Ordine dei Giornalisti, è tempo di superare la distinzione tra pubblicisti e professionisti

(ASI) La distinzione tra giornalisti professionisti e pubblicisti, prevista dalla legge istitutiva dell’Ordine dei Giornalisti del 1963, è sempre più oggetto di riflessione all’interno della categoria.

Una differenziazione che per decenni ha rappresentato l’architrave dell’accesso alla professione e dell’organizzazione dell’albo, ma che oggi appare sempre meno aderente alla realtà del mondo dell’informazione.

L’evoluzione tecnologica, la diffusione del giornalismo digitale, la trasformazione delle redazioni e dei modelli di lavoro hanno modificato profondamente il modo di fare informazione. In questo contesto, la distinzione tra professionista e pubblicista rischia di trasformarsi in una classificazione formale che non rispecchia più il reale contributo dei singoli giornalisti né il loro ruolo all’interno del sistema informativo.

Attualmente il giornalista professionista è colui che esercita l’attività giornalistica in modo esclusivo e continuativo e che accede all’albo attraverso un percorso specifico culminato con l’esame di Stato. Il pubblicista, invece, svolge attività giornalistica retribuita pur esercitando parallelamente altre professioni o attività lavorative. Una differenza che aveva una sua logica in un’epoca in cui il lavoro giornalistico era nettamente separato da altre occupazioni e caratterizzato da percorsi professionali ben definiti.

Oggi, però, il confine è diventato sempre più sottile. Molti pubblicisti collaborano stabilmente con testate locali e nazionali, producono contenuti quotidianamente e svolgono un lavoro giornalistico a tutti gli effetti. Al tempo stesso, numerosi professionisti si trovano a integrare il proprio reddito con attività esterne a causa delle difficoltà economiche che attraversano il settore editoriale. Le nuove forme di comunicazione digitale hanno inoltre reso più fluide le modalità di esercizio della professione, rendendo meno significativa una distinzione fondata principalmente sul tipo di rapporto lavorativo.

Anche dal punto di vista dell’identità professionale, la divisione continua a suscitare interrogativi. Sui tesserini dell’Ordine è riportata l’appartenenza alla categoria dei professionisti o dei pubblicisti, una specificazione che per molti rappresenta una differenza non sempre giustificata dalla qualità del lavoro svolto. L’informazione, infatti, non si misura attraverso un’etichetta burocratica, ma attraverso il rispetto delle regole deontologiche, la correttezza delle notizie, la verifica delle fonti e il servizio reso ai cittadini.

La funzione sociale del giornalista è la stessa indipendentemente dalla sezione dell’albo di appartenenza. Entrambi sono tenuti al rispetto della Carta dei Doveri, delle norme deontologiche e dei principi fondamentali della professione. Entrambi possono essere chiamati a rispondere davanti agli organismi disciplinari dell’Ordine. Entrambi contribuiscono alla tutela del diritto costituzionale dei cittadini a essere informati.

Per queste ragioni cresce il numero di coloro che ritengono opportuno avviare una riforma che conduca a un albo unico dei giornalisti. Una soluzione che consentirebbe di valorizzare le competenze, l’esperienza e la professionalità senza creare distinzioni percepite da molti come superate. L’obiettivo non sarebbe quello di cancellare i percorsi formativi o le necessarie garanzie di accesso alla professione, ma di riconoscere che il giornalismo moderno richiede criteri di valutazione diversi rispetto a quelli concepiti oltre sessant’anni fa.

Naturalmente, una riforma di questo tipo dovrebbe essere accompagnata da una revisione complessiva delle modalità di ingresso nella professione, della formazione continua e delle tutele lavorative, temi oggi centrali per il futuro dell’informazione italiana. Tuttavia, il superamento della distinzione tra pubblicisti e professionisti potrebbe rappresentare un primo passo simbolico e concreto verso un Ordine più moderno, capace di interpretare le trasformazioni del settore.

In un’epoca in cui il giornalismo è chiamato a confrontarsi con la disinformazione, l’intelligenza artificiale, i social media e le nuove sfide della comunicazione globale, ciò che conta davvero non è la categoria indicata sul tesserino, ma la qualità del lavoro svolto. Perché, al di là delle definizioni amministrative, un principio resta immutato: chi informa con responsabilità, competenza e rispetto delle regole è, semplicemente, un giornalista.

Aurelio Coppeto direttore di AgenPress

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