La vicenda giudiziaria di Chico Forti

(ASI) È di moda denunciare, anzi, direi meglio, diffamare la giustizia italiana, accusata di tutti i mali possibili. Del resto, noi italiani abbiamo molti pregi, ma abbiamo anche due difetti capitali: siamo esterofili e non ci “amiamo”.

Medito sopra questi difetti, quando, la mattina, facendomi la barba e la doccia, ascolto “24 mattina”, il programma mattutino di “Radio 24 e Il Sole 24 ore”. Ascolto quel programma da una vita. È fatto molto bene ma ci sono dei giornalistiche, se potessero parlare solo in inglese e coniare sempre nuove espressioni in inglese, sarebbero felici, ma qualcosa di italiano debbono dire, con malcelato fastidio.

La giustizia è il settore in cui questo odio, tutt’altro che evangelico, per se stessi e le proprie leggi e, viceversa, l’amore sviscerato verso il mondo e l’ordinamento anglosassone, specie statunitense, raggiunge l’acme. 

È un’antipatia alimentata da gran parte della classe politica, smaniosa di vendicarsi, soprattutto, contro l’azione della Procura di Milano, che, nella primavera del 1992,  dette vita ad un’indagine estesa ed efficiente che portò al crollo, pressoché totale, della vecchia classe politica, espressione della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Dalle “mani pulite” del 1992 si è passati alle “mani libere” dell’attualità. E ora, la classe politica sente il bisogno di riaffermare la “centralità” di se stessa, anche contro l’ulteriore motivo di emarginazione che le deriva dal fatto di essere ormai al servizio, non sappiamo per quanto tempo, dei potentati finanziari.

E in questa operazione, Governo e Parlamento, oltre a gran parte dell’avvocatura, non perdono occasione per delegittimare e squalificare la magistratura italiana, additandola al ludibrio sociale e al risentimento di gran parte della cittadinanza.

Ho detto “magistratura italiana” perché la stessa gode di una posizione di indipendenza che non ha eguali in altri ordinamenti e questo fa paura ai potentati politico economici.

Molto meglio, per gran parte dei “garantisti”, altri ordinamenti dove non esiste una situazione di questo tipo, dove le indagini sono gestite dalla Polizia che dipende dal potere esecutivo e, al posto del pm, c’è la scialba figura di una specie di ’”avvocato della polizia”, chiamato anche, a ragione, “accusatore”, perché accusa a prescindere. Immagino, però, che nei più remoti sogni di esponenti di area “riformistico – liberale”, che si annidano, ormai, in tutto lo schieramento politico, vi sia addirittura la scomparsa di questa figura scomoda che è il PM italiano.

Ho subito sulla mia pelle l’impatto della contemporanea aggressione all’ordinamento giudiziario italiano (che i magistrati italiani hanno l’obbligo di osservare) e agli inquirenti, da parte dei media di oltre oceano, mobilitati per la difesa aprioristica di una cittadina statunitense, coimputata di omicidio e di altri gravi delitti e della contestuale azione di delegittimazione di gran parte dei media italiani, con accuse di violazioni delle regole del “giusto processo” e del diritto di difesa. Fare il magistrato, specie del PM, in Italia, è difficile, durissimo, perché non si è supportati né da gran parte della classe politica né da quella dell’opinione pubblica. Molto più facile è fare, invece, il magistrato negli Stati Uniti, dove si è sostenuti dal potere e dai cittadini. Beati loro….

 La realtà dei meriti e dei demeriti è, però, un’altra. Sono sempre stato molto scettico, a dire il meno su tali accuse e ho voluto dare un’occhiata a vicende processuali con effetti molto più gravi, in danno, questa volta, di un cittadino italiano e da parte dell’ordinamento in nome del quale è stato gettato tanto fango sull’ordinamento italiano e ho “scoperto”la vicenda di Chico (o Chicco) Forti.

Non conosco gli atti di questo processo che si è svolto in Florida e quello che riporterò lo traggo da articoli di stampa  che mi auguro rispondano fedelmente alla realtà. Se non sarà così, me ne scuso sin da ora e cercherò di rimediare alle inesattezze in cui potrei incorrere.

Il 16 febbraio 1998 Dale Pike, figlio di Anthony Pike, dal quale il Forti stava acquistando il Pikes Hotel, a Ibiza, viene trovato assassinato sulla spiaggia di Sewer Beach, Miami, Key Biscane, in località Virginia Key, Sewer Beach. Forti viene accusato di essere parte in questo felony murder, un omicidio commesso durante l'esecuzione di altro crimine (l'accusa aveva posto come movente dell'omicidio una truffa di Forti ai danni di Anthony Pike); nel 2000 il Forti viene condannato all'ergastolo senza la possibilità di liberazione condizionale. Ha scontato parte della sua pena vicino a Miami, al Dade correctional institution di Florida City e al South Florida reception center di Doral. Chico Forti ha sempre dichiarato di essere vittima di un errore giudiziario.

L’uomo è stato colpito da due precisi colpi di pistola calibro 22, alla nuca: l’arma è quella in uso nei poligoni. Piccolo calibro, ma grande precisione e velocità. Il colpo alla nuca ricorda le esecuzioni di massa compiute dai cekisti sovietici. Si accerterà che Dale è morto presumibilmente verso le 19,30 del 15 febbraio.

Il cadavere ha una carta d’immigrazione con il nome della vittima, un boarding pass del volo Iberia, da Madrid per Miami, un braccialetto d’argento col nome Pikes.

L’assassino o gli assassini avevano cercato di favorire al massimo il riconoscimento della vittima. Attraverso il boarding pass, la polizia chiamò l’Iberia e chiese il contatto lasciato da Pike alla prenotazione per il volo. Fu individuato subito l’hotel Pikes di Ibiza il cui manager informò gli inquirenti che Pike era partito alle 15 per Miami per incontrare Chicco Forti e Thomas Knott, quest’ultimo figura centrale della vicenda, truffatore seriale, secondo i sostenitori dell’italiano e vicino di casa di Chicco. L’uomo era stato coinvolto in affari poco chiari se non loschi con Antony Pike, il proprietario dell’hotel di Ibiza, ormai in rovina, padre della vittima e l’ultimo di questi affari sarebbe stato il progetto, coltivato da entrambi, di vendere l’hotel di Ibiza all’italiano, che è in perfetta buona fede e pensa di fare un affare. Nonostante il Knott abbia tutte le “carte in regola” per apparire come il potenziale assassino di Dale Pike, come sostenuto dal consulente di Forti, l’ex detective Sean Crowley, gli inquirenti tralasciano, è il caso di dirlo, lo Knott che subisce una condanna lieve e ritorna in Germania, la sua patria, grazie ad una specie di patteggiamento.

C’è un particolare che merita attenzione. La vittima è nuda ed è stata trascinata sanguinante per i piedi, raschiando le mani sull’arenile e lasciando una traccia indelebile sino al boschetto antistante la spiaggia e c’è un souvenir dell’hotel Pikes di Ibiza di cui il padre era proprietario. Vicino al corpo si trova la camicia intrisa di sangue che conferma che l’uomo è stato denudato dopo la “sentenza” di morte e non prima.

Come in molti delitti, allora, c’è uno staging, una messinscena, destinata ad accreditare l’idea di un delitto a sfondo sessuale, anzi, per la precisione, come vedremo, omosessuale.

Perché ? Circa sette mesi prima, il 15 luglio 1997, era stato ucciso proprio a Miami lo stilista Versace, che era notoriamente omosessuale e conviveva con il modello Antonio D’Amico. Anche Versace fu colpito con due colpi in testa. L’assassino sembra essere certo Cunaan, nella lista dei dieci criminali più ricercati degli Stati Uniti, per gli omicidi di quattro uomini avvenuti dall’aprile di quel 1997, ma, nove giorni dopo l’uccisione di Versace, il Cunaan si suicidò, o così sembrò, con la stessa arma con cui aveva ucciso lo stilista calabrese.

Il luogo in cui il Cunaan fu trovato morto era una strana casa galleggiante.

Su tale suicidio, il Forti ebbe l’”infelice” idea di realizzare un documentario , dal titolo ingannevole “Il sorriso della medusa”,  uscito nel settembre 1997 in cui criticò duramente l’operato della Polizia di Miami e sostenne che il Cunaan era stato invece ucciso e poi portato in quella casa galleggiante per inscenare il suicidio.

Nella casa galleggiante fu trovato anche un passaporto di un micro stato al largo delle isole britanniche, il Sealand, intestato al proprietario dell’abitazione, un pluripregiudicato tedesco, Torsten Reineck, che ammise che Cunaan potesse conoscerlo, per avere frequentato la sua “Spa gay” a Las Vegas.

Chi aveva presentato a Chicco il proprietario della casa galleggiante e a fargli ottenere i diritti per girare il reportage sulla morte di Cunaan ? E’ presto detto: Thomas Knott, l’uomo che Dale Pike avrebbe dovuto incontrare insieme al Forti e che, però, a differenza di quest’ultimo, riuscì a tornare libero in Germania.

L’uomo che indagò sull’omicidio Versace, Gary Schiaffo, fu condannato per condotta illecita e falsificazione di documenti. Della sua squadra aveva fatto parte la giudice Victoria Plazer che avrebbe letto il verdetto su Chicco Forti.

Ovviamente, la notizia del documentario sullo strano suicidio di Cunaan e sui dubbi del Forti non solo su tutta la dinamica del fatto, ma anche, addirittura sullo stesso coinvolgimento del Cunaan nel delitto Versace, provocò enorme clamore a Miami e in tutti gli Stati Uniti e stimolò le non benevole attenzioni della Polizia di Miami sull’italiano che racconta che, durante il secondo interrogatorio a cui fu sottoposto dopo l’omicidio di Dale Pike, gli agenti gli strapparono le foto dei suoi figli davanti a lui, dicendogli: “ Non li rivedrai mai più, così impari a parlare male di noi”. (vds. “Chicco Forti e quel documentario sulla morte del killer di Gianni Versace”- 11 dicembre 2019, https:www.jene mediaset.it > news). Quel documentario non fu mai trasmesso negli Stati Uniti, ma pochi mesi dopo il Forti fu processato e condannato ed è ancora in carcere. Su quella casa galleggiante non sarebbe salito più nessuno e cinque mesi dopo il documentario, la casa affondò.

Questo è il mondo che ha preteso di dare lezioni all’Italia e alla Polizia italiana sulla vicenda di Amanda Knox, che, dopo circa quattro anni di reclusione, è tornata libera negli Stati Uniti, in forza della nota sentenza della Corte d’assise d’appello di Perugia, definitivamente annullata dalla sentenza della Prima Sezione della Corte di Cassazione., poi di nuovo condannata, dalla Corte d’Assise d’Appello di Firenze e poi definitivamente assolta, per insufficienza e contraddittorietà di elementi, dalla Quinta Sezione della stessa Corte di cassazione.

C’è dell’altro. Il giorno del delitto, Chicco Forti andò a prendere Dale all’aeroporto di Miami, ma, essendo in ritardo, mandò comunicati a quest’ultimo che lo stava attendendo all’aeroporto, annunciando pubblicamente che proprio lui lo stava aspettando, cosa che appare alquanto strana se avesse avuto l’intenzione di ucciderlo. Solo alle 18,20 arrivò Dale. Questi avrebbe dovuto dormire a casa dell’italiano ma, dapprima fece fermare il Forti, per effettuare una telefonata dal telefono pubblico, non si è mai saputo a chi, poi gli fece presente che avrebbe dovuto accompagnarlo a Key Biscane dove avrebbe passato una serata “allegra”, con donne e droga, insieme allo Knott. Nessuno, come ho detto, ha identificato il soggetto a cui telefonò Dale. Il Forti accontenta quest’ultimo e lo accompagna a Key Biscane, al parcheggio del Rusty Pelican, dove lo attende uno sconosciuto, a bordo di una Lexus bianca. Quello è l’ultimo momento in cui il Forti vede Dale Pike.

La Polizia non avvertì neppure il bisogno di sapere chi fosse lo sconosciuto che fu quello che vide la vittima dopo l’italiano e non accettò neppure di far fare un identikit dell’uomo al Forti (che era bravissimo in questi rapidi disegni). Quell’uomo potrebbe identificarsi nell’assassino o, alla peggio, in un prezioso testimone.        

Leggere questi aspetti della vicenda non può non suscitare indignazione ma finora ho affrontato solo il merito della questione, non le procedure adottate.

Veniamo a queste. Qui la fonte è un documento in PDF scaricabile da Google: “ Content doc. Il caso Stato della Florida contro Enrico Forti” di Roberto Fodde.

Qualche giorno dopo il delitto, il Forti doveva andare a prendere il padre della vittima a New York, ma viene a sapere che questi aveva preso l’aereo per Miami. Immaginandolo disperato e non lucido per la morte del figlio, Forti non si preoccupa più di tanto, mentre invece è la Polizia che ormai punta sull’italiano a far fallire l’incontro. L’italiano parte per Miami. Il Forti telefona al detective Gary Schiaffo, pregandolo di accompagnare la moglie Heather a prendere Antony, ma lo Schiaffo era d’accordo con la Polizia di Miami e si rifiuta e l’aereo ritarda. Forti attende nervosamente Antony ma la Polizia fa travestire Antony, il padre della vittima che, così, non viene visto e il Forti decide, allora, di andarsene verso casa, seguito però da un’auto della Polizia.

Poco dopo lo Schiaffo lo chiama e lo convince a presentarsi alla Polizia per una normale testimonianza e Chicco vi si reca spontaneamente, dopo aver contattato la Detective Carter.

È evidente che la posizione del Forti è, ormai, quella di “sospettato”, in Italia diremmo di indagato ma la Polizia omette, se fossimo in Italia, due adempimenti fondamentali: non avverte il Consolato italiano, come avrebbe dovuto fare trattandosi di un cittadino straniero che andava tutelato, stante la sua ignoranza dell’ordinamento statunitense e, soprattutto, avrebbe dovuto procurargli un avvocato che lo assistesse. Già, ma siamo negli Stati Uniti...

E invece Forti viene ingannato. Entra alla stazione di Polizia, così dicono gli americani, credendo che dovrà rendere solo una rapida testimonianza ma non immagina di essere già “sospettato” o “indagato”, dopo un’indagine durata meno di una settimana…

Così lo chiudono in una stanza e, dopo poco, inizia un interrogatorio incalzante. Forti è indagato ma manca l’avvocato. In Italia sarebbe uno scandalo e l’atto sarebbe totalmente nullo, a norma dell’art. 64 c.p.p.: manca l’avviso al difensore, manca l’avviso che l’indagato ha facoltà di non rispondere e manca lo stesso difensore. Ma queste sono le regole italiane.

Il fatto più grave e criminoso è che, ad un certo punto, per mettere in crisi il Forti e terrorizzarlo, gli propinano una gravissima bugia: gli dicono che Antony Pike è stato trovato morto a New York. “Ecco perché non riuscivo a trovarlo” si sarà detto il Forti che capisce di trovarsi di fronte a un interrogatorio spacciato per testimonianza. Chiede l’avvocato, com’è suo diritto e chiama la moglie che prega di avvertire il legale Paul Steinberg e di accompagnarlo alla Stazione di Polizia. Ma i “tutori dell’ordine” gli strappano la cornetta dalle mani col pretesto di non capire l’italiano.

Forti è in balia dei suoi persecutori e si sente indagato addirittura per due omicidi-Sempre più pressato, forse scambiando Dale con Antony, ammette che avrebbe dovuto andare a prendere Dale ma che questi non era mai arrivato. E invece lo aveva preso e poi lo aveva portato, su richiesta della vittima, dallo sconosciuto a bordo della Lexus.

Questa è la base dell’accusa contro Forti che avrebbe ucciso Dale perché questi aveva compreso l’errore del padre di cedere l’hotel Pikes per una cifra largamente inferiore al suo valore e cercò di impedirgli l’acquisto. La pistola calibro 22 era stata acquistata, in realtà, dal fortunato Knott che, però, non avendo i soldi, aveva chiesto al Forti di anticiparglieli e così fece figurare il Forti come l’acquirente dell’arma.

Il giorno dopo il drammatico interrogatorio, Forti ritratta e confessa di avere mentito per paura, ma non viene creduto. Altra violazione della regola del processo statunitense, secondo cui il sospettato può ritrattare utilmente le proprie false dichiarazioni entro 24 ore dal mendacio.

Ancora una volta rassicurato dalle parole dell’ambiguo (come minimo) Schiaffo, convinto di non correre seri rischi e deciso a chiarire la sua posizione, il Forti si ripresenta alla Polizia il 20 febbraio 1998, ma, seguendo i consigli dello Schiaffo, non si fa accompagnare dall’avvocato.

Sembra che questa figura sia un optional nell’ordinamento degli Stati Uniti ma è così, almeno in questo caso.

È appena il caso di aggiungere che questa “fiducia” che il Forti dimostra verso la Polizia di Miami e questa sua disponibilità a chiarire la sua posizione, si concilino molto poco con il suo coinvolgimento nel delitto.

Dopo 14 ore di interrogatorio, durante il quale i poliziotti spiegano al Forti il vero motivo dell’incriminazione, come s’è detto prima, il Forti viene arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Dale Pike e, da allora, le porte del carcere non si sarebbero più riaperte per Chicco.

Solo il 22 maggio  2000 inizia il processo, al termine del quale, il 15 successivo giugno, il giudice Platzer ha la pessima idea di derogare al carattere immotivato del verdetto ed esclama . “ La Corte non ha le prove che lei, sig. Forti abbia premuto il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale !” (vds. Magazzino Albaria.com Prima pagina, in “albaria.com/Chicco_Forti/”). Se avesse taciuto, avrebbe fatto una migliore figura, ma ha voluto parlare ed ha “confessato”, lei, il giudice.

La Platzer aveva “la sensazione” e, in forza di una sensazione, ha condannato il Forti, senza condizionale, nonostante i complici siano sconosciuti….I commenti li farò alla fine.

Chico, questo era il soprannome, viene processato per frode e circonvenzione di incapace in relazione all’acquisto del Pikes hotel, movente questo dell’omicidio e per concorso nell’omicidio di Dale.

Dalle due prime accuse viene pronunciata una sorta di sospensione del processo (“nolle prosequi”) e così, venendo a cadere il movente, pensa il Forti, dovrebbe crollare anche l’accusa di omicidio. Ma non è così.

Il Forti affronta il processo con una “difesa” che giudica sgangherata e con il giudice, Victoria Platzer, che era stato membro della squadra investigativa che aveva indagato sul caso Versace. Anche altri due detectives delle indagini sull’omicidio Pike avevano operato nelle indagini sull’omicidio Versace. Nel documentario “Il sorriso della medusa”, Forti aveva ipotizzato che la polizia di Miami fosse corrotta. E, per finire, Gary Schiaffo era entrato come consulente nel team di Reid Rubin, il “prosecutor”, cioè il “pubblico ministero”.

         Ho ricordato le agghiaccianti parole del giudice Platzer, dopo la lettura del verdetto, ma, prima dello stesso, il Prosecutor Rubin aveva pronunciato questa “regola di diritto”, all’americana: “ Lo Stato non deve provare che egli sia l’assassino al fine di dimostrare che sia lui il colpevole” (vds. “Magazzino.com” citato). Quindi sembrerebbe che, a parte il carattere totalmente involuto dell’espressione, non vi sarebbe la prova che il Forti sia l’assassino perché, secondo questo Rubin, il Forti è colpevole a prescindere dalle prove.

Peggio di così.

Dal profilo storico della vicenda (vds. ibidem, “storico”), si legge che, dopo la sentenza di condanna, emerge che il 18 luglio 00 fu avanzata un’istanza di revisione ma che la Corte “rifiuta la richiesta di un nuovo processo”. Quindi, l’istanza fu respinta.

L’8 agosto 00 Forti presentò appello contro la condanna e il 30 aprile di ben due anni dopo (2002), si svolse un’udienza per la revisione o l’annullamento del processo, ma il 12 giugno 02 la Corte respinse l’istanza senza giudizio di merito (“no opinion”). Il 24 luglio 02 ennesima reiezione dell’istanza del Forti, finché il primo dicembre 2005 fu ribadita definitivamente la condanna all’ergastolo dallo Stato della Florida.

Sono espressioni secche, relative a istanze e decisioni che si sono susseguite rapidamente.

Su “TGCOM 24”Mediaset 22 novembre e TG COM cronaca (20 novembre 2019, h. 16,20) comparve la drammatica dichiarazione di una giurata, Veronica Lee, all’epoca del processo giovanissima giurata, che ha detto, piangendo: “ L’intero processo è stato una c….a e molte informazioni in quell’aula di tribunale sono state nascoste….Ricordo di essere stata bullizzata dagli altri giurati perché credevo che ci fosse un ragionevole dubbio sull’innocenza di Chico”. La giovane è stata intervistata dallo speciale della tv americana CBS: “ The case against Enrico Forti”. 

Questo è quello che ho raccolto della vicenda, ma questa ricostruzione non sarebbe onesta se non citassi anche una versione contrapposta che mira, se non a difendere il processo, a dare delle spiegazioni su quelli che sono gli aspetti più assurdi della vicenda.

In uno studio che tende a confutare le considerazioni che si sono fatte sul processo, Claudio Giusti, ha passato in rassegna alcuni dei vari aspetti della versione da lui contrastata. Il documento si trova in  https://www.labottegadelbarbieri.org/il-grande-imbroglio-di-chico-forti/ ed è appunto intitolato “Il grande imbroglio di Chicco Forti.

         Un primo punto è questo. Forti prende in consegna Dale alle 18 del 15 febbraio 1998. Lo stesso verrà ritrovato l’indomani. La data della morte si attesta alle 19,30 del 16 successivo. Il Forti lascia Dale che sale nell’autovettura Lexus alle 19,10 del 15 febbraio.

Perché, nella telefonata che il Forti fa alla moglie alle 19,16, le mente dicendole che Dale Pike non è arrivato ? E perché ripete questa bugia anche al padre della vittima e più volte alla Polizia ? Non lo sappiamo, ma può una bugia essere prova di responsabilità in un omicidio ? Può spiegarsi solo così una bugia ? O possono venire in considerazione magari temporanei problemi matrimoniali e anche il timore della gelosia della moglie ? Poi, una volta costretto alla bugia con la moglie, ha dovuto ripeterla.

 Si è sostenuto che la moglie non abbia mai difeso il marito. Non è così. “Il Sussidiario.net” ha pubblicato un articolo recentissimo, del 19 ottobre 2021, intitolato: “ Heather Crane moglie Chico Forti e figli/”Non ha mai mostrato alcuna debolezza”, di Jacopo D’Antuno, con questo sottotitolo a commento di una foto che ritrae tutta la famiglia: “ Heather Crane moglie Chico Forti e figòli. La famiglia continua a sostenerlo e a credere nella sua innocenza: “ Non ha mai mostrato alcuna debolezza” (vds. https://www.ilsussidiario.net/news/heather-crane-moglie-chico-forti-e-figli-non-ha-mai-mostrato-alcuna-debolezza/2237862/). 

Altro punto. La frase, assurda, che il giudice Platzer avrebbe pronunciato dopo la sentenza e che, secondo il Giusti, non sarebbe stata pronunciata per la sua assurdità e anche perché autore del verdetto è la giuria, non il giudice che, nell’ordinamento statunitense, è il “moderatore” e gestore del processo che controlla dal punto di vista della legalità e che irroga la sanzione. E’ giudice del solo diritto, non del fatto.

L’obiezione mi sembra molto debole. Il Giusti contesta il fatto che, se fosse stato così, vi sarebbe stata un’aperta protesta del team difensivo di Forti, mentre invece, solo a distanza di anni dal fatto, è venuto fuori questo particolare. Già, ma a parte il “metus reverentialis” e lo scoramento di tutto il gruppo Forti, che aveva da poco udito una sentenza, o, meglio, un verdetto durissimo contro l’italiano, è proprio il fatto che la frase sia stata pronunciata dal giudice e non dai componenti della giuria e che si trattava di una di quelle frasi moralistiche e retoriche che i giudici statunitensi sogliono spesso  pronunciare a commento delle decisioni della giuria, proprio questo, si diceva, sembrava un fatto allora irrilevante, come una sorta di “predicozzo” del giudice. Il fatto che il giudice alludesse a sue sensazioni non autorizzava a ritenere che la giuria avesse deciso sulla base di queste. Si trattava di un commento, all’apparenza inutile ma che, solo a distanza di tempo e in concorso con altri elementi, appariva indice rivelatore di un ambiente prevenuto nei confronti del Forti.

 Altro punto. Giusti sottolinea il fatto che le garanzie difensive e cioè la lettura delle facoltà dell’indagato spettano a quello già ammanettato e, quindi, non era affatto obbligata a informarlo il 19 ma solo il 20, quando il Forti fu arrestato. Anche per il Giusti sembra che il difensore sia un perfetto optional e che è la Polizia che decide se occorra o meno il difensore. Per Giusti la Polizia poteva anche mentire all’indagato. Certo, si tratta di un bel singolare sistema di….”giusto processo”. Il Giusti che è così “garantista” a favore della Polizia, non lo è altrettanto nei confronti del Forti: la bugia sul mancato incontro con Dale si spiega solo con la sua colpevolezza ma potrebbe trattarsi di paura, di uno stato confusionale dovuto all’improvviso stress da interrogatorio che lui non si attendeva.

Il “nolle prosequi”non è un’assoluzione. Non è vero che il Forti fosse stato assolto dall’accusa di truffa. La Corte aveva sospeso il processo perché la truffa era il movente dell’assassinio. Ha ragione il Giusti ma la cosa rileva ben poco sul principale dell’omicidio. Inoltre il fatto che il Knott abbia patteggiato non rende il Forti, per questo innocente. Già ma il Knott ha goduto di un trattamento molto più blando quando la sua condotta avrebbe dovuto imporre un trattamento molto più severo.

Sul “processo lampo” e, quindi, sulle lungaggini, il discorso non riguarda il merito e non rileva.

Sul carattere immotivato delle decisioni dei giudici statunitensi, non c’è che dire. Il loro sistema è questo ma stupisce che il Giusti, che pure era uno schietto garantista, non si stupisca e non abbia parole critiche per questo principio.

Quanto a Knott, basta dire che la pistola calibro 22, strumento del delitto, fu da lui acquistata col denaro di Forti e che Dale doveva trascorrere la serata, invece che in casa di Forti, in un ambiente di sesso e di droga, in cui era presente lo Knott. 

E poi Knott era l’uomo che aveva aveva presentato a Chicco il proprietario della casa galleggiante e gli aveva fatto ottenere i diritti per girare il reportage sulla morte di Cunaan ? E Thomas Knott era l’uomo che Dale Pike avrebbe dovuto incontrare insieme al Forti. Come si fa a dire che non si conoscevano ?

Altre regole del procedimento americano e cioè che l’imputato non parla e che può solo rispondere alle domande se viene sentito come teste e il principio secondo cui è l’Accusa (e nel processo americano è corretto parlare di Accusa, mentre non lo è nel processo italiano) che parla per ultima.

Giudice Platzer. E’ stata in Polizia fino all’83, cioè fino a cinque anni prima dell’omicidio Versace e di quello Dale ed è quello che conta. E’ lì che ha intessuto i propri legami con l’ambiente della Polizia e nei periodi cruciali dei due delitti. Poi, durante la fase preprocessuale è stata avvocato e potrebbe essere stata anche “prosecutor”, non lo so, poi, è diventata giudice poco prima dell’apertura del processo.

Non so se fosse o meno coinvolta nelle manovre contro Forti, ma certo è che l’apparenza non andava a suo favore. Il Giusti conferma anzi le critiche al suo operato.

Non erano omosessuali solo Dale e Knott. Lo erano anche Versace e Cunaan. Il depistaggio “omosessuale” serviva a indirizzare le indagini su Cunaan ma il Forti avrebbe preso posizione contro questa operazione.

Sulla scheda telefonica, il Giusti si profonde in illazioni. Il compito di identificare l’uomo che il Dale chiamò dalla Stazione di servizio (e che era in combutta con Knott) sarebbe spettato alla Polizia. Perché non lo ha fatto ?

Il Forti non è scappato durante i lunghi mesi della libertà provvisoria. E con questo ?I motivi ostativi sono indicati dal Giusti ma non spostano la questione né lo sposta la mancata difesa del marito fatta dalla moglie del Forti. E con questo ? Chi ci dice che tra i due non vi fosse, come ho detto, una crisi coniugale magari per la presenza di un amante e che le bugie alla moglie non potessero avere questa motivazione ?Oppure che la moglie fosse a conoscenza del fatto che il Forti doveva avere contatti con un ambiente omosessuale e che lei non gradisse queste frequentazioni del marito.

Dichiararsi colpevole. Il Forti avrebbe potuto concordare una confessione e ottenere una pena più lieve. Non lo ha fatto e questo, lungi dal confermare la sua responsabilità, la smentisce.

Forti non ha mai chiesto un nuovo processo. Beh, con quello che è successo nel primo, non si può non convenire con lui che non ha molta fiducia nella giustizia a stelle e strisce, per lo meno quella della Florida.

La questione della truffa è una considerazione di merito. Giusti dice che il Forti non aveva i soldi per rilevare l’albergo ma vi erano contestazioni sul reale valore dello stesso.

Traduzioni sbagliate. Il prosecutor, con la frase dal significato come minimo ermetico che si è citata, voleva dire che lo Stato non deve provare che il Forti è lo shooter, cioè lo sparatore, quindi l’esecutore materiale, ma deve provare che ha concorso nell’omicidio di Dale. Già, ma l’esecutore chi sarebbe ? Un qualche rapporto l’esecutore col mandante dovrebbe averlo. Se non si sa chi è l’esecutore, come si fa a stabilire in che rapporti fosse con il Forti e perché ha concorso con lui ? Confesso di essere sorpreso dal ragionamento del tutto unilaterale e carico di un pregiudizio colpevolista contro Forti. Veramente non capisco.

Omissioni e conflitti di interessi della difesa. Il ragionamento di Giusti può essere accettato ma rileva ben poco nell’economia generale della vicenda.

La congiura non esisterebbe perché lo “scialbo filmetto” su Cunaan non lo vide nessuno. Non l’avranno visto, ma lo sapevano certamente e, nel corso di uno degli interrogatori, i poliziotti accusarono il Forti di avere parlato male di loro e questa frase non è smentita dal Giusti. Hanno atteso il momento propizio e gliel’hanno fatta pagare.

E la paura del carcere era del tutto giustificata. Nessuno può negare che vi sia stato un accanimento contro Forti e il legame con la vicenda Versace è il primo elemento che balza agli occhi.

La pistola. Gira e rigira, l’arma la doveva acquistare Knott ma, non avendo i soldi, glieli anticipò il Forti. Non mi pare che ci siano discrepanze rilevanti. E’ facile che il commesso abbia equivocato su qualche dettaglio.

Sulla sabbia, il Giusti ammette che ogni informazione è stata occultata. E’ un modo di procedere normale questo ?E, comunque, non smentisce quello che afferma il Forti che, alla fine, viene sommariamente descritto come l’omicida a sfondo (finto) omosessuale, secondo il curioso pregiudizio del Giusti.

La questione delle giurisdizioni. O Miami o Miami Beach, certo sono due giurisdizioni diverse ma sono vicine e appartenenti allo stesso centro urbano. Schiaffo si è comportato in modo chiaramente ambiguo, a dire il meno e a nulla rileva la giurisdizione. Del resto divenne consulente proprio dell’Attorney di Miami, cioè della giurisdizione di Miami, quella del delitto Dale.

Sulla questione internazionale, il Giusti conclude sbrigativamente ma significativamente: “ Siamo in America e non in Italia”. Cosa vuol dire ? Non si capisce o, forse, si capisce sin troppo bene. Non lo so.

Sulle impugnazioni. Il Giusti dice che sono stati concessi: uno diretto e due “habeas corpus”. Poi c’è un “amicus curiae” dello Stato italiano. Ora capisco cosa intendeva l’avvocato Dalla Vedova, nel processo a carico di Amanda Knox e Sollecito, quando indicava la ragazza come “amica curiae” mentre era imputata. Già ma quel processo si faceva in Italia non in America e, comunque, alla fine il Giusti ammette: “ negli USA il processo di merito chiude la vicenda”. Chiaro no ?

Il Giusti, poi, si rivela quando parla dell’interessamento del governo italiano e sostiene che non esistono casi di criminali comuni aiutati dall’interessamento di governi stranieri. E arriva a negare che la Clinton, all’epoca segretario di Stato, si fosse interessata in favore di Amanda Knox. Il Giusti, evidentemente, non sa che le cose non sono affatto così semplici. L’interessamento di autorità pubbliche in favore di Amanda, è stato assolutamente indiscutibile da parte di un personaggio della Superior Court of Washington di cui non intendo fare il nome e, soprattutto, della senatrice dello stesso Stato di Washington, a cui appartiene la città di residenza di Amanda, Marie Cantwell.

Del resto, lo stesso Donald Trump, poco prima della sua elezione a Presidente degli Stati Uniti, era intervenuto a favore di Amanda Knox e aveva proposto il boicottaggio economico dell’Italia se non fosse stata liberata, oltre a esprimersi in termini non proprio gentili nei confronti di un magistrato straniero che non aveva mai conosciuto e che sarebbe chi sta scrivendo.

“Arriva Tacopina”. Qui il Giusti manifesta un odio e un pregiudizio  incomprensibile nei confronti di un suo connazionale e un’ammirazione sconfinata verso il popolo americano che non crede “alle incredibili idiozie che invece gli italiani si bevono come acqua fresca”. Ma dove vive, o, meglio, viveva il Giusti ? Io ho subito un mare di calunnie da larga parte dei media statunitensi, orientati dalla campagna d’immagine o, meglio, di manipolazione d’immagine, di una lobby di Seattle che ha diffuso una montagna di bugie che gran parte degli americani si sono bevute senza fiatare e senza ritegno e il Giusti fa queste affermazioni ? Non aggiungo altro, perché non immaginavo che avrei dovuto parlare di fatti personali e non è questa l’occasione.

Aggiungo che il Tacopina doveva assumere la difesa di Amanda ed io lo conosco per questo ma poi ha cambiato idea.

Il Giusti, ovviamente, non si degna di ricordare e di commentare la confessione della giovane giurata della Corte che condannò il Forti, Veronica Lee. Non mi stupisce.

Non è il caso di aggiungere altro. Il Giusti è il solito italiano autolesionista ed esterofilo. E’ un grave difetto nazionale. Avevo pensato che citare un personaggio che ha idee contrapposte ai sostenitori di Forti sarebbe stata una manifestazione di serietà ma debbo dire che, alla fine, sono rimasto profondamente deluso dalle affermazioni di questo giornalista.

Intanto, il 23 dicembre 2020, il Ministro degli Esteri Di Maio ha annunciato che il governatore della Florida, Ron De Santis, ex militare e noto come reazionario, ha accolto con riserva, l’istanza del Forti di avvalersi dei benefici previsti dalla CEDU, con la possibilità di essere trasferito e di scontare la pena in Italia, ma, ad oggi, il Forti è ancora negli Stati Uniti, speriamo per poco.

Io, contrariamente al Giusti e ai contrapposti sostenitori dell’italiano, non so se il Forti sia colpevole o innocente. Al di là dei sistemi giudiziari della tradizione giuridica occidentale, i giudici e i giurati ed anche i PM e i poliziotti debbono essere ed apparire imparziali e scevri da pregiudizi. Nella vicenda Forti, non mi pare affatto che lo fossero, solo che, mentre l’ordinamento italiano ha gli strumenti per prevenire e, comunque, correggere gli errori giudiziari, quello statunitense ne è privo.

Io, da parte mia, ho cercato solo di presentare i fatti e anche le loro contrapposte versioni.

Spero solo che si faccia luce su questa vicenda.

Giuliano Mignini per Agenzia Stampa Italia

    

                                                                                               Giuliano Mignini

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