Cina. Scompare l'ex presidente Jiang Zemin, leader della normalizzazione e delle tre rappresentanze

(ASI) Se n'è andato oggi, all'età di 96 anni, Jiang Zemin, ex presidente della Repubblica Popolare Cinese, da tempo malato di leucemia. A darne l'annuncio, poche ore fa, sono stati il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), la Commissione Permanente dell'Assemblea Nazionale del Popolo, il Consiglio di Stato, la Commissione Nazionale della Conferenza Politico-Consultiva del Popolo e la Commissione Militare Centrale.

Nato nel 1926 a Yangzhou, nella provincia costiera dello Jiangsu, a meno di 300 km da Shanghai, Jiang Zemin era tra i pochi esponenti del Partito ancora in vita della sua generazione. Cresciuto durante l'occupazione militare giapponese (1931-1945), si laureò in ingegneria elettronica nel 1947, cominciando negli anni Cinquanta a lavorare nell'industria automobilistica. Iscrittosi al Partito durante gli studi universitari, scalò i ranghi della politica sino a diventare Ministro dell'Industria Elettronica dal 1983 al 1985 e Sindaco di Shanghai dal 1985 al 1988, quando cominciò a dedicarsi a tempo pieno al suo ruolo di membro dell'Ufficio Politico del Comitato Centrale.

All'alba degli anni Novanta era appena cominciata una profonda riflessione interna alla società cinese. Gli incidenti di Piazza Tienanmen del 1989 - finiti sotto i riflettori internazionali - avevano scosso per la prima volta la stabilità dell'era riformista inaugurata nel 1978 da Deng Xiaoping, fino ad allora indiscussa guida de facto del Paese, pur senza quasi mai occupare ufficialmente ruoli istituzionali di rilievo.

Nel periodo a cavallo tra il 1989 e il 1992, Jiang aveva ormai raggiunto il più alto scranno del Partito, quello di Segretario Generale, in sostituzione di Zhao Ziyang, già primo ministro, figura rimasta fortemente controversa nella storia politica cinese del secolo scorso per le sue aperture agli studenti artefici delle proteste e delle violenze, un atteggiamento ritenuto eccessivo e controproducente dal resto della dirigenza politica.

Più in generale, la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione del blocco sovietico avevano messo in luce la fragilità e la debolezza strutturale dei sistemi marxisti-leninisti. Da un lato, agli occhi della leadership cinese, questo evento confermava la validità delle politiche di riforma e apertura introdotte undici anni prima. Dall'altro, tuttavia, lo sconvolgimento politico nell'Europa centro-orientale evidenziava i potenziali rischi legati al difficile equilibrio tra libertà economica e libertà politica in una società socialista ancora in transizione.

In quel periodo, il nome di Jiang acquisì consenso tra chi riteneva fosse giunto il momento per un aprire una nuova fase al fine di restituire solidità alla Cina sia all'interno, garantendo maggiori tutele sociali e restituendo vigore al lavoro politico, sia all'esterno, rafforzando il processo di normalizzazione diplomatica già avviato negli anni Ottanta.

Il 27 marzo 1993, Jiang assunse ufficialmente la carica di Presidente della Repubblica Popolare Cinese in un contesto ancora contrassegnato dalla carismatica presenza di Deng Xiaoping, il piccolo timoniere artefice del cambiamento. Una figura ingombrante, per certi aspetti, ma importante per garantire agli occhi della classe dirigente, in particolare quella più anziana, una certa continuità politica tra la seconda e la terza generazione del Partito.

Shanghai è l'immagine del suo decennio, di quei "ruggenti" anni Novanta che accelerarono lo sviluppo economico del Paese e posero le basi per i risultati conseguiti nel ventennio successivo. Scorrendo le fotografie dell'area di Pudong nel 1990, stenteremmo a riconoscervi la stessa zona dove oggi sorge il più celebre skyline della scintillante metropoli che illumina la foce del Fiume Azzurro, una delle regioni economiche più ricche e avanzate al mondo.

Nel 1993, Jiang introdusse la definizione di «economia socialista di mercato» per sistematizzare il modello riformista cinese ed accreditarne la validità teorica e pratica, non solo in patria ma anche all'estero, specie nei Paesi occidentali, dove era più difficile comprenderne le istanze e le dinamiche per ragioni storiche e culturali. Da qui anche una certa ritrosia, diffusa ancora adesso in Europa e negli Stati Uniti, a percepire quella cinese come un'economia di mercato a tutti gli effetti: una sfida che Xi Jinping sta affrontando da almeno sette anni attraverso un'estesa riforma strutturale dell'offerta, incluse le nuove leggi e misure mirate a migliorare e modernizzare l'ecosistema imprenditoriale.

Sei anni dopo, lanciando la cosiddetta politica dello Zǒuchūqù, cioè dell'Andare Fuori o più propriamente del Diventare Globali, Jiang Zemin indicò per le imprese cinesi cinque obiettivi prioritari: aumentare gli investimenti diretti all'estero; perseguire la diversificazione di prodotto, migliorare il livello e la qualità dei progetti; estendere i canali finanziari; promuovere la consapevolezza dei marchi cinesi sui mercati di Europa e Stati Uniti.

Inizialmente, l'attenzione delle grandi aziende cinesi si concentrò principalmente sull'Africa, moltiplicando l'interscambio commerciale e i flussi di investimenti tra la Cina e diversi Paesi del Continente. Il Partito e il governo non stettero certo a guardare, tanto che nel 2000 nacque il Forum per la Cooperazione Cina-Africa (FOCAC), ancora oggi una delle piattaforme multilaterali più attive e importanti al mondo. Col tempo, tuttavia, la strategia coinvolse anche i mercati avanzati facilitando l'internazionalizzazione di numerosi colossi cinesi in diversi settori, dalle costruzioni alle telecomunicazioni, dall'energia all'elettronica e così via.

Nel 2001, giunto ormai al suo penultimo anno di mandato presidenziale, Jiang Zemin, dopo l'intenso lavoro condotto con i più importanti partner internazionali, salutò con soddisfazione l'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), una mossa a posteriori criticata da alcuni osservatori occidentali ma in realtà determinante per riconoscere al gigante asiatico un ruolo internazionale ormai ineludibile, considerando l'ampiezza della sua economia, e al contempo garantire l'integrazione del mercato cinese nel quadro di una base normativa condivisa.

Da molti anni in Cina e nel mondo, si parla della presenza di un "gruppo" o "fazione" di Shanghai, una costola del PCC di orientamento più "liberista" e meno "statalista", eredità dell'esperienza di Jiang, spesso critica verso il successore Hu Jintao (2003-2012), ma a volte anche nei confronti dello stesso Xi Jinping. Eppure, il nome di Jiang Zemin è legato soprattutto alle cosiddette Tre Rappresentanze, la teoria, menzionata nello Statuto del PCC e nella Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, secondo cui il Partito rappresenta contemporaneamente la tendenza di sviluppo delle forze produttive più avanzate del Paese, l'orientamento della cultura cinese più avanzata e gli interessi fondamentali dell'ampia maggioranza del popolo cinese.

Sempre sul piano politico, la Presidenza Jiang viene ricordata in patria anche per aver portato a termine il processo di restituzione alla Cina di Hong Kong (1997) e Macao (1999) da parte di Regno Unito e Portogallo, sulla base dei negoziati cominciati negli anni Ottanta da Deng Xiaoping. Poche, pochissime le crisi internazionali sotto il suo mandato, se si fa eccezione per le tensioni militari sullo Stretto di Taiwan a cavallo tra l'autunno del 1995 e la primavera del 1996: una questione su cui - va detto - continuano a gravare le responsabilità degli Stati Uniti.

Sempre attivo e presente, con i suoi caratteristici occhiali da vista, in tutte le occasioni istituzionali più importanti, non ultimo il XX Congresso del PCC del mese scorso, Jiang Zemin ha così esalato l'ultimo respiro, salutando l'intero popolo cinese con compostezza, come nel suo stile.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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