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Politica Estera

Cina, il sorpasso sugli Stati Uniti nel gradimento mondiale conferma una tendenza in atto

Di Andrea Fais 26 Agosto 2026 – 12:05 6 min di lettura

(ASI) Lo scorso luglio, il Pew Research Center, noto think tank statunitense con sede a Washington, ha pubblicato l’annuale indice di gradimento delle prime due potenze mondiali. Per la prima volta, la Cina ha superato gli Stati Uniti risultando la nazione vista con maggior favore in ben ventisette dei trentasei Paesi coinvolti nel sondaggio. A questo proposito, Andrea Fais, collaboratore di Agenzia Stampa Italia, è intervenuto sulle colonne di Radio Cina Internazionale (CGTN) per la rubrica “In altre parole”. Proponiamo qui di seguito la versione integrale dell’articolo.

La notizia è di oltre un mese fa, ma in Italia non se n’è parlato molto. L’ultimo sondaggio del Pew Research Center, famoso think tank indipendente con sede a Washington, ha infatti rivelato che la Cina ha sorpassato per la prima volta gli Stati Uniti nell’indice di gradimento a livello globale. Con una percentuale mediana del 46%, la Repubblica Popolare viene vista più positivamente della potenza a stelle e strisce, scesa al 36%, in un campione di oltre 42.000 persone, intervistate tra febbraio e maggio scorsi in trentasei Paesi nel mondo: ventisette di questi vedono prevalere un’opinione più favorevole alla Cina, nove agli Stati Uniti.

Tra i primi ci sono anche alleati storici di Washington come Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Canada, società dove nel corso degli ultimi anni l’opinione pubblica si è fortemente polarizzata su questioni esistenziali come commercio, energia, riarmo, immigrazione e sicurezza. Inutile girarci intorno: le cifre del Pew suggeriscono che la causa principale di questo drastico calo risiede nelle decisioni dell’Amministrazione Trump. Per quanto riguarda la Penisola, lo scarto tra chi vede con maggior favore la Cina e chi invece preferisce ancora gli Stati Uniti raggiunge addirittura i 20 punti percentuali: una forbice che fa di quello registrato nel nostro Paese il secondo divario più elevato in Occidente a vantaggio di Pechino, dopo quello rilevato in Spagna.

Le sei nazioni prese in esame dove prevale in modo consistente un parere favorevole a Washington sono Polonia, Filippine, Corea del Sud, India, Giappone e Israele. È proprio lo Stato ebraico a guidare questo gruppetto, con l’81% degli interpellati che vedono più positivamente gli Stati Uniti, contro il 19% che riserva invece il proprio gradimento alla Cina. Un’ovvia conseguenza del clima di guerra, e dei rispettivi posizionamenti geopolitici, che si respira quotidianamente da ormai quasi tre anni in Medio Oriente. Non a caso, nei territori palestinesi il giudizio è praticamente ribaltato: 9% di favore per gli Stati Uniti e 57% per la Cina.

In tutti gli altri Paesi asiatici coinvolti praticamente non c’è partita. In ordine di ampiezza Pechino prevale nettamente in Pakistan (+75 punti percentuali), Malesia (+56 pp), Indonesia (+43 pp), Singapore (+39 pp), Thailandia (+33 pp), Sri Lanka (+30 pp) e Bangladesh (+30 pp). Sebbene si tratti di realtà molto diverse tra loro, tutte sono state in qualche modo colpite dai dazi dell’anno scorso e dalle nuove tariffe introdotte dopo la bocciatura, a febbraio, dei precedenti provvedimenti da parte della Corte Suprema, che ha obbligato la Casa Bianca a rimborsare alle imprese ben 133 miliardi di dollari incassati dalle autorità doganali.

Secondo un’analisi di Huang Yanzhong, esperto di salute pubblica e relazioni sino-statunitensi, per il Council on Foreign Relations (CFR), celebre think-tank con sede a New York, sono tre i fattori alla base di questo sorpasso. Il primo chiama in causa sia gli investimenti in attrattività della Cina, che hanno aumentato l’efficacia del suo soft power, sia il prestigio acquisito dal suo modello di sviluppo, in particolare per quanto riguarda “auto elettriche, batterie e infrastrutture”, che hanno suscitato uno spirito di “emulazione” anziché di “derisione”. Il secondo fattore è compositivo, ovvero mette insieme la crescita del favore per la Cina nel Sud Globale, dove Pechino viene spesso vista come un esempio dagli altri Paesi in via di sviluppo, e l’emorragia di consenso degli Stati Uniti nelle altre democrazie avanzate. Ed è proprio il declino del soft power di Washington a costituire il terzo e “più importante” fattore secondo Huang.

Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire prevalentemente i risultati dell’inchiesta al comportamento di Donald Trump in questo suo secondo mandato. Se è vero che nel 2024 l’analogo sondaggio di Pew mostrava ancora un divario piuttosto ampio a favore di Washington, è altrettanto vero che il gradimento della Cina non si è semplicemente avvantaggiato delle proverbiali disgrazie altrui, ma è cresciuto di ben 14 punti percentuali in appena tre anni, passando dal 32% del 2023 al 46% del 2026, segno che le politiche adottate in specifici ambiti, di particolare impatto su scala globale, hanno costruito un certo consenso a livello internazionale.

Gao Jian, direttore del Centro per gli Scambi Umanistici Sino-Britannici presso l’Università di Studi Internazionali di Shanghai, mette in chiaro che la migliore percezione all’estero è il frutto non di una mera capacità di influenza bensì di una “solida base materiale”, a partire dal contributo della Cina alla crescita economica globale, rimasto per anni mediamente intorno al 30%, per passare ai prodotti esportati nel resto del mondo, senza dimenticare le grandi opere infrastrutturali e le energie rinnovabili, soprattutto se inquadrate nella logica della cooperazione dal mutuo vantaggio, a lungo promossa da Pechino. Degno di nota, secondo Gao, è anche l’insieme di iniziative lanciate in questi ultimi cinque anni da Xi Jinping per superare lo stallo internazionale e avviare un processo di riforma della governance globale.

Pechino sta investendo con forza su settori emergenti, come la transizione energetica, l’intelligenza artificiale, l’urbanistica e la mobilità sostenibili, l’agricoltura di nuova generazione, la salute e il benessere, che in termini di ricerca e sviluppo producono risultati capaci di superare i confini nazionali ed entrare in altri Paesi del mondo sotto forma di investimenti, joint-venture, partenariati pubblico-privati e collaborazioni accademiche.

Nella direzione inversa, invece, l’aumento dei flussi turistici in ingresso, con arrivi totali e spesa complessiva cresciuti rispettivamente del 17% e del 40% su base annua nel solo 2025, consente a sempre più cittadini stranieri di conoscere la Cina direttamente, osservando di persona il considerevole livello di avanzamento raggiunto su diversi fronti: consumi, sicurezza urbana, digitalizzazione, infrastrutture, logistica, promozione culturale, tempo libero e intrattenimento.

Da anni, inoltre, sempre più aziende hi-tech stanno acquisendo quote di mercato significative anche nei Paesi avanzati, dove smartphone, tablet, computer, televisori 4K ed elettrodomestici intelligenti provenienti dalla Cina hanno di fatto annullato il vecchio stereotipo sulla bassa qualità dei prodotti. Il settore automotive, sia nel segmento hybrid che in quello full electric, è destinato ad incrementare questa tendenza.

Malgrado i tentativi di eludere il dibattito, la crescita del consenso globale rispetto alla Cina sembra una tendenza inarrestabile e, forse, irreversibile. Dopo anni di bufale e contenuti pubblicati a scopo denigratorio, il gigante asiatico ha ottenuto un importante successo sul terreno dell’immagine internazionale. Dovrà ovviamente faticare per conseguirne di nuovi, ma potrà farlo da una posizione di maggior forza rispetto al passato.

 

Andrea Fais - Radio Cina Internazionale (CGTN)

Nota della Redazione

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