe più stato come prima».

È entrata in prigionia con la mandibola e il bacino fratturati, danni a un orecchio e una gamba ustionata. Nei 55 giorni di prigionia ha perso 12 chili, ha ricevuto pochissimo cibo e acqua e non ha avuto cure adeguate. Uno dei carcerieri, ha raccontato, le diceva che non sarebbe mai uscita, che l’avrebbe sposata e avrebbe avuto figli con lei. Durante uno spostamento è stata costretta a camminare per Gaza tenendolo per mano «come se fossi sua moglie».

Dopo oltre 50 giorni ha scoperto che anche Matan era ostaggio e si trovava poco distante. Ha chiesto ripetutamente di vederlo. I rapitori le hanno risposto «più tardi» e le hanno fatto anche pulire la cucina, lasciandole credere che poi l’avrebbero portata da lui. L’incontro non è mai avvenuto. Quando le hanno comunicato che sarebbe stata liberata, inizialmente non voleva partire senza Matan. «Sapevo che, se fossi uscita, la mia anima sarebbe rimasta lì, a Gaza». Matan è stato liberato dopo 738 giorni. Oggi i due sono fidanzati e si sposeranno. Ilana continua il proprio percorso di recupero tra psicoterapia, fisioterapia, visite e cure mediche.

Shoshan Haran, scienziata e fondatrice di Fair Planet, è stata sequestrata nel kibbutz Be’eri insieme alla figlia e ai nipoti ed è rimasta ostaggio per 50 giorni. Suo marito Avshalom, sua sorella Lilach, il cognato Evyatar e altri familiari sono stati uccisi. Haran ha raccontato la necessità di proteggere i bambini durante la prigionia, convivendo con la paura e senza conoscere la sorte dei propri familiari. Durante il webinar si è parlato anche dei bambini israeliani rapiti e dei giocattoli che erano stati preparati a Gaza per loro.

Simcha Greiniman, volontario di ZAKA da oltre trent’anni, ha raccontato ciò che ha trovato entrando nelle case dopo gli attacchi. In una stanza, ha riferito, il sangue ricopriva il pavimento al punto che i volontari scivolavano e non riuscivano a camminare. Per assorbirlo e poter continuare il lavoro hanno dovuto utilizzare venti sacchi di riso. Greiniman ha parlato di corpi mutilati, vittime con le gambe spezzate e frammenti umani che dovevano essere raccolti e identificati. I volontari di ZAKA raccolgono corpi, tessuti e sangue per contribuire all’identificazione e consentire la sepoltura secondo la halakhah, la legge religiosa ebraica.

Shari Mendes, riservista delle Forze di Difesa Israeliane nel Casualty Care Team, ha raccontato il lavoro alla base militare di Shura, dove sono state portate le salme per essere identificate e preparate alla sepoltura. Il processo ha coinvolto personale medico, dentisti e altri specialisti, con la priorità di identificare le vittime, informare le famiglie e consentire la sepoltura. Mendes ha parlato delle condizioni dei corpi femminili e delle lesioni osservate dopo gli attacchi, comprese quelle interpretate come compatibili con violenze sessuali.

Orit Sulitzeanu, CEO dell’Association of Rape Crisis Centers in Israel, ha spiegato quanto possa essere lungo il percorso necessario a una vittima di violenza sessuale prima di riuscire a raccontare ciò che ha subito. Molte delle possibili vittime del 7 ottobre sono state uccise e non potranno testimoniare. «Siamo cittadini, siamo civili. Non rappresentiamo nessuno. Nessuno ci paga per farlo», ha detto parlando dell’impegno di sopravvissuti, soccorritori e volontari che continuano a raccontare quanto accaduto.

Una delle domande dei giornalisti ha riguardato la risposta internazionale: il mondo ha dimenticato le vittime del 7 ottobre oppure non ha mai compreso pienamente quanto accaduto? Nella risposta è stato chiamato in causa anche il Qatar. Secondo quanto sostenuto durante il webinar, Doha avrebbe investito ingenti risorse nella diffusione di una narrazione favorevole alla causa palestinese attraverso social network, TikTok e campus universitari, raggiungendo soprattutto le generazioni più giovani.

Lo stesso tema è tornato nelle conclusioni di Gritzewsky. Dopo due anni trascorsi a battersi per il ritorno degli ostaggi, ha spiegato che oggi la loro lotta riguarda anche il modo in cui verrà ricordato il passato. «Qualcuno ricorda ancora il nostro dolore?», ha chiesto, interrogandosi poi sulle ragioni per cui Hamas venga considerato da troppe persone in Occidente un’organizzazione di liberazione.

A quasi tre anni di distanza, cure, riabilitazione e traumi fanno ancora parte della quotidianità di molti sopravvissuti. Ex ostaggi, familiari e soccorritori continuano a raccontare ciò che hanno vissuto e visto, anche per dare voce alle persone uccise e a quelle che ancora non riescono a parlare.

Il webinar anticipa “Donne: la libertà è sempre di moda”, l’evento organizzato dal Milton Friedman Institute a Milano il 25 settembre, dedicato alla libertà e ai diritti delle donne e alle testimonianze di chi ha vissuto violenza, terrorismo e privazione della libertà.

Nota della Redazione

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