(ASI) Lunedì scorso, presso la base militare di Fort Drum, nello Stato di New York, Donald Trump ha firmato la Legge di Autorizzazione per la Difesa Nazionale degli Stati Uniti (National Defense Authorization Act) per l'anno fiscale 2019. Con l'entrata in vigore della Legge, che prende il nome dal senatore John McCain, lo Stato ha stanziato per il prossimo anno ben 716 miliardi di dollari in favore delle forze armate. Si tratta, in generale, di un documento che stabilisce il budget riservato dal governo federale al Dipartimento alla Difesa, indicando priorità di politica estera e questioni salienti in tema di sicurezza nazionale.

Com'è ormai arcinoto, il concetto statunitense di sicurezza nazionale travalica ampiamente i confini del Paese e chiama in causa una serie di aree del pianeta anche estremamente lontane dalle coste degli Stati Uniti continentali. Per quanto riguarda la regione indo-pacifica, nel documento è stato riservato ampio spazio alla Cina. In particolare, la firma dell'inquilino della Casa Bianca autorizza il Dipartimento alla Difesa a «condurre una valutazione globale delle forze militari di Taiwan, specie dei riservisti». Secondo quanto recita il testo alla sezione 1257 del documento, questa valutazione «dovrà fornire indicazioni per migliorare l'efficienza, l'efficacia, la preparazione e la resilienza di autodifesa di Taiwan» in ambiti quali: gestione del personale e sviluppo delle forze armate; reclutamento, istruzione e programmi militari; C3I; ricerca e sviluppo tecnologico; fornitura di apparecchiature di difesa e logistica; pianificazione strategica e gestione delle risorse.

Alla sezione 1258, il Sense of Congress - cioè l'opinione generale del Congresso USA - su Taiwan si fa ancora più intrusivo, elencando una serie di suggerimenti alla Presidenza quali «rafforzare la cooperazione in ambito di difesa e sicurezza con Taiwan per supportare lo sviluppo di forze di difesa capaci, pronte e moderne» e «sostenere con forza le forniture di armamenti difensivi a Taiwan», con «particolare attenzione alla guerra asimmetrica e alle capacità militari sottomarine». Si tratta, insomma, di una nuova pesante dichiarazione di ingerenza in un territorio che il diritto internazionale, prima ancora del governo cinese, considera parte inalienabile della Repubblica Popolare.

La questione è vecchia e si trascina dai tempi della Guerra Fredda, quando nel 1949, dopo la conquista dell'allora capitale Nanchino da parte dell'Esercito Popolare di Liberazione, ala militare del Partito Comunista Cinese, le ultime milizie fedeli al generale nazionalista Chiang Kai-shek ripararono sull'isola di Taiwan per stabilirvi un nuovo governo autoproclamatosi in continuità con l'ormai decaduta Repubblica di Cina, guidata dal Kuomintang, e sostenuta proprio dagli Stati Uniti in funzione anticomunista.

Con la distensione dell'era Nixon, vista anche la crescente influenza internazionale acquisita dalla Cina nei tre lustri successivi alla prima Conferenza di Bandung (1955), l'Assemblea Generale dell'ONU decise di espellere Taiwan dal consesso internazionale, lasciando il posto a Pechino e riconoscendo, dunque, l'esistenza di «una sola Cina», rappresentata dallo Stato della Repubblica Popolare. Dopo quella decisione, tuttavia, Washington ha agito quasi sempre in violazione di quanto accettato a seguito di importanti vertici bilaterali ed accordi comuni. Anche successivamente alla fine della Guerra Fredda, sia George H.W. Bush che Bill Clinton, sia George W. Bush che Obama, hanno infatti dato il via libera a vari programmi di supporto delle forze armate taiwanesi.

Nel corso degli ultimi anni, sulla base del cosiddetto Consensus 1992 - con cui le due parti, sebbene mantenendo alcune distanze, avevano concordato di appartenere ad un unico Paese - erano stati compiuti importanti passi in avanti verso la definitiva riunificazione nazionale. In particolare era stato l'ex governatore dell'isola Ma Ying-jeou, espressione del Kuomintang, a favorire un processo di distensione che sembrava aver definitivamente superato il clima di tensione riemerso negli anni Novanta e culminato nella crisi dello Stretto del 1995-'96, "risolta" dalla decisione di Bill Clinton di inviare due portaerei nucleari al chiaro scopo di minacciare Pechino e costringerla a desistere dalle esercitazioni militari condotte dall'Esercito Popolare di Liberazione in prossimità delle acque taiwanesi.

Il 7 novembre 2015, Xi Jinping e Ma Ying-jeou si erano incontrati nella città-Stato di Singapore - confermatasi luogo di alta diplomazia anche col recente vertice tra Donald Trump e il nordcoreano Kim Jong-un - dando vita ad una nuova e promettente fase di dialogo tra le due sponde dello Stretto. Eppure, circa due mesi più tardi, a vincere le elezioni sull'isola è stata la leader del Partito Democratico Progressista, Tsai Ing-wen, tenacemente ostile al Consensus 1992.

Nel dicembre del 2016, poco dopo le elezioni presidenziali americane, la stessa Tsai telefonò a Trump, congratulandosi per la vittoria nell'evidente tentativo di sondare il terreno per ingraziarsi le simpatie del nuovo presidente ed incassare un primo sostegno politico. Nel febbraio successivo, il capo della Casa Bianca riparò a quell'iniziale gaffe chiarendo, nel corso di una telefonata con Xi Jinping, l'adesione al principio di 'una sola Cina'. Ora, invece, è arrivata questa nuova doccia fredda che, sullo sfondo della guerra commerciale innescata da Washington, non può che deteriorare ulteriormente i rapporti sino-statunitensi.

La proposta di Pechino - elaborata sulla base del concetto di 'riunificazione pacifica' formulato da Deng Xiaoping già nel 1983 - è sostanzialmente la stessa dal 1993, quando il governo cinese pubblicò un Libro Bianco sulla Questione di Taiwan, indicando per l'isola un iter analogo a quello già avviato al tempo per Hong Kong e Macao, le due ex colonie di Gran Bretagna e Portogallo, restituite in via definitiva alla Cina rispettivamente nel 1997 e nel 1999. Il modello 'Un Paese, due sistemi' garantisce tutt'oggi a questi due territori lo status di regioni amministrative speciali, con ampie autonomie a livello politico, giuridico, economico e finanziario. Se anche Taipei accettasse questa formula permetterebbe a tutta l'isola di mantenere intatto il suo sistema interno, lasciando a Pechino la sovranità su sicurezza e politica estera (e anche in questi ambiti ci sarebbero comunque spazi di autonomia per Taiwan).

Sulla base della Risoluzione ONU 2758 del 25 ottobre 1971, la Repubblica Popolare Cinese «è l'unico legittimo rappresentante della Cina presso le Nazioni Unite». Nel corso dei decenni, le velleità indipendentiste taiwanesi - che giungono a rivendicare non solo i territori insulari attuali ma addirittura l'intera Cina continentale, la Mongolia e parte della Repubblica di Tuva, oggi territorio della Federazione Russa - si sono completamente sgonfiate, perdendo credibilità ed influenza internazionale. Ad oggi, soltanto 17 Stati membri dell'ONU ed il Vaticano (membro osservatore) mantengono relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, riconoscendone l'illegittimo titolo di "Repubblica di Cina". Ovviamente, in questa lista non compaiono gli Stati Uniti ma per lo più piccole nazioni-satellite della politica estera di Washington, specie in America Centrale e in Oceania.

Il motivo della presa di posizione statunitense su Taiwan è comprensibile proseguendo la lettura dell'Authorization Act, specie quando si cita la «competizione con la Cina» come una «priorità di politica estera». Alla sezione 1259 del testo si fa inoltre esplicita richiesta al Segretario alla Difesa di escludere la Cina dalle RIMPAC, cioè dalle esercitazioni navali sul Pacifico, fin quando la potenza asiatica «non desisterà dalle sue attività nella regione del Mar Cinese Meridionale», cioè dalle operazioni che Pechino sta conducendo su isole ed acque che fanno parte della nazione cinese da secoli, esattamente come Taiwan. Richiesta piuttosto ardita.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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