(ASI) Xi Jinping ha rimarcato l'importanza politica dei prossimi mesi, venerdì scorso, durante la riunione di fine anno della Commissione Nazionale della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, massima istituzione consultiva cui è affidata la rappresentanza di tutte le forze politiche presenti nel Paese, inclusi i territori di Hong Kong, Macao e Taiwan.
Nel 2018, infatti, la Cina celebrerà i quaranta anni dall'avvio delle politiche di riforma e apertura introdotte da Deng Xiaoping nel 1978. La svolta decisa dal leader scomparso nel 1997 sancì il definitivo superamento del drammatico decennio 1966-1976, durante il quale la retorica ideologica dei promotori della Rivoluzione culturale aveva istigato scontri e divisioni sia nel Partito che nella società.
Con le riforma e l'apertura, Pechino ha avviato un percorso che in meno di quarant'anni ha portato la Cina a diventare la seconda potenza economica, la seconda potenza militare e la prima potenza commerciale su scala mondiale. Il Paese asiatico è inoltre il primo contributore alla crescita globale, con un dato pari al 35% del totale, il primo investitore in energie rinnovabili ed uno dei primi investitori in infrastrutture. Questa crescita esponenziale ha senz'altro generato squilibri interni e nuove contraddizioni sociali, ma ha creato le condizioni per strappare alla povertà estrema ben 730 milioni di persone. Stando ai dati della Banca Mondiale, insomma, circa il 67% della popolazione planetaria salvata dall'indigenza tra il 1990 ed il 2016 è cinese.
Il modello di sviluppo avviato alla fine degli anni Settanta con l'apertura all'iniziativa privata e agli investimenti esteri all'interno di zone economiche speciali, create ad hoc dal governo in aree strategiche del Paese, è stato successivamente definito nei termini di un'economia socialista di mercato: un paradigma che, sebbene in contesti e con modalità diversi, ha ispirato altri Paesi caratterizzati dalle leadership comuniste emerse nel XX secolo, sia in Asia Orientale che nell'ex Unione Sovietica.
Nonostante il malcelato scetticismo di alcuni governi occidentali, il modello cinese sembra ancora non conoscere ostacoli significativi. La crescita del Paese si mantiene stabile anche dopo l'ingresso nella fase di nuova normalità tra il 2014 e il 2015, con un tasso non più a doppia cifra come in passato, ma costantemente oscillante fra il 6,5 ed il 7%, in linea con quanto previsto dal governo. I dati fin qui disponibili confermano che nei primi nove mesi del 2017, l'economia cinese è cresciuta ad un ritmo pari al 6,9%. Alla fine di quest'anno, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, mentre l'economia mondiale crescerà del 3,6%, quella cinese crescerà del 6,7%.
 
Prosperità e integrità territoriale
Davanti alla Commissione Nazionale della Conferenza Politica Consultiva, il presidente cinese ha sottolineato in particolare due obiettivi. Il primo, di carattere economico-sociale, prevede di perseguire il progresso mantenendo la stabilità e di rafforzare il benefico e costante sviluppo dell'economia e della società cinesi. Il secondo, di carattere politico-territoriale, intende preservare la prosperità e la stabilità di lungo termine nelle regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao, i due territori tornati, con ampie autonomie, alla Cina rispettivamente nel 1997 e nel 1999, chiudendo definitivamente la fase coloniale britannica e portoghese.
«Perseguiremo, come sempre, uno sviluppo pacifico e costruiremo un mondo aperto, inclusivo, trasparente e meraviglioso che goda di pace duratura, sicurezza universale e prosperità comune», ha aggiunto Xi, ricordando come il Paese abbia portato avanti l'approfondimento delle riforme in tutti i campi, completando 79 progetti di riforma strategici, definendo 211 progetti di riforma e proponendo 399 piani di riforma in vari settori della società.
«Continueremo ad applicare le politiche 'Un Paese, due sistemi', 'Il popolo di Hong Kong al governo di Hong Kong' e 'Il popolo di Macao al governo di Macao', ed un elevato grado di autonomia per entrambe le regioni», ha detto Xi Jinping che, in relazione a Taiwan, ha ribadito il principio di 'Una sola Cina' e l'importanza del proseguimento dello sviluppo pacifico delle relazioni lungo lo Stretto, sulla base del Consensus 1992. Dopo la vittoria della leader del Partito Democratico Progressista Tsai Ing-wen nelle elezioni governative della provincia insulare nel gennaio 2016, infatti, il clima si è fatto piuttosto pesante, mettendo più volte a repentaglio i risultati di otto anni di intenso lavoro col predecessore Ma Ying-jeou, ex leader del Kuomintang, culminato nello storico vertice di Singapore del novembre 2015. Priva dell'appoggio di una leadership politicamente affine come quella di Barack Obama negli Stati Uniti, Tsai Ing-wen aveva sondato il terreno con Donald Trump già nelle prime settimane successive alla sua elezione, ma il tycoon, dopo una prima gaffe pubblica, aveva poi annunciato telefonicamente a Xi Jinping l'adesione della sua amministrazione al principio di 'Una sola Cina'.
Il sistema di consultazione multipartitico/multilivello della Conferenza Politica Consultiva è una delle dinamiche più importanti per comprendere il percorso di costruzione democratica in Cina. Basato sulla politica del Fronte Unito, infatti, questo meccanismo rende più ampio e partecipato il dibattito istituzionale, allargando il confronto ad altri otto partiti ufficiali di vari orientamenti ideologici non-comunisti, rappresentati presso l'Assemblea Nazionale del Popolo, e ad organizzazioni e personalità politiche indipendenti della Terraferma e dei territori speciali, in rappresentanza della società civile, dell'industria e delle professioni. Il completamento della costruzione della democrazia e dello Stato di diritto in Cina - una delle materie su cui Xi Jinping si è speso di più - è tutt'ora in corso in vista dell'obiettivo del secondo centenario, quello del 2049. Sarà in ogni caso un percorso diverso da quello occidentale perché, al netto degli errori e al di là delle simpatie politiche di ognuno, l'effettivo ruolo storico del Partito Comunista nella lotta per l'indipendenza, la liberazione nazionale, la ricostruzione e lo sviluppo del Paese è stato oggettivamente determinante ed è di fatto impossibile inquadrare la storia della Cina contemporanea attraverso i parametri di quella europea o nordamericana, come diversi analisti testardamente tendono ancora a fare.
 
Un problema di informazione
Le incomprensioni sulla Cina non finiscono qui. Articoli infondati, usciti negli ultimi anni su alcune testate occidentali in merito ad una presunta manipolazione degli indicatori macroeconomici da parte di Pechino, si sono dunque rivelati autentiche fake news, smentite dalle rilevazioni diffuse da tutte le principali istituzioni economiche e finanziarie internazionali. Pianificati atti di psywar o uso sconsiderato delle parole? Non è dato saperlo. Tuttavia, appare certo che una componente piuttosto agguerrita di opinion maker stranieri osteggia la Cina ed è disposta ad utilizzare qualsiasi mezzo a sua disposizione per influenzare l'opinione pubblica dei propri Paesi, orientandola verso posizioni di disprezzo ed astio nei confronti di Pechino.
La libertà d'opinione è sacra e inviolabile, ed ognuno ha il diritto di crearsi una propria idea in piena autonomia su qualsiasi argomento o tema. Il problema, però, sorge nel momento in cui organi di stampa autorevoli ed accreditati, con ampia influenza sul proprio pubblico di riferimento, ospitano articoli finalizzati a condizionare il formarsi di un'opinione attraverso la manipolazione, l'omissione intenzionale o il ricorso a notizie false e ad argomentazioni prive di riscontri. Nell'era dei social, dove è ampiamente diffusa l'abitudine dell'utente di limitarsi velocemente ad una lettura stringata, il titolo, il catenaccio e persino l'immagine d'anteprima presenti in un post assumono un'importanza decisiva, imponendo di racchiudere, già in quelle prime limitate informazioni, una minisintesi corretta dell'informazione che si vuole fornire.
Nel 2018, le riforme e le politiche messe in campo dalla Cina anche sul piano internazionale entreranno in una fase decisiva, avviandosi verso l'obiettivo del primo centenario, quello del 2021, entro il quale la leadership si è impegnata a «completare la costruzione di una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti». Questi cambiamenti andranno perciò capiti e compresi a fondo, per evitare di generare equivoci non solo nella società ma anche sui mercati. Non servirà a nulla, anzi potrebbe perfino essere pericoloso mescolare gossip, satira e politica estera, come la copertura da parte di certi media della crisi nella Penisola Coreana, gravissima e densa di pericoli concreti, ha purtroppo evidenziato.
 
 
Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia
 
 

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