(ASI) La pandemia scaturita da Sars-Cov2, (Coronavirus), (Covid-19) ha prodotto nel 2020 una grande perdita di occupazione e l’erogazione della Cassa integrazione. È anche a causa dei periodi di restrizione e di confinamento che l’Italia è precipitata nel tunnel della crisi economica.

La risposta data dal Governo è stata quella degli ammortizzatori sociali. Tuttavia è aumentato considerevolmente il debito pubblico, e la perdita del Prodotto Interno Lordo. Le stime dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) riportano un : - 8,9%, rispetto al 2020 ed - 9,2% a differenza del 2019. Preoccupante risulta anche la componente del mondo del lavoro per quanto riguarda le ore lavorate.Vengonoregistrate un meno 2,9 ore  rispetto all’anno precedente. La Cassa Integrazione è decollatacon causale pandemia . Al quadro che si presenta drammatico vanno aggiunte 1 miliardo circa di ore a carico dei Fondi di Solidarietà, ovvero si ripercorre lo spettro della crisi finanziaria del 2008, 2009. I dati sono sconcertanti su tutti i fronti. Secondo l’Inps a cavallo tra 2020 e 2021 hanno usufruito di Cig (Cassa Integrazione) circa 6.900.000 lavoratori dipendenti, cui vanno sommati 4.200.000 lavoratori autonomi che hanno beneficiato dei vari aiuti economici. In sintesi 11,1 milioni di lavoratori hanno usufruito , in misura e tempi variabili, di sostegni al reddito. Questo si è verificato per il 48% del totale degli occupati. Un dato mai registrato fino ad ora nella storia del Paese. Il 7,2% delle imprese private risulta chiuso. L’impatto è dunque negativo per quanto concerne l’occupazione che riporta, sempre secondo Istat, un meno 444.000 unità.

In questa fase complicata per il mondo dell’economia e della finanza, sono in calo anche i lavoratori ovvero : - 393.000 i dipendenti a termine, - 209.000 gli autonomi. Si registra un segno positivo per i lavoratori a tempo indeterminato ovvero un +158.000. Quest’ultimo dato maschera una realtà ben più tragica : il saldo positivo è dato esclusivamente dalle trasformazioni di contratti a termine e soprattutto dal blocco dei licenziamenti per motivi economici. Il saldo degli avviamenti aziendali è stato sempre negativo rispetto al 2019, così come quello delle cessazioni. Il tasso di occupazione, dopo il 58,9% di febbraio, ha continuato ad oscillare toccando il minimo per il mese di giugno 57,6. Esaminando i dati che sembrano scioccanti a pagare il conto più alto sono stati : i contratti a termine, che rappresentano l’88% dei nuovi disoccupati e le donne che hanno perso 320.000 posti di lavoro il 70% del totale. Tuttavia la tendenza per il lavoro femminile si muove nella direzione opposta rispetto agli anni della crisi del 2008. Vengono ad oggi colpiti i settori del lavoro intensivo, come il turismo, commercio, assistenza, nei quali le donne sono molto presenti e costituiscono una maggioranza. Qui la perdita dei contratti a termine. Questo fornisce la spiegazione del clamoroso dato di fine anno, che ha fatto registrate un meno 101.000 occupati, di cui 99.000 donne. Dal punto di vista delle classi di età, l’occupazione è caduta sensibilmente. In quella più giovane dai 15 ai 34 anni perviene un meno 4,4% e in parte in quella successiva, fino ai 50 anni un meno 1%. Un dato molto significativo e preoccupante perché rappresenta di fatto l’indice di fiducia delle forze di lavoro, conseguente la crescita del tasso di inattività, cioè la popolazione in età lavorativa non occupata, né in cerca di lavoro : 13.579.000, in crescita rispetto ad un anno fa. La tendenza potrebbe indicare che chi ha perso il lavoro è assai poco fiducioso di ritrovarlo e non si attiva. In assenza di investimenti che incoraggino la ripresa il peggio è ipotizzabile per il trend (andamento) economico dell’Italia. L’obbiettivo che appare chiaro è quello di poter sfruttare al meglio le risorse provenienti dai Fondi Europei. Se non si saprà utilizzarli al meglio l’incubo di una crisi sociale ancor piùdrammatica, diventerebbe plausibile.

Massimiliano Pezzella – Agenzia Stampa Italia

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