(ASI) San Paolo, venerdì sera. La polizia federale dopo settimane di ricerche e indagini sul caso Petrobras, il gigante petrolifero sudamericano, è ora certo dell'identità del suo principale artefice. Il Brasile è rinomato per essere un Paese fatto di contraddizioni, tra le grandi prospettive di crescita e le misere condizioni sociali della maggior parte dei suoi cittadini, ancora inquilini delle degradate favelas.
Allo stesso modo, l'ex presidente Luiz Inacio Lula Da Silva, per anni simbolo del rilancio economico del Paese, è ora protagonista di molte, forse troppe vicende torbide che alimentano i drammi del Brasile.
La polizia è convinta della sua colpevolezza e lo trattiene nel suo appartamento di San Paolo per tre ore di interrogatori.
Tangenti sospette, arricchimento di tutta l'ex famiglia presidenziale, proprietà dall'acquisizione poco chiara in ben tre Stati stranieri.
Il riciclo del fatturato e del denaro sporco della Petrobas, non a caso impresa di Stato, si ricongiunge magicamente ai conti corrente dell'ex presidente.
Queste le certezze del capo federale Jose Cyrispiniano, che contrastano subito con le dichiarazioni dello stesso Lula.
"All'età dei miei 70 anni so di essere innocente e non ho nulla da temere, se non occuparmi della semplice respinta delle accuse. Le indagini sono semplicemente l'ennesimo bisogno delle forze di polizia e dei media di mettersi in mostra."
Se si pensa che tutto sommato molti sostenitori di Lula si sono riversati all'aeroporto di San Paolo, scontrandosi a muso duro con la polizia, allora si può ben intendere come in un Paese colorato come il Brasile la cronaca giudiziaria possa assumere sfumature grottesche.
Un gigante esotico, incline alla corruzione, in un periodo, solo idealmente lieto, che separa la prima Giornata Mondiale della Gioventù di Papa Francesco e la Coppa del Mondo di calcio dai prossimi Giochi Olimpici.
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