(ASI) Oggi, 10 giugno, si celebra la Giornata Internazionale per il Dialogo tra Civiltà: la data è stata istituita appena due anni fa, quando l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato la risoluzione 78/286, nata da una proposta della Cina, subito sostenuta da altri 82 Paesi. A questo proposito, Andrea Fais, collaboratore di Agenzia Stampa Italia, è intervenuto sulle “colonne” di Radio Cina Internazionale (CGTN) per la rubrica “Opinioni”. Proponiamo qui di seguito la versione integrale dell’articolo.
“In un tempo in cui il sistema internazionale è messo alla prova, il dialogo ha la forza di riunirci per un mondo più giusto e più pacifico”. Così si è espresso la settimana scorsa Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, in vista della Giornata Internazionale per il Dialogo tra Civiltà, in programma il 10 giugno. Adottata nel 2024 dall’Assemblea Generale con la risoluzione 78/286, questa giovane celebrazione nasce da una proposta della Cina, supportata da altri 82 Paesi. Ispirato al pensiero diplomatico di Pechino, il testo approvato due anni fa sottolinea l’importanza di rispettare la diversità tra le civiltà ed evidenzia il ruolo cruciale del dialogo nel mantenimento della pace globale, nella promozione dello sviluppo condiviso, nel rafforzamento del benessere umano e nella realizzazione del progresso collettivo.
Giunta alla sua seconda edizione, la ricorrenza di questo 2026 arriva in un momento particolare dopo l’inizio, nel febbraio scorso, di un nuovo conflitto in Medio Oriente. Una situazione che conferma la validità del messaggio lanciato l’altro ieri dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi per rimarcare l’approccio cinese al dialogo tra civiltà, fondato su quattro pilastri: aderire al rispetto reciproco e promuovere la coesistenza armoniosa tra le diverse civiltà; attenersi ad un approccio incentrato sulle persone e porre solide basi per gli scambi tra civiltà; sforzarsi nella preservazione e nell’innovazione della cultura tradizionale; promuovere gli scambi e la comprensione reciproca.
Estraneo alla contrapposizione tra cultura (Kultur) e civilizzazione (Zivilisation), che ha caratterizzato il dibattito filosofico europeo per oltre due secoli, il concetto cinese di civiltà non si limita alla conservazione delle origini né alla sola dimensione tecnica, pratica e normativa del progresso sociale. Indica, piuttosto, una complessiva forza motrice dello sviluppo umano, in grado di rinnovarsi e riproporsi costantemente, riaffermando valori in sé immutabili ma capaci di adattarsi alla contingenza.
Presentando l’Iniziativa Globale di Civiltà (GCI) nel marzo 2023, il presidente cinese si è chiesto: “Polarizzazione o prosperità comune? Puro perseguimento dei beni materiali o avanzamento coordinato materiale ed etico-culturale? Drenare il lago per catturare il pesce o creare armonia tra uomo e natura? Gioco a somma zero o cooperazione dal mutuo vantaggio? Copiare il modello di sviluppo di altri Paesi o costruirne uno indipendente sulla base delle condizioni nazionali? Di che genere di modernizzazione abbiamo bisogno e come possiamo conseguirla?”.
Ai valori comuni dell’umanità Xi affianca il rispetto per le differenze e il rifiuto dell’imposizione di modelli politici estranei, esortando tutti i Paesi a massimizzare la rilevanza della propria storia e della propria cultura nel nostro tempo nonché a promuovere uno sviluppo innovativo delle proprie tradizioni. Nella visione cinese non esistono civiltà superiori o inferiori, nuove o vecchie: tutte hanno la stessa dignità e tutte possono essere riscoperte o rinnovate, penetrando la contemporaneità. Le civiltà non sono nemmeno chiuse al proprio interno, secondo il leader del colosso asiatico, perché possono – e anzi dovrebbero – confrontarsi, comprendersi vicendevolmente e apprendere elementi di conoscenza l’una dall’altra.
Dopo la fine della Guerra Fredda, per molti anni nel pensiero strategico occidentale ha prevalso l’idea che le economie emergenti fossero un problema da contenere o, peggio, una minaccia da combattere. Mutuando, e talvolta strumentalizzando, la celebre tesi del politologo Samuel P. Huntington, che negli anni Novanta preconizzava futuri scontri tra civiltà, i circoli neoconservatori statunitensi hanno a lungo influenzato il dibattito e, di conseguenza, l’opinione pubblica. In una fase di conflitti diffusi e tensioni ricorrenti, i fatti mostrano in modo sempre più chiaro che la comunità internazionale non può essere soggetta all’arbitrio di pochi, così come la prassi normativa che ne regola la convivenza non può derivare dalla brutale estensione su scala globale della politica di uno Stato.
Il ritorno al protezionismo e all’unilateralismo cui abbiamo assistito in questi ultimi anni ha già dovuto fare i conti con una realtà molto diversa da quanto immaginato, mostrando palesemente che il dialogo su basi paritarie è l’unico modo per progredire e impedire derive pericolose. La recente visita del presidente statunitense Donald Trump in Cina ha fornito indicazioni molto precise in questo senso. Certamente, l’economia ha avuto e ha un peso determinante: le guerre commerciali e le interruzioni nelle catene di approvvigionamento sono prospettive che spaventano tutti, dai produttori ai consumatori passando per i fornitori, in qualsiasi parte del pianeta.
Eppure, la cultura non è da meno. Un accordo tariffario può avere breve durata se non è accompagnato da un dialogo più profondo, radicato nella dimensione quotidiana del sentire comune. I video amatoriali che hanno ripreso Jensen Huang, CEO di Nvidia, mentre assaggiava, come un turista qualsiasi, i piatti tradizionali cinesi per le strade di Pechino sono subito diventati virali sui social network, mostrando la forza intrinseca dell’empatia e del contatto umano. Chiunque abbia investito in Cina sa bene che non è sufficiente conoscerne superficialmente le dinamiche di mercato per avere successo. Bisogna invece calarsi in quella società per capire il modo di pensare dei cinesi, ovvero i loro comportamenti, le loro abitudini e le loro preferenze.
Forte di una tradizione culturale che trova nella Romanitas la sua più alta espressione di civiltà, l’Italia è forse il Paese europeo maggiormente indicato per contribuire a costruire una piattaforma multilaterale dedicata al dialogo con le civiltà asiatiche, a partire ovviamente dalla Cina, dov’è già elevato l’interesse per la storia e lo sviluppo del Belpaese. Esposta a Pechino dal 10 luglio al 30 ottobre del 2022, la mostra Tota Italia. Alle origini di una nazione, che ripercorreva le vicende della Penisola tra il IV secolo a.C. e il I secolo d.C. presentando al pubblico cinese 503 pezzi di pregiati reperti archeologici provenienti da 26 musei italiani, ha attirato oltre 100.000 visitatori soltanto nei primi 43 giorni di apertura. Analogo successo aveva registrato, tra il 2018 e il 2019, la mostra Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina, ospitata in due fasi, a Napoli e Roma, che aveva portato per la prima volta in Europa oltre 120 reperti di bronzo, oro, giada e terracotta risalenti ad un vasto periodo che va dall’età del bronzo (II millennio a.C.) all’epoca Han (II d.C.).
La profondità storica e valoriale di queste due civiltà, entrate più volte in contatto tra loro (direttamente e indirettamente) in oltre duemila anni, ha determinato una parte importantissima dello sviluppo umano dando vita – assieme ad altre grandi civiltà sorte tra Europa e Asia – a un insieme di conoscenze filosofiche, letterarie, artistiche, giuridiche, scientifiche e tecniche che hanno viaggiato lungo l’antica Via della Seta in varie direzioni. Sta ai popoli contemporanei riscoprirne le tracce per riprendere il cammino del dialogo nella nuova era.
Andrea Fais - Radio Cina Internazionale (CGTN)



