(ASI) Era l'ottobre del 2000 quando Pechino ospitava la prima conferenza ministeriale del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC), adottando il Programma per la Cooperazione nell'ambito dello Sviluppo Economico e Sociale. Presidente della Repubblica Popolare era ancora Jiang Zemin mentre lo scranno di primo ministro era occupato da Zhu Rongji. Cominciava così un percorso potenzialmente rivoluzionario nel quadro delle dinamiche Sud-Sud, che vedeva la Cina promotrice ed artefice di un nuovo modello di cooperazione dal mutuo vantaggio (win-win) tra un Paese in via di sviluppo già molto forte e parecchie economie arretrate, ancora in forte ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista dagli Obiettivi del Millennio, sanciti dall'ONU proprio quell'anno in vista del traguardo del 2015.

Dopo quel primo vertice seguirono altre cinque conferenze ministeriali, a cadenza triennale, alternando la sede tra la Cina e l'Africa: nel 2003 ad Addis Abeba, in Etiopia, nel 2006 a Pechino, nel 2009 a Sharm el-Sheyk, in Egitto, nel 2012 ancora a Pechino e nel 2015 a Johannesburg, in Sudafrica. A circa tre anni dall'ultimo vertice, a partire dal prossimo 3 settembre si tornerà dunque a Pechino per tirare le somme di quanto svolto fin'ora e preparare nuovi piani di cooperazione. In questi diciotto anni sono cambiate tantissime cose, non soltanto i nomi dei leader asiatici ed africani ma anche le capacità di investimento delle aziende cinesi in tutti i settori economici più strategici nel quadro della cooperazione sino-africana, a partire dalle infrastrutture e dall'energia per arrivare alla chimica, alla meccanica strumentale ed altro ancora. Per quanto riguarda il commercio, il volume di interscambio tra il Paese di mezzo e il Continente nero ha fatto passi da gigante. Soltanto l'anno scorso è cresciuto del 14%, toccando quota 170 miliardi di dollari.

L'incontro di quest'anno sarà dedicato al tema Cina e Africa: Verso una Comunità dal Futuro Condiviso Ancora più Forte attraverso la Cooperazione dal Mutuo Vantaggio e vedrà riunirsi nella capitale cinese il maggior numero di leader stranieri mai incontratisi in questo contesto. A prendere parte al FOCAC, infatti, sono i capi di Stato o di governo di tutti i Paesi africani ad eccezione del piccolo Swaziland che, pur intrattenendo discrete relazioni commerciali con la Cina, non ha ancora deciso di fare l'importante passo - recentemente compiuto da São Tomé e Príncipe, Panama ed El Salvador - di riconoscere Taiwan quale parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, adeguandosi a quanto sancisce il diritto internazionale sin dal 1971.

Al di là di questa defezione, quasi irrilevante, sono in programma numerosi incontri bilaterali - di cui alcuni già in corso - tra il governo cinese e le singole rappresentanze degli Stati africani. Il presidente cinese Xi Jinping, che copresiederà il summit assieme al suo omologo sudafricano Cyril Ramaphosa, si sta preparando a ben tre discorsi: uno in apertura di vertice, un altro in occasione del Dialogo di Alto Livello tra i Leader e i Rappresentanti Economici di Cina ed Africa ed infine quello che pronuncerà di fronte alla platea del 6° Business Forum Cina-Africa.

Stando a quanto anticipato da Xinhua, il consesso si concluderà con la ratifica di una dichiarazione e di un piano di azione, chiamati a fornire le linee-guida per la cooperazione sino-africana nel corso dei prossimi tre anni, sulla scia dei dieci grandi programmi per l'industrializzazione e la modernizzazione agricola avviati in seguito alle decisioni prese durante il precedente vertice di Johannesburg del 2015. Secondo Li Dan, direttore del Centro Studi sull'Africa dell'Università per gli Affari Esteri di Pechino, «in questi tre anni è stata approfondita la cooperazione tra Cina ed Africa ed è stata promossa la fiducia reciproca dal punto di vista politico». «Ci si attende - ha aggiunto Li - che il summit di Pechino offra un piano più generale, capace di riflettere la nuova situazione».

L'attrattività della proposta cinese agli occhi delle leadership del Continente nero è costantemente cresciuta nel corso degli anni grazie ad un approccio fondato, come da tradizione diplomatica cinese, sui Cinque Principi della Coesistenza Pacifica. La Cina, infatti, non si intromette negli affari interni degli Stati suoi partner, restando equidistante dalle parti in occasione di scontri politici, anche se intensi, nei Paesi stranieri. Questo atteggiamento, da un lato è gradito ai Paesi africani che - a differenza di quanto avviene con Stati Uniti e UE - non avvertono la pressione di apportare modifiche radicali, spesso percepite come "forzate" o "estranee", ai propri ordinamenti, mentre dall'altro consente alla Cina di conservare relazioni diplomatiche di alto livello indipendentemente dalla forza politica al comando, come avvenuto a seguito dei recenti cambiamenti al vertice nello Zimbabwe e in Sudafrica, dove i nuovi presidenti Mnangagwa e Ramaphosa hanno - almeno per ora - interpretato le pressioni della maggioranza delle rispettive popolazioni che chiedevano un rinnovamento dopo i lunghi mandati di Mugabe e Zuma.

Tuttavia, in questi anni, Pechino non è stata a guardare e, tramite i suoi colossi industriali, ha realizzato opere di enorme impatto come le linee ferroviarie Etiopia-Gibuti e Mombasa-Nairobi (Kenya), il sistema di metrotranvia di Abuja (Nigeria), le centrali idroelettriche di Soubré (Costa d'Avorio) e Isimba (Uganda), i ponti sospesi di Maputo (Mozambico) e Brazzaville (Congo), il nuovo container terminal di Tema (Ghana), il parco eolico da 153 MW di Adama (Etiopia) e molte altre ancora, affermando una visione di fondo in base a cui è lo sviluppo economico e sociale a creare le condizioni per la costruzione dello Stato di diritto, e non viceversa.

L'obiettivo cinese è evidentemente anche quello di collegare i progetti regionali inseriti nell'ambito dell'iniziativa Belt and Road alle istanze espresse dall'Agenda ONU al 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e dall'Agenda al 2063 dell'Unione Africana. Sebbene il grande piano logistico ed infrastrutturale di Pechino per la ricostruzione in chiave moderna della Via della Seta guardi anzitutto all'Africa Orientale, in realtà è l'intero Continente a poter godere dei vantaggi di un deciso ritorno dell'Oceano Indiano al centro dello scenario globale. Il gigantesco flusso di merci, la modernizzazione portuale, le reti ferroviarie, le energie pulite e i servizi sono tutti elementi-chiave finora trascurati o non sfruttati a sufficienza dai Paesi africani, che esportano molti prodotti (principalmente materie prime) al di fuori del Continente ma, come recentemente ribadito dai vertici dell'Unione Africana, commerciano pochissimo fra di loro.

La ratifica nel marzo scorso dell'Accordo Continentale di Libero Scambio Africano potrebbe invertire la rotta e, con il supporto della Cina, cambiare gli equilibri in un Continente che vede, purtroppo, ancora molti giovani scappare, spesso ammaliati con false promesse di prosperità dal mondo occidentale: un'illusione che, nella stragrande maggioranza dei casi, svanisce poco dopo lo sbarco sulle coste dell'Italia, della Grecia o della Spagna.  

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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