La libertà del potere e la libertà dal potere: anatomia del dispotismo legale postmoderno

Il potere ringrazia

Era già tutto scritto in calce alla storia, bastava solo leggere con attenzione.

(ASI) A partire dalla modernità liberal-capitalistica, la libertà diventa il potere dell’individuo proprietario, come insegna John Locke (1632-1704). Gli studi del politologo canadese C.B. Macpherson (1911-1987) sull’ “individualismo possessivo” hanno chiarito, già nel 1962, in piena Guerra fredda, il nodo essenziale.

Un acuto giurista come Pietro Barcellona (1936-2013) ha approfondito la materia trattandola in termini di “individualismo proprietario”. In sintesi, la modernità si costituisce attorno all’individuo che, oltre la figura dell’homo faberrinascimentale, descritto dal filosofo marxista Ernst Bloch (1885-1977) nella sua bella opera sulla filosofia del Rinascimento, uscita in Italia dopo la sua morte, nel 1981, diventa homo oeconomicus, incorporando la libertà come potere. Dopodiché questo potere viene definito “diritto” e lo stadio evolutivo più stringente viene definito da J.S. Mill (1806-1873), in piena età vittoriana, nella sua opera On Liberty (1859) dedicata alla libertà come diritto delle élites. Mill, come mi fece notare molti anni fa lo storico del pensiero economico Aurelio Macchioro (1915-2015) in uno scambio epistolare datato 1992, è un sostenitore del voto “ponderato”, basato sia sul censo che sul riconoscimento del livello di cultura e istruzione personali. La libertà moderna nasce come il potere di chi comanda e decide come la società debba organizzarsi in punta di “diritto” e secondo quali “diritti”. Questi “diritti” sono poi i fondamenti del consolidamento del potere delle oligarchie al comando. Tutto questo mentre si demonizza l’Ancien Regime, trattandolo da postribolo reazionario e fonte di ogni perversione filosofica, etica e sociale. Dalla Rivoluzione francese in poi le cose stanno così anche nell’Europa continentale, con l’unica eccezione di Hegel e del cattolicesimo social-comunitario bollato, secondo lo scontato copione di comodo, come reazionario.

La modernità è fatta così e il potere che l’ha tenuta in pugno, parlando la lingua dell’individualismo possessivo, libertario e settario contro ogni altro sistema di valori (Locke e Mill escludono dalla società, di fatto, i cattolici), ringrazia. Pellicani scambiò Mill per un liberal-socialista alla Rosselli, e questo la dice lunga non solo sugli errori dei grandi intellettuali, mi riferisco a Pellicani, ma anche sui limiti strutturali di un eventuale gioco alla pari tra un liberal-radicale elitario come Mill e un socialista liberale e anticomunista come Rosselli.

La Guerra fredda e la guerra di posizione anti-comunitaria e anti-popolare

Alla fine arrivò anche la Guerra fredda a dettare legge e ognuno inziò a pensare alla propria bottega: l’Occidente liberalcapitalista contro il comunismo dispotico come l’antico Oriente. L’Impero del Bene contro l’Impero del Male. Nella mischia non si risparmiano colpi e chi la pensa in altro modo rimane fuori dai giochi. Così fu, salvo poi dover rileggere, come ha fatto a più riprese il politologo americano John Mearsheimer, l’intera vicenda storico-politica americana e occidentale, evidenziando il fallimento del progetto ingegneristico di controllo capillare del mondo. I Brics oggi dettano un’altra agenda e la verità inizia a farsi assai più complessa e articolata, quanto basta per iniziare a rivedere l’intero apparato ideologico e culturale dell’universo liberalcapitalista, senza per questo dover sputare addosso alla nostra civiltà europea e cristiana, anzi proprio per valorizzarne fino in fondo l’essenza religiosa, etica, antropologica e culturale.

La Guerra fredda, vinta dall’Occidente, vede oggi lo stesso Occidente, pardon l’Europa in primo luogo, riprendere la vecchia agenda moderna, rovesciandola sul terreno postmoderno contemporaneo. J.D. Vance ha detto questo agli europei, a Monaco, il 17 febbraio scorso (https://www.fortuneita.com/2025/02/17/ecco-il-discorso-del-vp-usa-j-d-vance-alla-conferenza-di-monaco/). Chi teme l’esercizio della libertà di scelta del proprio popolo teme la democrazia come pratica individuale e collettiva, dichiarando, così, di non poter far altro che bloccare gli eletti scomodi alle élites. Siamo alla traduzione dispotica e insieme legale o quantomeno legalizzata della libertà dei padroni al comando. Da Locke a Mill, per finire con l’Europa delle oligarchie politiche e dei giudici al loro servizio, il treno di lunga percorrenza non ha mai fermato alla stazione “libertà del popolo”. Perché la modernità e oggi la postmodernità non hanno mai contemplato la possibilità che i popoli potessero esprimere la sovranità sull’organizzazione della società. Quindi, con un rigore degno del più feroce despota, si ingabbiano il romeno Georgescu e poi si arriva alla candidata scomoda Le Pen, in Francia, mentre Macron, in caduta libera, stappa lo champagne con i giudici efficaci esecutori dei comandi delle oligarchie di casa all’Eliseo. L’Europa è rigorosamente quel che la modernità politico-ideologica vincente ha decretato che fosse: nichilista, violenta contro i dissidenti, avida e moralmente corrotta.Tutto ciò in linea con la storia sopra delineata, seppur sommariamente.

Libertà da questo potere

La libertà dei moderni non solo non è migliore di quella degli antichi, ma è la pistola alla tempia delle comunità dissidenti. Parlo del dissenso autentico e di ceppo antico, non degli apostoli del nulla che, minoranze assolute, pretendono di dominare la comunicazione pubblica e le coscienze, a cominciare dalla più tenera età, dall’ideologia woke in servizio permanente effettivo alle truppe del gender, per finire alle minoranze omosessuali, anch’esse spesso collegate strettamente alle élites e decisamente non significative per il disprezzato popolo, in larga parte almeno culturalmente cristiano, che, invece, ha un compito fondamentale da compiere: liberarsi da questo potere.

Raffaele Iannuzzi – Agenzia Stampa Italia

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