(ASI) Come recita il detto, meglio tardi che mai. Con sessantanove anni di ritardo, El Salvador ha ufficialmente riconosciuto il governo di Pechino come unico soggetto rappresentativo della Cina. Il piccolo Stato centramericano si è così allineato alla politica di 'una sola Cina', adottata a livello internazionale già nel 1971, quando l'Assemblea Generale dell'ONU espulse la rappresentanza diplomatica di Taiwan dal seggio riservato al Consiglio di Sicurezza, sostituendola con quella della Repubblica Popolare Cinese.

La svolta storica è stata sancita dall'incontro di martedì scorso a Pechino tra il vicepresidente cinese Wang Qishan e una delegazione salvadoregna composta dal primo candidato alla Presidenza della Repubblica, Medardo González Trejo, leader del partito di governo del Fronte Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale, Francisco Ruben Alvarado Fuentes, segretario legale del presidente, e Carlos Castaneda, ministro degli Esteri, che ha anche incontrato il suo omologo cinese Wang Yi. Secondo quanto riportato da Xinhua, Wang Qishan ha inviato i saluti del presidente cinese Xi Jinping al suo "collega" salvadoregno Salvador Sánchez Cerén, aggiungendo che «l'avvio dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, basato sul fondamento del principio di 'una sola Cina', si adegua al cardine del diritto internazionale e alla tendenza dei tempi, apre ad ampie prospettive per lo sviluppo delle relazioni bilaterali ed è in linea con gli interessi fondamentali e di lungo termine della Cina e di El Salvador», che diventa così il 178° Paese a ritenere Taiwan «parte inalienabile della Repubblica Popolare Cinese».

Com'è noto agli esperti o ai semplici appassionati di storia contemporanea, la disputa tra Pechino e Taipei nasce all'indomani dell'ultimo atto della guerra civile cinese e della presa del potere da parte dei comunisti di Mao Zedong e Zhu De nel 1949. Le residuali milizie del Kuomintang fedeli al generale nazionalista Chang Kai-shek ripararono sull'isola di Taiwan con l'appoggio logistico e militare degli Stati Uniti, formando un nuovo governo che si autoproclamò in continuità con la Repubblica di Cina, ormai decaduta sulla Terraferma, rivendicando la sovranità su tutta la Cina continentale, l'intera Mongolia e parte dell'odierna Repubblica di Tuva (Russia). Da allora, lo Stretto di Taiwan non ha mai smesso di essere teatro di frizioni e crisi diplomatiche, anche dopo l'adesione - più teorica che pratica - di Washington alla politica di 'una sola Cina'.

Malgrado la distensione voluta all'inizio degli anni Settanta dall'allora presidente Richard Nixon, l'atteggiamento americano è stato quasi sempre guidato da logiche opportunistiche, che di volta in volta, a seconda dello stato di salute delle relazioni sino-statunitensi, hanno arbitrariamente allargato i margini di interpretazione della politica su Taiwan, fin'anche a distorcerla. La Casa Bianca, di fatto, non ha mai smesso di fornire mezzi e armamenti alle forze armate taiwanesi né di tutelare e proteggere i settori politici indipendentisti, contravvenendo non solo alla politica di 'una sola Cina' ma anche al diritto internazionale e alla Legge anti-secessione cinese del 2005.

Forte della Risoluzione ONU 2758 del 25 ottobre 1971 - oltre che del dato storico, etnico, linguistico e culturale - la Cina considera Taiwan e i gruppi di isolotti attigui (Penghu, Kinmen, Matsu ed altri) una propria provincia e, di conseguenza, qualsiasi questione che la riguardi come un affare di politica interna. Eppure, nel corso degli ultimi ventisette anni successivi alla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti - in condizioni diverse, con varie motivazioni, con presidenze e maggioranze congressuali sia di destra che di sinistra - non hanno mai cessato di intromettersi nel processo di riunificazione tra le due sponde dello Stretto, su cui le parti stanno lavorando almeno dal 1992, quando fu raggiunto un primo concreto punto di intesa, capace di fornire una piattaforma stabile e duratura di confronto e discussione, nota per l'appunto col nome di Consensus 1992.

La decisione di El Salvador è una nuova sconfitta per la governatrice taiwanese Tsai Ing-wen, leader del Partito Democratico Progressista (liberal) e della Coalizione Pan-Verde (centro-sinistra), il contenitore delle forze più ostinatamente indipendentiste, tornato al potere dopo l'ottennato contrassegnato dal governo del Kuomintang (nazionalista sunyatsenista) e della Coalizione Pan-Blu (centro-destra), guidata dall'ex presidente Ma Ying-jeou, ben più aperto e disponibile al confronto con Pechino. Da quando Tsai è stata eletta nel gennaio 2016, sono già cinque i Paesi che hanno rotto i rapporti con la sedicente Repubblica di Cina, riconoscendo il governo di Pechino come unico rappresentante del Paese. Prima di El Salvador erano stati infatti São Tomé e Príncipe, Panama, Repubblica Dominicana e Burkina Faso a tagliare i ponti con l'isola, aderendo alla politica di 'una sola Cina'.

In generale, negli ultimi diciotto anni ben 14 Paesi hanno seguito questa decisione. C'è in Occidente chi parla di pressioni politiche da parte di Pechino, se non addirittura di «velate minacce», ma la spiegazione è molto più semplice e lineare. Il portavoce del presidente Sánchez Cerén, Roberto Lorenzana, è stato piuttosto chiaro quando, mercoledì scorso, in conferenza stampa ha affermato che «El Salvador non può più ignorare il fatto che la Cina è la seconda potenza mondiale e il primo esportatore globale», definendo «sovrana» la scelta compiuta dal Paese centramericano. «Dovremmo semmai domandarci - ha proseguito Lorenzana - perché non lo abbiamo fatto prima», rammaricandosi per «quanto El Salvador ha perso in passato a causa della mancanza di relazioni con un gigante economico come la Cina». Adesso, tuttavia, «le enormi opportunità che si aprono per un'economia come quella salvadoregna in un mercato di queste vastissime dimensioni sono impressionanti da un punto di vista scientifico e tecnico», ha osservato Lorenzana.

Di fronte ai malumori espressi da Washington poche ore dopo l'accordo sino-salvadoregno è intervenuto il portavoce del Ministero degli Esteri Cinese Lu Kang, che ha invitato gli Stati Uniti ad «inquadrare correttamente» le relazioni, fresche di avvio, tra i due Paesi. Con un riferimento nemmeno troppo velato alle intenzioni espresse nel testo-quadro della Legge di Autorizzazione per la Difesa 2019, recentemente siglata da Donald Trump, Lu Kang ha inoltre esortato la Casa Bianca a trattare le questioni relative a Taiwan in modo appropriato per evitare di danneggiare la cooperazione sino-statunitense, la pace e la stabilità lungo lo Stretto. A buon intenditor, poche parole.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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