I dazi degli Stati Uniti si scontrano con l'innovazione cinese, in corso la CICPE di Haikou nel segno dell'apertura

(ASI) In Cina sono è in corso svolgimento la quinta edizione dell'Expo Internazionale dei Prodotti di Consumo, manifestazione a carattere economico-commerciale che mira ad aprire il mercato cinese alle importazioni dall'estero di beni di fascia media e alta, mostrando al contempo agli ospiti stranieri nuovi prodotti cinesi di ultima generazione. A questo riguardo, Andrea Fais, collaboratore di Agenzia Stampa Italia, è intervenuto sulle “colonne” di China Radio International (CGTN) per la rubrica “Opinioni”. Proponiamo qui di seguito la versione integrale dell’articolo.

Dopo la folle settimana dei dazi, con le borse di tutto il mondo che hanno viaggiato per giorni sulle montagne russe, domenica scorsa in Cina ha preso il via la quinta Expo Internazionale dei Prodotti di Consumo (CICPE). Organizzata negli spazi dell’International Convention and Exhibition Center di Haikou, capoluogo della provincia insulare di Hainan, l’edizione di quest’anno si focalizza sui temi dell’innovazione e della collaborazione globale.

I numeri diffusi all’esordio prefigurano un ennesimo successo per la manifestazione: 71 tra Paesi e regioni partecipanti, oltre 4.100 marchi esposti, mentre fra le aziende presenti ben 65 appartengono alla lista d’élite del Fortune Global 500. Se due anni fa era toccato all’Italia, stavolta il Paese ospite d’onore è il Regno Unito, che ha a disposizione più di 1.300 metri quadrati per esibire 53 marchi di vari settori, dalla moda ai beni per la casa passando per i prodotti di bellezza. Debutto assoluto, invece, per la Slovacchia, mentre il Brasile presenterà per la prima volta i padiglioni locali di alcuni Stati federali, tra cui quello di San Paolo, cuore economico del gigante latinoamericano.

Fino al 18 aprile, giorno di chiusura dell’evento, molto spazio sarà dedicato alle tecnologie più avveniristiche, con un’area fieristica destinata all’innovazione dove sono presenti, tra i vari, anche colossi di settore del calibro di Huawei, Tesla e Unitree per esporre prodotti hi-tech quali ad esempio smartphone di ultima generazione, robot umanoidi e occhiali per la realtà aumentata.

Sebbene l’espansione dei consumi in Cina abbia registrato un rallentamento nel 2024, con le vendite al dettaglio cresciute soltanto del 3,5%, contro il 7,2% del 2023, il valore delle importazioni di beni dall’estero è aumentato del 2,3% su base annua, sfiorando quota 2.650 miliardi di dollari, pari al 13,6% del PIL. Schiudere sempre di più i confini alle merci straniere di fascia media e alta sembra dunque una tendenza incontrovertibile e strutturale, non legata alla congiuntura ma all’obiettivo generale di fare del Paese il più grande mercato di consumo al mondo.

Un ruolo particolare, in questo senso, dovrà essere svolto anche dai prodotti di nuovissima tecnologia, ampliando l’offerta di beni hi-tech in comparti come la guida autonoma, i dispositivi indossabili intelligenti, i video ad altissima definizione, le interfacce neurali, la robotica e la manifattura additiva, cioè la stampa 3D e tutte le sue applicazioni. Non manca l’attenzione per segmenti emergenti in settori di consumo più tradizionali, come il turismo silver, ovvero quello mirato alla terza età, il turismo invernale nelle regioni fredde del Paese e la cosiddetta economia a bassa quota, vale a dire la logistica e il trasporto urbano tramite droni e veicoli eVTOL. Mercato – quest’ultimo – che, secondo le stime dell’Amministrazione per l’Aviazione Civile Cinese (CAAC), dovrebbe più che raddoppiare nei prossimi dieci anni raggiungendo un valore di 3.500 miliardi di yuan entro il 2035.

Il gigante asiatico diventa quindi una destinazione per beni e servizi stranieri, che possono intercettare nuove esigenze ed abitudini di una classe media in forte espansione. L’ulteriore apertura al resto del mondo è di fatto la migliore condizione per i Paesi importatori netti dalla Cina, intenzionati a ridurre il loro deficit commerciale attraverso il mercato e non la politica. Tale contesto dovrebbe spingere all’autocritica gli Stati Uniti, che sabato scorso hanno già dovuto compiere una prima, parziale, marcia indietro esentando smartphone, computer e semiconduttori dalle inique misure tariffarie applicate contro la Cina, arrivate nei giorni precedenti ad un assurdo 145% su tutte le merci importate.

Un conflitto commerciale di questa portata tra le prime due economie mondiali danneggerebbe entrambe nel breve periodo, ma nel medio finirebbe col provocare conseguenze potenzialmente letali per Washington. Non solo a causa dell’inflazione che si abbatterebbe immediatamente sul consumatore finale ma anche perché riportare in territorio statunitense la produzione di quei dispositivi, oltre che essere tecnicamente molto complicato, ne aumenterebbe esponenzialmente i costi, devastando le stesse Big Tech americane.

Come avviene da anni, le ragioni dell’economia mondiale smentiscono le posizioni politiche dominanti nei principali Paesi occidentali, mostrando l’obsolescenza di una visione geopolitica da guerra fredda, anacronistica e ferma al secolo scorso. Chi ancora immagina di poter fermare le lancette della storia dovrà fare ben presto i conti con la realtà e rendersi conto che i nuovi equilibri internazionali sono già un dato di fatto. E la CICPE in corso a Haikou ci fornisce più di un indizio a questo proposito.

 

Andrea Fais - CRI (CGTN)

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