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(ASI) Brasile - Dall’esito negoziale di questi giorni, che hanno visto protagonisti nella città carioca oltre 107 rappresentanti governativi a dibattere sulla questione ambientale, possiamo pacificamente concludere – come del resto amaramente preannunciato – che il vertice di Rio sia stato fallimentare in quanto gli stati si sono mostrati disposti ad impegnarsi unilateralmente e in maniera volontaria.

Infatti, già dal testo oggetto di negoziazione, era possibile evincere chiaramente che qualunque decisione fosse stata adottata non avrebbe avuto alcuna incidenza positiva sulla questione ambientale, e ciò per il semplice fatto che la problematica di cui si discute si qualifica come la stretta conseguenza di un inadeguato modello di sviluppo che alcuni dei paesi protagonisti al vertice di Rio hanno “imposto”. Certo: “green economy” e “green growth” sono state le parole d’ordine che hanno accompagnato e scandito i tre giorni della conferenza ma che, al tempo stesso, affondano le loro radici in una filosofia gattopardesca che impone ai negoziatori che “tutto cambi affinchè tutto torni ad essere come prima”.

Peccato, però, che “l’essere come prima” ha prodotto un cancro che potrebbe rivelarsi fatale se non si adottano interventi opportuni e tempestivi per invertire la rotta, con il rischio più reale che potenziale, di pregiudicare irreparabilmente la vita di un’alta percentuale di abitanti e di aree del pianeta. Senz’altro, è del tutto ingannevole cercare di porre rimedio alla situazione in cui versiamo continuando ad adottare inutili misure ambientali quali la compravendita dei certificati di CO2 (grazie alla quale i paesi industrializzati acquistano crediti ambientali da quelli poveri continuando, in concreto, imperterriti nel loro inquinamento); oppure l’attuazione di politiche che agevolino sia le aziende che producono biocombustibili (come previsto dalla PAC) che quelle che installano impianti fotovoltaici su terreni agricoli. Suddette agevolazioni infatti, oltre a favorire fenomeni quali la sottrazione di terreni fertili utili al sostentamento alimentare di molte popolazioni, producono fenomeni particolarmente dannosi quali la deforestazione - tanto in voga nell’america del sud.

Non è questa, a nostro avviso, la strada da battere. La situazione impone una presa di coscienza e, una volta per tutte, l’adozione di misure efficaci. Visto i tempi, non ha senso tinteggiare di verde la facciata dell’edificio quando all’interno la situazione è disastrosa e l’area è nauseabonda. Sarebbe invece opportuno ripensare nuovi modelli di sviluppo economico che si affranchino dal moderno modello consumistico che ha prodotto – e continua a produrre – danni incalcolabili sia sotto il profilo materiale che sotto quello morale, producendo falsi miti utili a innescare falsi bisogni che a lungo andare produrranno un vero e proprio avvelenamento delle coscienze.

Filippo Romeo Agenzia Stampa Italia

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