(ASI) A cosa serve l’intelligence strategica, oggi? A indirizzare correttamente la lunga catena delle interpretazioni del Decisore, in primo luogo. Poi, a fare da selettore, automatico o meno, dei fatti e delle notizie, rilevanti o meno, per chi abbia accesso al sistema di intelligence.                                                                                                                  
 Infine, a collegare correttamente i dati dell’intelligence con il resto delle notizie open source e delle varie percezioni su un argomento. 
 L’intelligence non è mai unicamente una sequenza di raccolta dei dati: certo, servono, i dati, a qualificare, pensare, immaginare o rifiutare una qualsiasi operazione del Servizio, ma quello che davvero occorre non è mai il semplice dato, ma l’indicazione di come pensa nascostamente l’avversario e, quindi, cosa egli seleziona come concetto primario e, allora, più in generale, come il nemico gerarchizza e interpreta le proprie nozioni. 
 Il SIS, ovvero lo Strategic Intelligence System, produce l’informazione che serve ai più importanti dei decision makers. 
 Quindi, essa deve essere semplice, immediata, chiara, visto che molto raramente i decision makers hanno già esperienza di Servizio, ma anche nuova, fresca, ragionevole e, soprattutto, capace di essere, quando occorre, persino controfattuale. 
 Se il Servizio produce, come spesso accade oggi, anche in Italia, modelli che confermano le idee dei più superficiali dei politicanti, non va bene. 
 Nemmeno per le tenui carriere dei fessi che dicono sempre di sì. 
 Ovvero, una analisi non ovvia, non sempre deducibile dai fatti più noti, comunque non scontata, non puerile. 
 Vaste programme, come disse De Gaulle quando gli proposero l’abolizione dei cretini. 
 C’è, da un lato, la fascinazione puerile e molto “americana” per le nuove tecnologie. Che sono straordinarie, non v’è dubbio.
 Tecnologie che, come l’Intelligenza Artificiale, possono espandere, automatizzare, rendere perfino più raffinata la raccolta e l’elaborazione dei dati di intelligence. Ma che, ogni volta, deve essere adattata a un contesto in cui anche il Nemico usa l’AI. 
 Certo, ma occorre comunque avere a che fare con un personale adatto a analizzare la sequenza dei dati di un sistema AI e a capire come esso si relazioni con il decision making dell’avversario, sia se esso abbia a che fare con reti AI o meno.
 O ci sono esperti tecnologici, che non capiscono niente di intelligence, oppure ci sono esperti di intelligence che non sanno nulla di tecnologie AI.
 E se il nemico producesse, come è già peraltro accaduto, frammenti di informazione volontariamente manipolati, per poi mettere fuori fase le macchine AI che interpretano, da fuori, le scelte del suo governo? 
 E se il decision making nascondesse totalmente i suoi meccanismi di funzionamento, eliminando artatamente ogni segnale capace di portare il sistema analitico dentro il proprio meccanismo decisionale? Ci vuole poco, peraltro.
 Quindi, occorrerà vedere come i sottoinsiemi dell’Intelligenza Artificiale, il cloud computing, il machine learning, il problem solving, la robotica, siano davvero utili per le operazioni di intelligence. 
 Nella tradizione Usa, molto legata al mito della “macchina”, l’AI permette di automatizzare e di semplificare (e qui c’è già un pericolo) la raccolta dei dati e, in particolare, la sintesi tra la raccolta geospaziale, quella dei Segnali, quella umana HUMINT e perfino quella open source. 
 Tutto bene, ma come si può evitare che l’avversario allora “sporchi” scientemente la sequenza dei dati o che elabori modelli in cui le varie fonti contrastano in modo pericoloso tra di loro? 
 O dai notizie contraddittorie, o metti in cattiva luce una fonte utile, oppure crei una “narrazione” tale per cui stai operando per il Bene e la Democrazia, e qui i cretinissimi occidentali non potranno dir nulla.
 Probabilmente, si dovrà anche ritornare all’antico artigianato: qualcuno che entra nelle classi dirigenti del nemico, diviene credibile e, poi, modifica il processo decisionale del nemico a nostro favore. O ci informa di come va davvero. 
 Nel caso della Geointelligence, l’AI può raccogliere molto bene i dati dei sensori, spesso in tempi brevissimi. E, fin qui, tutto bene, ma la verità è nel cervello che valuta, così come la bellezza è in the eye of the beholder.
 Utile l’AI anche nella computer vision, talvolta utilissima anche per l’ELINT, l’electronic intelligence, soprattutto per la traduzione tra lingue diverse. Ma, certamente, questo non è tutto il processo dell’intelligence. Siamo sempre all’hardware, non al software concettuale.
 E’ questo quello che potrei chiamare il “complesso di Cartesio”, ovvero l’idea, tipica della vecchia mentalità scientifica occidentale, che occorra sempre vedere i fatti e che, poi, occorra sempre trovare il meccanismo automatico di un fenomeno.
 E’ un criterio del tutto sbagliato.
  I “fatti”, in una operazione del Servizio, di solito non si vedono, se tutto va bene, e non hanno mai un “meccanismo” univoco e certo. 
 Altrimenti non sarebbe una operazione del Servizio, ma un semplice atto di polizia o una operazione del tutto pubblica e ufficiale. 
 Il razionalismo mitico degli Usa e di altri Paesi similari tende sempre a “automatizzare” l’intelligence, quindi, tanto più la raccolta dati di un Servizio è automatizzata, tanto più è prevedibile e tanto più è del tutto inutile. E, allora, prevedibile, soprattutto dal Nemico.
 Occorre sempre utilizzare il “pensiero laterale” e la Serendipity. Il “pensiero laterale”, nato dalle osservazioni dello psicologo maltese De Bono, usa punti di osservazioni laterali, appunto, per risolvere un problema, senza utilizzare la logica “sequenziale”, quella più ovvia, visibile, accettata da tutti.
 Non si scava in una miniera nel posto sbagliato, ma in quello giusto. 
 Però il pensiero che De Bono chiama “verticale” scava sempre, appunto, nello stesso posto, e la mente umana, perché non vuole lavorare troppo, come tutti gli altri organi, è attratta dalla soluzione più facilmente probabile, più ovvia, “visibile” ovvero quella che essa stessa definisce come “naturale”.
 La Serendipity è la possibilità di fare scoperte casuali. Non è mai casuale, in effetti, ma è l’indicazione di un potenziale immaginativo e necessario di chi scopre un fenomeno, ma che sa soprattutto come utilizzare le informazioni casuali o apparentemente banali.
 Altra caratteristica, del tutto essenziale, nell’analisi di intelligence. 
 Alcuni Paesi, poi, pensano che la HUMINT, l’intelligence da fonti, appunto, umane, possa essere rafforzata da sistemi AI che raccolgono e selezionano, sempre secondo schemi preordinati, le “fonti”.
 Qualunque cosa sia preordinata non deve mai essere utilizzata in un Servizio, a meno di temporanee garanzie. Regola n.1. Altro che standardizzazione delle tecniche di analisi, occorrerà fare il contrario, in un mondo in cui i Paesi “terzi” acquisiscono poteri che erano inimmaginabili fino a pochi anni fa.
 Grave errore, quindi, il meccanismo preordinato: le “fonti” sono addestrate a evitare proprio quei sistemi. 
 Come peraltro accadeva anche ai tempi della guerra fredda, quando molti, moltissimi infiltrati sovietici nei Servizi occidentali erano perfino addestrati a uscire senza problemi dall’analisi con il poligraph, la cosiddetta “macchina della verità” e creavano anche una storia personale credibile ma del tutto immaginaria, e comunque inverificabile. 
 Ecco, loro sì che utilizzavano serendipity e pensiero laterale. Gli altri, con il loro positivismo ingenuo, si facevano fregare.
 Il problema vero è quindi l’analisi della sorpresa strategica: l’11 settembre è un caso di specie, ma le sorprese possono essere o “diffuse” o “specifiche”.
 Se non sai analizzare la sorpresa, è difficile che tu possa fare davvero intelligence. 
 Da cosa deriva comunque la strategic surprise? Dal fatto che tu, vittima, non sai come è composta la formula strategica dell’avversario (o dell’amico, il che è uguale).
 Se gli Usa non avessero compreso bene il ruolo del principe Turki in Arabia Saudita, capo dei Servizi di Riyadh dal 1973 a solo 10 giorni prima delle “Torri Gemelle”, forse avrebbero compreso che si stava operando una trasformazione dei rapporti tra mondo arabo-islamico e occidente. 
 Poi, sul piano privatistico, che nel mondo Usa è sempre parificato a quello pubblico, c’è stato il quasi-fallimento della IBM. Che è stata salvata, con difficoltà, da operazioni rapidissime e legate a informazioni riservate. 
 Bene, ma non sempre è così.
 Ecco, il sistema dell’intelligence non è un “supporto” alla decisione del dirigente, ma è la sua essenza, indipendentemente da quello che pensi il suddetto “bischero in automobile”, ovvero il dirigente, per usare una colorita espressione di Ernesto Rossi. 
 Ci sono da valutare delle nuove funzioni: la maggiore percezione, da parte dei dirigenti dello Stato (salvo i nostri) del rilievo strategico delle loro scelte.
 Poi c’è lo studio dei global trends, una ingenua costruzione che, però, serve a delineare le linee di sviluppo potenziali di un Paese.
 Peraltro, nella tradizione Usa, le operazioni avverse sono solo recentemente segnalate in modo corretto: le operazioni finanziarie, quelle di acquisizione industriale imprevista e palesemente nemica, insomma tutto, prima, nel business, avveniva nel global market e, quindi, andava sempre benissimo.
 Inoltre, c’è la “linea” avversa dell’intelligence Usa nei confronti delle politiche delle banche centrali e delle grandi società finanziarie UE e asiatiche di andarsene, spesso il più rapidamente possibile, dall’area del dollaro. 
 Anch’esso è oggi un tema centrale del controspionaggio Usa e dei Paesi più vicini.
 Quindi, siamo in fase di elaborazione di due nuove categorie dell’intelligence: il FININT (Financial Intelligence) e il MARKINT (Market Intelligence).
 Il FININT nasce dalla esperienza governativa dello studio di alcune agenzie nella valutazione e prosecuzione del lavaggio di denaro sporco, della evasione fiscale, del finanziamento del terrorismo.
 Ma c’è un pericolo: che i leaders, spesso del tutto incompetenti, basino le loro scelte non solo sull’informazione classificata, ma su quello che loro stessi ritengono essere la percezione diretta, sempre per loro, dei fatti. 
 Bravi! Ricordiamo la analisi dei Servizi Usa, nel gennaio 2019, quando le Strutture riferirono al presidente Trump che l’Iran non stava sviluppando un progetto militare nucleare, e il Presidente disse loro di “ritornare a scuola” e che erano “passivi e ingenui”.
 Stiamo arrivando al “declino della verità” e al sorgere di quello che oggi si definisce come “narrativa”.
 L’intelligence si è sempre definita come “truth to power”, la verità verso il potere. 
 Certo, c’era il mito neopositivista, ingenuo e spesso del tutto stupido, di creare verità stabili e indiscutibili, come se l’Altro non le sapesse, e di forgiare quindi meccanismi stabili e efficaci di analisi del “nemico”, come se il nemico non lo sapesse. 
 Cambia forse qualcosa con i non state actors, ma l’intelligence occidentale legge queste strutture come se fossero quasi-Stati. Invece non è così, ovviamente. 
 Si tratta piuttosto di gruppi ideologicamente moto coesi che si presentano come stati perché rappresentano, ma solo con la violenza, dei territori.
 Ecco: l’intelligence strategica sarà, almeno per ora, messa da parte dello sviluppo tecnologico, che occuperà in gran parte solo l’intelligence tattica, e a brevissimo termine, poi ci sarà la necessaria formazione, in un modo o nell’altro, della classe politica eletta, che dovrà imparare, bene o male, come si fa. 
 Poi avremo la capacità delle strutture automatizzate di selezionare il malware, l’informazione deformata, la notizia tale da mettere fuori fase proprio il proprio algoritmo.
di Giancarlo Elia Valori 
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France
President of International World Group
 
 
 
 
 
 
 
 
Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

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