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Il fine vita è la fine della vita (spoiler: e della politica)

Di Raffaele Iannuzzi 8 Settembre 2026 – 10:24 7 min di lettura

Il fine vita è la fine della vita (spoiler: e della politica)

Raffaele Iannuzzi – domenica 6 settembre 2026

La vita non è un bene di cui disporre

(ASI)  Rudi Di Marco e Daniele Trabucco, sulle colonne de La Verità di giovedì 3 settembre, hanno messo lucidamente a fuoco la problematica: è “un dato di ordine naturale” la realtà che regola la posizione della libertà di fronte alla vita. La vita di per sé è indisponibile a chiunque, dal momento che si sottrae “all’ambito della opinabilità, compresa quella del Legislatore”. La proposta veneta sul suicidio medicalmente assistito, come quella toscana, per certi aspetti, muovono “da una concezione della libertà e della persona” fondata sull’ “autodeterminazione”, “separata dal rapporto con il bene e con l’essere della persona”. Un modello tanto teorico (ideologico?) quanto performativo che “rivendica una insindacabilità assoluta sul piano giuridico (e prima ancora morale). Le teorie che ne stanno alla base concettuale rimandano alla property lockiana e in fondo alle matrici ideologiche dei vari liberalismi moderni e post-moderni”.

Locke, pensatore del Seicento, fondatore del liberalismo proprietario e padre ideologico del capitalismo americano ha esteso la natura della libertà soggettiva a tutto, dai cavalli alle deliberazioni giuridiche. Ognuno è proprietario di sé e di ciò che può dominare, possedere e controllare.

In questa cornice filosofica e insieme ideologica, la vita è una mia proprietà di cui posso e devo disporre incondizionatamente.

Questo approccio crea una serie di problemi giuridici, come la sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale ha messo in evidenza, sottolineando piuttosto ambiguamente che vi debba essere in linea di principio una tutela della vita, negando, così, “un generale diritto a morire” (che in sé è del tutto autocontraddittorio, anzitutto dal punto di vista biologico-naturale), ma in pari tempo individuando “un’area nella quale l’aiuto al suicidio non è punibile, sulla base di elementi clinici legati alla condizione di salute del paziente”. Ebbene, in Veneto hanno pensato bene di inserire ciò che non è punibile, ossia l’aiuto al suicidio, in una cornice sistemica e istituzionale, che segue “un percorso sanitario stabile, al quale sono ordinati procedure, personale, farmaci, dispositivi e risorse pubbliche”. Non si tratta, come risulta evidente, di una “questione soltanto organizzativa”, “perché ordinare mezzi significa orientarli a un fine e assumere quel fine entro l’azione dell’istituzione, ridotta a fornitore acritico di servizi”. Ciò diventa “una scelta sostanziale” della Regione Veneto e salta completamente l’antico motto della professione medica: primum non nocere.

Fin qui le stringenti riflessioni di un filosofo del diritto come Rudi Di Marco e di un costituzionalista come Daniele Trabucco. I quali, alla fine, lanciano una sfida: “Certo che parlare ora di metafisica del diritto e di esigenza fondativa richiederebbe altri interlocutori…”.

Parliamone, allora, con timore e tremore, ma senza infingimenti e inganni

Partiamo da una domanda: la vita è preziosa? Anzi, di più, è sacra? Non c’è dubbio. Va bene, ma perché?

Innanzitutto perché tutto ciò che è e c’è, nel senso dell’esserci vitale e storico, è vita. In termini aristotelici e tomisti, l’essere è “quodammodo omnia”. Tutto è essere e vita. Aristotele inventa il modello di interpretazione dell’essere come vita assumendo la categoria di “sostanza”, che permette anche di comunicare e dire cosa sia l’essere: “Socrate è un uomo”. La copula “è” connette il soggetto al predicato. Tutto ciò è vero, reale e ha senso perché l’uomo, guardandosi attorno, non vede altro che l’essere e si scopre come parte di quell’Essere che dona la vita.

Non a caso il Libro della Sapienza pone all’inizio la certezza reale e di senso dalla quale non possiamo evadere:

«Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.

Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza;
le creature del mondo sono sane,
in esse non c'è veleno di morte,
né gli inferi regnano sulla terra»

(Sapienza, 1, 13-14).

L’essere è e, sin dalle origini, è vita e non è manipolabile dall’uomo, che, in questo caso, potrebbe solo inoculare “veleno di morte”.

Questa è l’unica concezione della realtà che faccia alzare gli uomini dal letto, al mattino, contenti di essere vivi. Perché Qualcuno ha donato loro la vita.

Il senso religioso biblico, la metafisica religiosa e il senso comune muovono nettamente verso una piena indisponibilità della vita ad ogni meccanismo di potere, per quanto considerato “legittimo”.

Gesù conferma il Libro della Sapienza e lo fa, come sempre, in prima persona: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

La domanda proveniente dal “veleno della morte”…

A questo punto, scatta l’obiezione dell’uomo moderno liberale per convenzione e statuto ideologico: ma se un uomo non riuscisse più ad alzarsi dal letto, a parlare e sentire la vita come prima, come riconoscere l’essere che è vita? Non sarebbe più onesto affermare che questo non è più essere perché non è più vita?

Ebbene, se un uomo non ce la fa più, l’essere suo sta chiedendo agli altri, a gran voce, cura del suo essere e vita. Vivere è molte cose, fra queste accorgersi di avere intorno a sé uomini vivi. Gli uomini vivi si incontrano e si prendono cura degli altri. Il nostro turbamento dovrebbe piuttosto essere la risposta di Caino alla domanda di Dio: “Caino, dov’è tuo fratello?”. E Caino risponde: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gn 4,9).

I liberali non sono “guardiani” di nessuno, preferiscono, alla bisogna, avere un forte “guardiano notturno”, meglio se lo Stato, a difesa dei beni e dei capitali privati, soprattutto nelle crisi mondiali (2007-2008; 2011, in particolare), ma ognun per sé e Dio, il loro dio minore, per tutti. Così è, se vi pare, e il Veneto che comanda è soddisfatto della risposta di Caino.

Ma, in realtà, l’uomo che soffre e foss’anche in uno stato estremo e terminale, vuole vedere uomini con un ideale e una purezza nel cuore, tanto da lavorare per affermare l’essere come vita, perfino quando tutto sembra perduto. L’io in azione, mosso da un ideale, contraddice Caino, con la vita, rilanciando l’essere come nuova chance generativa. In altri tempi, questo avrebbe preso il nome di “politica”.

Cosa deve accadere perché ciò possa realizzarsi?

Deve accadere una cosa, un fatto, un evento, di più, un riconoscimento: io appartengo a un Altro che mi fa. Torniamo all’indisponibilità assoluta della vita. Elementare osservazione, perché, a ben vedere, che un uomo non si faccia da sé, sin dal primo vagito della sua avventura nel mondo, è cosa di tutta evidenza. Eppure questa evidenza naturale si è sfracellata sulla roccia delle ideologie della modernità, nelle loro molteplici, sebbene convergenti, varianti.

Perfino gli opposti hanno suonato lo stesso spartito: liberalismo e nazismo sono entrambi campioni dell’utile contro la verità metafisica e religiosa dell’uomo. Sparito il comunismo, è rimasto in piedi il marxismo utilitaristico e il materialismo ad esso correlato, del tutto vivo e vegeto.

Il liberalismo poi, nella sua versione radical-libertaria, è la S.p.A. guidata dai funzionari della morte. La vita non poteva rimanere fuori dall’ingranaggio nichilista, che trova la sua benzina al distributore di domande come queste: “Perché l’essere piuttosto che il nulla?”.

Interviene infine la pseudoetica giustificazionista: chi siamo noi per giudicare chi soffre e intende farla finita? E così ciascuno viene sottratto ad ogni giudizio e, di conseguenza, ad ogni responsabilità. Cortocircuito mentale: impongo un’etica giustificazionista per cancellare ogni etica della responsabilità. Perfino Weber, gran laico razionalista, insorgerebbe.

Ultima conseguenza: così facendo, sparisce dal mondo ogni traccia di essere-vita come dimensione indisponibile ai nostri schemi e piani. Se poi ci pensano le istituzioni, il principio di economia e di efficienza vengono rispettati, senza che alcuno possa sentirsi chiamato in causa. Codice alla mano, con la zona grigia della Corte costituzionale sopra descritta, la vita torna ad essere materia disponibile all’azione umana, sostenuta dal meccanismo artificiale che, dal Seicento in poi, Hobbes docet, viene chiamato Leviatano. L’intendenza – viva o morta – seguirà. Lo vuole lo Stato e certo lo vuole anche l’Europa.

Una società del controllo costruita a blocchi come gli strati tettonici, dalla coscienza alle strutture operative. L’indisponibile per natura, l’essere, è sottoposto al controllo moralistico di chi vuole il tuo bene dalla culla alla bara, e, nel caso, tu fossi contrario, c’è sempre l’arancia meccanica dei codici ad hoc.

Del resto, questa massiccia operazione di controllo poliziesco si coniuga con la società del divertimento, che non prevede la presenza del dolore e della sofferenza. Pur di sottrarsi al dolore e alla sofferenza, va bene anche il Leviatano, il corpus legislativo assassino e il moralismo da vecchie zie che fanno la calza mentre ghigliottinano i colpevoli. Un mondo di nichilisti becchini. Finisce la vita e, con essa, anche la politica, che si alimenta, fin dalle origini, di essere, natura e società viva.

Niente di nuovo sotto il sole. Fare il deserto per mantenere il potere di controllo sulla società, sui corpi e sulle coscienze: da Lenin ai radicali di turno, senza fermate intermedie.

 

Raffaele Iannuzzi – Agenzia Stampa Italia

Nota della Redazione

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