(ASI) Visti gli esiti dei negoziati precedenti, la prudenza è assolutamente d'obbligo. Tuttavia, dopo la stretta di mano di dicembre fra Xi Jinping e Donald Trump al G20 di Buenos Aires, quest'anno sembra cominciato sotto i migliori auspici per il generale rasserenamento delle relazioni fra Cina e Stati Uniti, un rapporto fra le prime due economie mondiali che ha bisogno di trovare un'armonia ed un equilibro in grado di riportare tranquillità sui mercati internazionali.

L'ultimo incontro fra le parti di ieri ha chiuso l'intensa quattro-giorni del settimo round negoziale in assoluto, e del terzo in meno di un mese, e sembra aver compiuto passi in avanti significativi per individuare un accordo capace di soddisfare le esigenze delle due potenze. Secondo quanto comunicato a Xinhua dalla delegazione cinese, guidata dal vice primo ministro Liu He, le parti si sono concentrate sul testo da redigere ed in particolare su questioni specifiche quali il trasferimento tecnologico, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, le barriere non-tariffarie, il settore dei servizi, l'agricoltura e i tassi di cambio.

A queste affermazioni ha fatto eco un tweet dello stesso Donald Trump che, dopo aver deciso di posticipare a data da definirsi l'inasprimento dei dazi - inizialmente previsto dal primo marzo prossimo - nei confronti delle merci provenienti dal Paese asiatico, ha scritto dal suo account ufficiale che gli Stati Uniti «hanno compiuto sostanziali progressi nei nostri negoziati commerciali con la Cina su importanti questioni strutturali, fra cui la protezione della proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico, l'agricoltura, i servizi, la valuta e molte altre cose».

A quanto pare, dunque, il tandem composto dal rappresentante al Commercio Robert Lighthizer, da sempre tutt'altro che benevolo verso la Cina, e dal segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, caratterizzato invece da un approccio più morbido rispetto al collega di governo, sta cercando di smussare gli angoli della rigidità mostrata nel corso degli ultimi due anni, ripercossasi in poco tempo, più o meno, su tutte le piazze finanziarie del pianeta, per giungere finalmente ad un accordo divenuto ormai essenziale per la stabilità dell'economia mondiale.

Da parte sua, il leader cinese Xi Jinping ha sempre difeso il dialogo, sottolineando il ruolo imprescindibile della cooperazione per risolvere i dissidi economici e commerciali, esortando le parti a parlare fra loro. Si tratta di un approccio win-win che la Cina ha fatto ormai da decenni parte integrante della sua dottrina di politica estera, ma a cui Washington era evidentemente poco abituata, dopo almeno venticinque anni caratterizzati da una visione sostanzialmente unilaterale delle relazioni internazionali, tutt'al più mitigata da alterne fasi di confronto e apertura verso i soli alleati.

Proprio il leader che più appariva lontano da compromessi durante la sua campagna elettorale sembra dunque finora l'unico presidente americano ad aver compreso che gli Stati Uniti non possono più assumere da soli decisioni fondamentali per la governance globale, tanto da aver ribadito venerdì scorso, durante un faccia a faccia diretto con Liu He alla Casa Bianca, che «i rapporti sino-statunitensi sono di estrema importanza».

Al di là della retorica europea, irretita in una forte polarizzazione fra sovranisti e liberali, la Cina non ha ovviamente interesse ad inserirsi in uno scontro tutto occidentale, dove l'immagine spesso conta ben più della sostanza. Molto severa sul piano commerciale nei confronti di Pechino - e di Mosca - è sempre stata infatti anche l'UE, spaventata dalla possibilità che i dazi americani colpiscano le proprie produzioni ma di fatto concorde con la linea dura di Trump verso Cina e Russia. Bruxelles, insomma, più che difendere il libero commercio e il dialogo multilaterale dalle chiusure "nazionalistiche", dall'unilateralismo e dal protezionismo, porta avanti in realtà semplicemente i propri interessi.

A Pechino l'hanno evidentemente capito e non intendono prendere le parti di nessuno, ma andare avanti per la propria strada, cercando accordi che possano risultare vantaggiosi per entrambi i contraenti. Stessa visione è alla base della questione coreana. Si avvicina, infatti, il secondo incontro fra Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un, previsto fra mercoledì e giovedì prossimi. Se il primo storico faccia a faccia del giugno scorso avvenne nell'avveniristica città-stato di Singapore, stavolta toccherà a Hanoi, capitale del Vietnam, fare da scenario per un summit che, dopo la rottura del ghiaccio di circa otto mesi fa, dovrà produrre nuovi risultati diplomatici.

In un suo articolo per il Washington Post di ieri, Simon Denyer prevede che, quando incontrerà Kim, Trump, oltre ad affrontare i temi della ridefinizione delle relazioni diplomatiche e della denuclearizzazione, indicherà proprio il Paese ospitante come un modello da seguire per la Corea del Nord. Dopo la fine di una terribile guerra contro gli Stati Uniti e di un'altra una più breve, ma comunque cruenta, contro la Cambogia degli Khmer rossi, il Vietnam cominciò a ricostruire il proprio sistema Paese, «'tuffandosi nel grande oceano' del commercio globale per diventare una dinamica economia in rapida crescita capace di stabilire relazioni strette con i suoi vecchi nemici americani».

Decisivo sebbene «invisibile», secondo molti opinionisti, è anche in questo caso il ruolo della Cina. Come scrive Han Peng in un suo editoriale pubblicato oggi per CGTN, il doppio "no" di Pechino - né proliferazione nucleare, né regime-change a Pyongyang - ha fin'ora garantito un fattore di equilibrio che ha creato, senza la necessità di un intervento diretto, le condizioni migliori per costruire un terreno di confronto su cui risolvere, una volta per tutte, una delle crisi politiche internazionali più longeve dei nostri tempi.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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