(ASI) Nel cuore d’Italia c’è una regione: l’Umbria. Nel Cuore dell’Umbria, una cintura di ferro collega alcune tra le più belle città del cuore verde d’Italia. Perugia, Todi, Terni, passando per Umbertide e Città di Castello, da quasi un secolo vedono la propria domanda di mobilità pubblica veloce affidata alla ex Ferrovia Centrale Umbra (Fcu). Questa linea ex concessa è attualmente in corso di cessione a Rete Ferroviaria Italiana (Rfi), in seguito ad un accordo da 63 milioni di euro che ne prevede il rilancio funzionale a partire da settembre 2018.

 

Siamo andati nella stazione di Piscille, situata sulla tratta metropolitana Perugia Sant’Anna – Perugia Ponte San Giovanni, per constatare l’attuale stato dei lavori. Con l’occasione Vannio Brozzi, ex direttore della Fcu, ha fatto il punto della situazione, e sugli scenari presenti e futuri.  

 “Siamo a un punto morto. Noto che la Fcu, sino al 2010, era una ferrovia che andava riqualificata con un accordo di governo.  Stato e regione, con un decreto databile al 1997, affidavano fondi alla Regione  Umbria per la riqualificazione, il potenziamento e l’ammodernamento della Fcu. Fino al 2010 si è lavorato con questa impostazione, seguendo cioè un decreto legge, sancito da un bollettino ufficiale della regione Umbria  firmato dall’allora presidente Bracalente (legge speciale 211, legge ordinaria 297). Con questo si sono eliminati circa 38 passaggi a livello, si è rielettrificata la tratta tra Terni e Perugia, si sono risanate alcune tratte della ferrovia, e si è potenziata la sicurezza con il blocco elettrico automatico dei treni. Dal 2010 tutto questo si  è fermata. Si è fermato in concomitanza con il passaggio ad Umbria Mobilità. Abbiamo assistito a 6 anni di totale inerzia; non si è cioè fatto nulla, nemmeno la manutenzione ordinaria. Questo è lo stato dell’arte di oggi. La regione ha lavorato per affidare la gestione ad Rfi. Quest’ultima sta subentrando poiché il tratto della Fcu tra Perugia e Terni sarebbe di interesse nazionale. In più si è proceduto ai lavori di rinnovo della tratta da Perugia Ponte San Giovanni a Umbertide e Città di Castello. I lavori di rinnovo totale hanno previsto la sostituzione sia della massicciata che del binario. Si tratta di un lavoro significativo ed interessante, solo non capisco perché la tratta risulti tutt’ora completamente chiusa all’esercizio. Attualmente vi circolano solo i convogli ex Fcu che svolgono il servizio sulla linea Rfi Umbra e su quelle tra Terni e L’Aquila. Su quest’ultima linea sono gli unici mezzi che garantiscono il regolare servizio della ferrovia laziale – abruzzese. Si tratta cioè di un servizio che la Regione Umbria si trova a gestire grazie al nostro lavoro come Fcu. La cosa che mi sorprende è che ci sono delle carenze nel piano dei lavori e nel loro avanzamento. Non capisco ad esempio perché la galleria Baldeschi, sul tratto tra Perugia Ponte San Giovanni e Umbertide, non sia sta interessata da lavori. Si è cioè proceduto ad ammodernare tutta la tratta senza però procedere ai lavori di adeguamento e risanamento della galleria. Non vorrei che ci si ritrovasse con la tratta da Città di Castello ad Umbertide perfettamente operativa, ma non si possa procedere all’apertura di tutta linea perché tra Umbertide e Perugia non sono stati fatti i lavori alla suddetta galleria.

Mi sfugge perché si sia fatto tutto questo, ma se l’obbiettivo è di fare i lavori e ridare all’esercizio la tratta da Perugia a Città di Castello, la cosiddetta tratta nord, credo che sia doveroso procedere con gli interventi anche alla galleria Baldeschi, poiché mi risulta che ancora adesso in quel tratto non si sia iniziato a fare nessun intervento. In quest’ottica, e pensando che il termine dato per la riapertura della tratta nord sia stato stimato  entro settembre 2018, posso dire che probabilmente questo termine non troverà riscontri.

Ciò non è positivo, poiché le strutture versano in un abbandono e degrado totale. Stando qui (Stazione di Piscille) non mi pare di trovarmi in un capoluogo di regione, in una cittadina avanzata e proiettata al futuro, quanto piuttosto di trovarmi in una zona della e ex - Jugoslavia.

Non si utilizza bene nemmeno il patrimonio. La stazione qui è chiusa. Ai fini dell’esercizio non serve più, ma fino al 2010 è stata abitata. Possibile che con l’attuale emergenza abitativa non si trovi chi se ne prenderebbe cura facendola divenire la propria residenza? Possibile che non si possa inserirla nelle graduatorie dell’ATER, e che non si possa trovare qualche famiglia bisognosa di un tetto che potrebbe impedire il degrado di questa struttura, controllandola e impedendo che rimanga alla mercé di tutti, e cioè al degrado?  Si tratterebbe di un patrimonio edilizio reso utile per coloro che ne hanno necessità, ad un canone di affitto concordato, con l’obbligo di mantenerne il buono stato ed il decoro.  Basta vedere a Fanciullata, a San Martino in Campo, Todi e Ponte Valleceppi, dove stazioni e caselli sono stati dati in usufrutto enti e privati, ed è stato così impedito che il patrimonio pubblico, pagato con i soldi dei cittadini, rimanesse alla mercé del più forte e del più prepotente. La presenza di persone crea benessere e attenzione combattendo l’abbandono”.

Video intervista completa disponibile su https://www.youtube.com/watch?v=XI3TVKPo76E&t=12s

Alexandru Rares Cenusa – Agenzia Stampa Italia

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