Dibattito sugli aiuti globali: perché la proposta di Reform UK divide il Regno Unito

(ASI) - Reform UK, il partito politico populista di destra guidato da Nigel Farage, ha presentato un piano per limitare il bilancio degli aiuti esteri del Regno Unito a 1 miliardo di sterline all’anno.

La proposta è stata resa pubblica nell’ambito del dibattito interno sulla spesa pubblica e sulle priorità di bilancio, suscitando numerose reazioni da parte di organizzazioni umanitarie, partiti politici e osservatori internazionali. 

Il Regno Unito è storicamente stato tra i principali donatori globali in termini assoluti e proporzionali per gli aiuti verso l’estero. Reform UK propone di fissare un tetto massimo di 1 miliardo di sterline all’anno per l’intero bilancio degli aiuti esteri. Oggi il Regno Unito spende ogni anno molto più di 1 miliardo di sterline in aiuti esteri, tra contributi a organizzazioni internazionali, programmi sanitari, aiuti umanitari, cooperazione allo sviluppo e altri impegni già sottoscritti dallo Stato britannico. L’ordine di grandezza è di molte decine di miliardi all’anno. Fissare questo tetto, comporterebbe una riduzione immediata del 90% della spesa in aiuti esteri, consentendo così di concentrare le risorse su aiuti emergenziali e sostegno specifico, ad esempio verso l’Ucraina o risposte a catastrofi naturali, senza compromettere la partecipazione britannica alle principali organizzazioni multilaterali.

Organizzazioni non governative e associazioni umanitarie, hanno prontamente criticato la proposta giudicandola potenzialmente dannosa per la presenza internazionale del Regno Unito e per gli sforzi globali contro la povertà, le malattie e le emergenze umanitarie. Esponenti del Partito Laburista e dei Liberal Democrats hanno definito la proposta come irrealistica e potenzialmente dannosa per la reputazione internazionale del Paese, sottolineando che riduzioni di questa portata metterebbero il Regno Unito al di sotto di donatori emergenti come Russia e Cina, rovinando così di fatto la reputazione internazionale del Regno Unito e portando consequenzialmente a inevitabili conseguenze diplomatiche di soft power, ossia delle capacità di un paese di influenzare gli altri, attraverso attrattiva culturale o valori piuttosto anziché attraverso la forza militare.

Carlo Armanni - Agenzia Stampa Italia

Foto AI Sora su input Carlo Armanni 

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