(ASI) Per capire la Festa dei Ceri non bisogna guardare solo la corsa. La corsa è la fiammata accecante. Ma il fuoco, a Gubbio, cova sotto la cenere da mesi ed è nell’aria, ma i turisti appena la percepiscono.
Se vi fermate solo alle foto o ai video del 15 maggio, vi perdete l'anima. Perché i Ceri non sono uno spettacolo; sono uno stato di emozione collettiva.
Gubbio cambia letteralmente pelle nel mese di maggio. Le strade medievali si riempono di colori degli stendardi: giallo per Sant’Ubaldo, blu per San Giorgio, nero per Sant’Antonio.
Gia’ il 14 le camicie con i rispettivi colori sono stirate, pronte a casa e la sera nelle taverne si canta. Si canta fino a perdere la voce, con le braccia al cielo e i bicchieri che sbattono sui tavoli al ritmo di stornelli che i giovani hanno imparato dai vecchi. Ma se guardi gli occhi dei ceraioli, oltre il coro, vedi la serietà assoluta. Sotto il fracasso dei canti, si stringono i patti. Ci si guarda in faccia tra uomini della stessa "muta" cioè la squadra che porta il Cero che cambia durante la corsa. In quel momento, la taverna diventa un luogo d’affetto e di paura. Nessuno lo ammette, ma tutti sanno che il legno del Cero fa male, che la caduta è dietro l’angolo. Si beve per esorcizzare il peso che spaccherà le spalle dodici ore dopo.
Poi arriva il 15 maggio. Tutto inizia nel silenzio spettrale dell'alba eugubina. Le vie del centro sono ancora deserte quando i Tamburini iniziano a percorrere i vicoli della città.
Il loro compito è andare a svegliare i tre protagonisti assoluti della giornata: i tre Capodieci e il Capitano. I tamburi rullano sotto le finestre delle loro case, rompendo il sonno della città con un ritmo che fa saltare il cuore in petto.Il Capodieci si affaccia alla finestra, spesso visibilmente commosso, saluta la folla di amici e ceraioli che si è già radunata sotto casa sua, e offre un primo, rapidissimo brindisi. Da quel momento, la città è ufficialmente sveglia.
Subito dopo la sveglia, una delegazione di ceraioli in divisa, guidata dai Capodieci e dai trombettieri, si reca al Cimitero Civico.
Non è un momento di tristezza, ma di profonda e fiera continuità. I ceraioli vanno a rendere omaggio ai ceraioli defunti, a quei padri e nonni che hanno trasmesso loro la passione per il Cero. Si depositano fiori sulle tombe e le trombe suonano il "Silenzio".
Subito dopo il cimitero, ci si sposta nella caratteristica Chiesa di San Francesco della Pace (conosciuta da tutti come la Chiesetta dei Muratori). Qui viene celebrata una messa blindatissima e sentita, riservata ai ceraioli.
L'atmosfera è densa di spiritualità e tensione. Alla fine della messa avviene un momento chiave: l'estrazione a sorte dei Capitani per l'anno successivo. È il primo brivido istituzionale della giornata.
Usciti dalla chiesa, la tensione mistica della messa si scioglie in un fiume di gioia. Inizia la sfilata per le vie della città.
I ceraioli, divisi per colore , sfilano a braccetto, in file ordinate, cantando a squarciagola gli inni della festa, accompagnati dalla banda musicale. È un fiume umano che attraversa Gubbio. La sfilata si conclude in Piazza Grande, dove l'adrenalina è ormai alle stelle.
Tutto questo serve a preparare il terreno per l'Alzata , che avverrà alle 11:45, il momento in cui i Ceri verranno finalmente issati in verticale e la città scoppierà nel primo, vero boato della giornata.
C'è poi un momento, a metà giornata, in cui il tempo si ferma di nuovo. È il pranzo dei ceraioli, la Tavola Bona.
La Tavola Bona non è un semplice pranzo di pesce, ma è un capolavoro di contrasti. Attorno ai tavoli imbanditi c'è la massima convivialità eugubina, si mangia e si brinda, si canta e si balla, eppure l’atmosfera è densa, quasi solenne.
È l'ultima ricarica di corpo e di spirito. I vecchi ceraioli, quelli con le mani nodose che il Cero non lo portano più ma lo spingono con gli occhi, danno gli ultimi consigli ai ragazzi. L’orologio corre. Ogni boccone è scandito dal ticchettio invisibile che porta alle ore 18:00, l'ora della Corsa. Più si avvicina la fine del pranzo, più le risate si fanno tirate. La tensione si taglia col coltello. Lo stomaco si stringe, ma devi mangiare, perché tra poco ci sarà solo da correre in salita, sui vicoli stretti, per le strade del monte Ingino fino ad arrivare alla Basilica di Sant’ Ubaldo.
Quando esci dalla Tavola Bona, la festa non è più qualcosa che vedi: è qualcosa che ti entra dentro i polmoni e nel cuore.
E poi c’è il suono. Non la musica, ma il boato. Quando i tre Ceri partono, la terra sotto i piedi trema sul serio. La pietra di Piazza Grande rimanda una vibrazione che ti sale dalle scarpe fino al petto. Chi porta il Cero non sente più il dolore alla spalla; sente solo il respiro dell'uomo davanti, la spinta di quello dietro e il richiamo della folla che ti urla nelle orecchie come un mare in tempesta.
I Ceri di Gubbio non sono una tradizione da fotografare. Sono un rito medievale rimasto intatto, una febbre che si cura solo correndo. Almeno una volta nella vita va vissuta questa emozione unica.
a questa emozione unica.
Francesca Castellani - Agenzia Stampa Italia



