(ASI) Poche ore dopo la chiusura definitiva dell'importante Accordo Economico e Commerciale Globale (CETA) col Canada - un'intesa che complessivamente può valere un "surplus" di affari pari a circa 12 miliardi di euro l'anno secondo le prime stime - il commissario europeo al Commercio Cecilia Malmström deve tornare immediatamente ad occuparsi del dossier MES-China.

Si tratta dell'ormai nota trattativa che avrà il compito di stabilire le condizioni per il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Repubblica Popolare Cinese. In realtà è un dibattito quasi del tutto interno all'Europa tra la Commissione, il Consiglio dell'Unione e i Paesi membri, piuttosto divisi in merito alla questione, ma proprio oggi, in conferenza stampa, il ministro aggiunto degli Esteri cinese Liu Haixing è tornato sul tema, ribadendo la posizione irremovibile di Pechino.

In particolare, a tenere banco sono gli obblighi previsti dall'articolo 15 del Protocollo di Adesione, che le parti ratificarono nel 2001, quando la Cina fece ingresso nell'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Il testo impone all'UE di abbandonare, a partire dall'11 dicembre prossimo, il ricorso al cosiddetto "sistema del paese surrogato", in base al quale i costi di produzione di un Paese terzo vengono utilizzati per calcolare i valori dei prodotti provenienti dai Paesi non riconosciuti come economie di mercato.

Tra fiducia e intransigenza

Più globalmente, in ballo, com'è evidente, c'è la possibilità di continuare ad imporre tutti quei dazi anti-dumping e anti-sovvenzioni che l'UE ha applicato a numerose categorie di prodotti Made in China nel corso degli ultimi anni, motivandone la scelta con la necessità di tutelare i produttori e i consumatori europei. Con il riconoscimento al colosso asiatico dello status di economia di mercato, applicare tali misure restrittive diventerebbe automaticamente molto più difficile. Proprio per questa ragione, in Europa permangono resistenze provenienti da settori della politica, in primis, e dell'industria, più marginalmente e in modo lobbistico (cioè per nicchie di settore).

Da parte cinese, c'è una certa fiducia sul fatto che Bruxelles, alla fine, rispetterà gli impegni assunti quindici anni fa. «Tali sono gli obblighi e gli adempimenti internazionali dell'Unione Europea», ha affermato stamani il ministro aggiunto Liu Haixing - citato da Xinhua - durante una conferenza stampa dedicata all'imminente visita del primo ministro Li Keqiang in Kirghizistan, Russia e Lettonia, Paese - quest'ultimo - dove avrà luogo l'appuntamento annuale dell'ormai consolidato vertice 16+1 tra i capi di governo della Cina e dei Paesi dell'Europa Centrale e Orientale (China-CEEC), ossia Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, la stessa Lettonia, Lituania, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia e Macedonia. Di questi sedici partner, ben undici sono membri dell'Unione Europea e dal palco di Riga, presumibilmente, Li Keqiang parlerà in realtà a tutto il Continente e in particolare a Bruxelles, Berlino, Parigi e Roma, auspicando che «entro il prossimo 11 dicembre, l'UE mantenga le sue promesse così come - sempre secondo Liu Haixing - la Cina ha mantenuto le sue». Ciò che emerge dalla recente conferenza stampa del ministro aggiunto Liu è soprattutto il fatto che la Cina non accetterà «condizioni aggiuntive» agli accordi già stipulati all'epoca, ma «aspetteremo e vedremo». L'attendismo di Pechino è tutt'altro che flemmatico e lascia aperti tutti gli scenari, inclusi quelli più preoccupanti.

Forte di una generale ed epocale riforma dell'offerta che, nel nome della cosiddetta "nuova normalità" economica, la sta portando ad accrescere velocemente il peso del terzo settore, a promuovere con forza l'innovazione e l'hi-tech, a ridurre drasticamente le emissioni nocive, a snellire e semplificare la macchina statale, ad espandere la rete del welfare e a liberalizzare il tasso di cambio valutario, logicamente la Cina non può accontentarsi del recente ingresso della sua moneta nel paniere dei diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale: un traguardo ritenuto molto importante da Pechino ma che sarebbe isolato e insufficiente se non fosse accompagnato da una più estesa ridefinizione degli assetti economici e finanziari globali.

Giunti a questo livello di avanzamento, i fondamentali dell'economia cinese escludono qualsiasi tentativo di ostracismo internazionale. Anche assumendo che esistano criteri internazionali oggettivi per stabilire la natura economica di un sistema di mercato - e non è così - negare oggi che la Cina sia un'economia di mercato va contro ogni evidenza. La potenza asiatica è infatti il secondo partner commerciale dell'Unione Europea, dopo gli Stati Uniti, ed il flusso di investimenti tra Cina ed Europa è tale che gli IDE (non-finanziari) europei in Cina, sebbene in calo su base annuale soprattutto a causa del crollo delle acquisizioni, si attestavano a quota 1,6 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2016.

Incomprensioni pericolose

Con 546 voti a favore, 28 contrari e 77 astenuti, lo scorso 12 maggio il Parlamento Europeo ha già approvato la risoluzione con cui i promotori - trasversali a diversi gruppi politici presenti a Strasburgo - chiedevano alla Commissione Europea di impegnarsi a non riconoscere lo status di economia di mercato alla Cina. Di fronte ad una maggioranza così schiacciante, a stuzzicare l'ansia europea è evidentemente la paura che un'economia di queste dimensioni e capacità possa squilibrare le dinamiche del mercato del Vecchio Continente, danneggiandolo o relegandolo in secondo piano nei prossimi anni.

Ciò che il Parlamento europeo pare non aver ancora compreso è il generale processo trasformativo in base a cui la Cina sta riorientando la sua strategia di crescita, anteponendo i criteri di qualità ai criteri di quantità, passando da un'economia fondata principalmente sull'export di beni lavorati e semilavorati ad un'economia dove i servizi, le risorse umane e la sostenibilità stanno giocando un ruolo sempre più decisivo nella ristrutturazione di un sistema-Paese che si è ormai concentrato pienamente sull'offerta e sul consumo interno. La paura è immotivata anzitutto perché da quasi venti anni la Cina segue una sua strategia di internazionalizzazione, la cosiddetta politica dello zouchuqu, cioè dell'"andar fuori", finalizzata quasi esclusivamente all'acquisizione di know-how e skill gestionale e non certo «ad inondare i nostri mercati con prodotti di bassa qualità», come spesso recita la vulgata comune in materia. Inoltre, questo clima di panico rischia seriamente di trasformarsi in un boomerang dalle conseguenze imprevedibili. A parte il significativo volume degli investimenti europei attivi in Cina, già osservato, l'Europa rischia di chiudersi e di compromettere la sua posizione di privilegio in un mercato di quasi 1,4 miliardi di consumatori, tra cui una classe media in forte espansione composta da circa 225 milioni di famiglie con un reddito disponibile in costante crescita (+7,4% nel 2015), senza contare i 100 milioni di turisti cinesi all'estero - previsti a partire dal 2020 - che ogni anno l'Italia e l'Europa potrebbero attrarre, oltre ad un fortissimo e montante interesse per il Made in Italy nelle sue diverse espressioni di mercato quali l'abbigliamento, il design, l'automotive, l'agroalimentare e, non ultimo, il lusso, ora accessibile in pochi secondi con un click grazie alla piattaforma e-commerce Mei.com, recentemente acquisita dal colosso cinese Alibaba.

Così come il fallimento dell'accordo euro-statunitense (TTIP) dello scorso agosto ha messo in luce una governance più incisiva da parte europea, capace di controbilanciare concretamente il potere dei mercati, allo stesso modo l'accordo di libero scambio concluso pochi giorni fa col Canada ha evidenziato che con la giusta considerazione per le voci critiche ed un approccio diversificato, in grado di considerare le specificità dei due mercati che vanno a confrontarsi/incontrarsi, è possibile ottenere grandi vantaggi, sfruttando le possibilità presenti all'estero e tutelando al contempo il marchio di qualità delle migliori produzioni tradizionali autoctone.

Insomma, in una situazione del genere, approfondire le relazioni sembra essere l'unico modo per impedire che si deteriorino irrimediabilmente. Chissà che da una crisi sfiorata non nascano le condizioni per riprendere seriamente in mano i negoziati per l'Accordo UE-Cina sugli Investimenti, lanciati nel gennaio 2014, e lavorare ad un "CETA" anche con la Cina.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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