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Lettere in redazione

Addio a Valerio Zecchini: scompare l’ultimo "sabotatore simbolico" di Bologna

Di Redazione ASI 12 Maggio 2026 – 18:54 3 min di lettura

Si è spento all’alba di questa mattina Valerio Zecchini, figura irregolare, refrattaria ad ogni classificazione, poeta performativo, agitatore culturale, uomo di frontiera nel lungo crepuscolo ideologico della Bologna post-novecentesca.

Con lui scompare non soltanto un artista, ma uno degli ultimi attraversatori di quella terra di nessuno in cui le identità politiche, le avanguardie artistiche e le rovine culturali del secolo scorso continuavano ancora, ostinatamente, a combattersi e contaminarsi.

Per molti era semplicemente “Zekkini”. Per altri, “Il Falco”. Qualcuno lo ha definito il “Limonov sotto copertura” italiano: formula forse imperfetta, ma non priva di verità. Come il personaggio russo evocato dai suoi estimatori, Zecchini apparteneva infatti a quella rarissima stirpe di uomini incapaci di adattarsi pacificamente alla neutralizzazione del conflitto, alla normalizzazione delle passioni, all’anestesia spirituale dell’Occidente contemporaneo. Non un nostalgico, semmai un sabotatore simbolico. Non un teorico sistematico, ma un provocatore culturale che abitava le contraddizioni invece di risolverle.

La sua formazione affondava nel futurismo, nelle estetiche radicali del Novecento, nei linguaggi della destra non conforme; ma ridurre Zecchini a un’appartenenza politica significherebbe non aver compreso nulla della sua funzione reale. La sua traiettoria fu piuttosto quella di un contaminatore: uno di quei personaggi che costringono mondi nemici a guardarsi, che attraversano gli steccati ideologici senza chiedere permesso, che introducono ambiguità là dove altri pretenderebbero purezza.

A Bologna — città che un tempo seppe produrre avanguardia e dissidenza e che oggi molti descrivono come un paesaggio culturalmente esausto — Zecchini fu presenza eccentrica eppure necessaria. Negli anni in cui il conflitto politico degenerava spesso in rituale stanco e caricaturale, egli trasformava simboli, retoriche e posture della radicalità novecentesca in un teatro musicale febbrile, autoironico, volutamente eccessivo. Preferiva definire le proprie performance “post-contemporanee”: definizione che gli apparteneva più di qualsiasi etichetta ideologica.

Con la Post Contemporary Corporation, fondata insieme al chitarrista Dario Parisini, Zecchini costruì una delle esperienze più singolari del sottosuolo culturale bolognese. Nei suoi interventi scenici convivevano declamazioni futuriste, poesia, rumore industriale, techno-rock, teatro politico, parodia virile e improvvise aperture liriche. Poteva recitare Foscolo facendo flessioni sul pavimento oppure trasformare Marinetti in un rito sonoro martellante e visionario. Tutto appariva insieme serio e grottesco, tragico e beffardo, come se ogni simbolo dovesse essere evocato soltanto per essere subito destabilizzato.

Ma il tratto forse più raro di Zecchini era umano prima ancora che artistico: la capacità di stabilire relazioni oltre il riflesso automatico dell’appartenenza. Antifascisti, artisti underground, ex militanti, musicisti, irregolari, provocatori culturali: molti, pur provenendo da mondi reciprocamente ostili, finirono per riconoscergli una singolare autenticità. In un ambiente sempre più conformato e timoroso, egli continuava a incarnare la possibilità dell’incontro imprevisto, della discussione non sorvegliata, dell’attraversamento reciproco.

Negli ultimi anni appariva quasi come un superstite di una stagione estinta: quella in cui Bologna possedeva ancora un sottosuolo capace di generare collisioni culturali reali, e non soltanto amministrazione di eventi. La sua morte viene percepita da molti come l’ennesimo segno della desertificazione spirituale della città. Non è soltanto un uomo che scompare: è un’intera tonalità esistenziale che si ritira.

Di lui resterà forse soprattutto questo: l’immagine di un poeta contromano, di un irregolare incapace di accettare la quieta decomposizione del presente. Uno che, anche quando il destino appariva avverso, sembrava voler rispondere nello stesso modo: andare oltre.

Nota della Redazione

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