(ASI) Abruzzo – Si avvicina la ricorrenza del 451° anniversario dell'attacco delle armate di mare dell'Impero Ottomano (Luglio – Agosto 1566), guidate dall'Ammiraglio Pyale Pascià sulle coste dell'Abruzzo a sud del Fiume Pescara, anche detto “Citra”, oggi “Costa dei Trabocchi”, all'epoca appartenenti al Regno di Napoli, sotto l'Impero Universale degli Asburgo di Carlo V e dei suoi successori.

Vicenda che, in realtà, è una delle tante conseguenze della prima alleanza moderna della storia delle relazioni internazionali, dopo la cesura storica epocale rappresentata, sopratutto dal punto di vista geopolitico, dalla caduta dell'Impero Romano d'Oriente nel 1453: l'alleanza fra l'Impero Ottomano e la Francia.

Questo trattato d'alleanza anche comunemente detto franco – turco, sottoscritto nel 1536 dal Re di Francia Francesco I e il Sultano ottomano Solimano il Magnifico, viene considerata la prima alleanza tattico – strategica non ideologica, tra una entità statale cristiana e una non cristiana.

Essa fu fruttuosa e durò a lungo ( oltre duecentocinquant'anni fino alla campagna militare nel territorio ottomano d'Egitto di Napoleone Bonaparte del 1798 – 1801) e nacque per contrastare sui mari il dominio sull'Europa Continentale della potenza asburgica (ispano – italo – sacroromano imperiale) e rompere l'accerchiamento della Francia in Europa con delle alleanze sui mari e ad Est che controbilanciassero il potere imperiale degli Asburgo.

L'Impero Ottomano era l'alleato ideale per la Francia, sia per la sua supremazia nel Mediterraneo sud – orientale che impensieriva i domini asburgici e i loro alleati delle antiche republiche marinare di Genova e Venezia, oltre che ovviamente il Papato, sia per l'inarrestabile avanzata nelle pianure balcaniche dei cavalieri ottomani che arrivarono ad assediare per ben due volte la capitale asburgica di Vienna nel 1529 e nel 1532, assedio poi ripetuto nel 1683.

Ad essa si contrappose l'alleanza fra gli Asburgo e la Persia, nemica mediorientale degli Ottomani a cui contendeva la supremazia nell'area geopolitica. Alleanza che ebbe meno importanza sulle sorti d'Europa e del Mediterraneo e che serviva più che altro per distogliere truppe ottomane dagli scacchieri mediterraneo e balcanico.

Fatto sta che nel momento di massima potenza marittima degli Ottomani con grandi ammiragli alla guida delle loro flotte militari ,uno degli obiettivi principali fu la devastazione delle coste italiane e fra queste non furono risparmiate quelle abruzzesi.

Tra i grandi ammiragli (beylerbeyi) spiccano Turgut Reis, e in particolar modo il suo “allievo” Piyale Pascià (Viganj in Croazia 1515 – Istanbul 21 gennaio 1578), considerato lo stratega delle incursioni e delle conquiste mediterranee della marina militare ottomana dalla metà del Cinquecento, fino alla Battaglia di Lepanto del 1571 e alla riconquista da parte ottomana di Tunisi ai danni della Spagna nel 1574.

Nel 1568, l' ottima azione militare sui mari di Piyale Pascià gli valse la carica di Vizir (Primo Ministro in Francia, e l'equivalente del Valido di Spagna più o meno).  

Ma, tornando alla storia d'Abruzzo e all'attacco dei Saraceni alle coste abruzzesi e in particolar modo non quello dei Corsari e/o dei Pirati, ma della marina regolare delle forze armate ottomane, c'è da dire che tutto inizia con la conquista da parte della flotta di Pyale Pascià dell'Isola di Chio nel Mar Egeo (greca dal 1912), avvenuta il 14 aprile 1566, fino a quel momento in mano ai Genovesi, che diede mano libera alle incursioni turche sulle coste del Regno di Napoli.

Scopo di queste azioni militari era, in realtà, la conquista e il controllo delle Isole Tremiti che però non si raggiunse mai. A questo fine, le forze armate turche dovevano distruggere tutte le fortificazioni costiere e i castelli limitrofi, affinché fosse impossibile per i difensori inviare rinforzi sulle isole.

Così, Pyale Pascià iniziò a devastare le coste abruzzesi, molisane e nord pugliesi. Sulle operazioni militari della flotta ottomana comandata dal capace ammiraglio di origini croate, lo storico Giovanni Andrea Tria scrive nelle sue “Memorie Storiche” (Tria 1744,Vol.III Cap.I p.167), rifacendosi a quanto scritto da Tommaso Costo (vedi anche Aggiunta alle Storie del Regno di Napoli di Pandolfo Conelucci part.3. lib.I. dell'edizione di Vinegia del 1591. pag.11).

 

“Era già il Mese di Agosto di quest'anno 66, quando l'Armata Turchesca guidata da Pialì Bassà scorse fino al Golfo di Venezia; e come fu al dritto di Pescara, luogo famoso, e forte dell'Abruzzo, fece alto. Di poi dato di nuovo de' remi in acqua, assaltò quella riviera, ove per trascuraggine del Governatore di quella Provincia si era fatto poco provvedimento, e pose a sacco, e a fuoco alcune Terre, cioè Francavilla, Ortona , Ripa di Chieti, S. Vito, il Vasto la Serra Capriola, Guglionesi e Termoli menando via e di robba, e di gente quanta ne poté mettere su Galee, guastando, e rovinando tutto il resto... Pialì Bassà, tentò poi di assaltare, ma invano, il Monastero di S. Maria a Mare nelle Isole Tremiti”.

 

Alla fine di luglio del 1566, la fortezza di Pescara venne attaccata da 105 galee ottomane, comandate da Pialé Pascià, ma l'assalto venne respinto grazie alle imponenti fortificazioni, all'artiglieria e al valore militare del comandante della piazzaforte, il Duca di Atri (oggi provincia di Teramo) Giovan Girolamo II Acquaviva d'Aragona. In questa maniera, difese importanti città come Chieti e Penne (oggi provincina di Pescara) dalla distruzione e dal saccheggio.

A quel punto, le galee ottomane, decisero di attaccare il litorale a sud del Fiume Pescara, poiché meno difeso.

All'alba del 31 luglio di quell'anno, un esercito di circa 7.000 soldati ottomani sbarcarono alla foce del Fiume Foro per saccheggiare il territorio circostante di ricchiezze di generi di prima necessità (territorio oggi in Provincia di Chieti).

Inizialmente, fu messa a ferro e fuoco il feudo dei D'Avalos di Francavilla al Mare, dove vennero danneggiate le mura, distrutte molte chiese e molti palazzi, portando via 500 prigionieri circa e l'arca d'argento con le spoglie mortali di San Franco.

Il 1 agosto una parte dei soldati turchi si diresse verso Ortona devastandola, nonostante la difesa della città portuense da parte del Castello Aragonese che venne agirato da sud entrando da Porta Caldari, mentre un'altra parte delle truppe saracene penetrò all'interno della Valle del Foro, attaccando Ripa Teatina che li respinse, Villamagna, spingendosi fino alle pressoché inespugnabili mura di Tollo. Ad Ortona furono bruciate anche la Chiesa dei Padri Celestini (poi Santa Maria di Costantinopoli) e il Sepolcro dell'Apostolo Tommaso.

Alcuni giorni dopo, le navi dei Saraceni arrivarono fino a Vasto (Ch), dove la città fu data letteralmente alle fiamme (circa 160 edifici distrutti dal fuoco, sopratutto religiosi), tra questi spiccano il Palazzo D'Avalos che successivamente venne ricostruito, adornato e fortificato completamente.

Da Vasto, i Turchi, cominciarono a saccheggiare il “Golfo d'Oro” fra Vasto e Termoli; si diressero a Montenero di Bisaccia (Cb) alla foce del Fiume Trigno fino ad arrivare a Termoli (Cb), dove penetrarono facilmente perché la città era pressoché spopolata. Gli abitanti si erano rifugiati a Guglionesi, dove arrivarono successivamente i Turchi per poter fare incetta di schiavi. La furia ottomana si sopì a Serracapriola, nell'attuale nord della Provincia di Foggia, l'ultimo centro abitato che venne assalito dall'Armata di Payle Pascià.

L'attacco saraceno del 1566, è rimasto per secoli impresso nella memoria delle genti dell'Abruzzo , del Molise e della Puglia, a tal punto che si raccontano diverse storie sulla ferocia dei Turchi,sulla resistenza dei Cristiani e sui miracoli compiuti dai Santi per salvare i paesi dai Saraceni. Diverse, sono anche le rievocazioni delle battaglie fra Turchi e Cristiani, come ad esempio quella di Tollo (Ch) o di Termoli (Cb).

L'eco di tale incursioni fu tale anche negli ambienti politico – militari dell'Impero Asburgico, a tal punto che a partire dal XVI secolo l'Imperatore Carlo V D'Asburgo e i suoi successori che erano sovrani anche sul Regno di Napoli e quindi sulle terre abruzzesi, decisero di erigere una serie di torri fortificate e piazzeforti di avvistamento e difesa costiera, di cui indichiamo qui di seguito la localizzazione e che saranno oggetto di un prossimo speciale.

Torri in Abruzzo Ultra:

Torre di Carlo V sul fiume Tronto a Martinsicuro (Te): quando venne costruita nel 1547 era una dogana di confine fra Regno di Napoli e Stato della Chiesa, poi adattata a scopi difensivi e di avvistamento; nel 1568 vennero costruite quattro torri nell'attuale litorale teramano, ossia la Torre della Vibrata ad Alba Adriatica, la Torre del Salinello a Giulianova, la Torre del Vomano a Roseto degli Abruzzi e la Torre di Cerrano a Pineto. Inoltre, bisogna considerare la Torre del Saline a Città Sant'Angelo (Pe) e la Fortezza di Pescara.

Torri in Abruzzo Citra:

Sono tutte opere di ingeneria militare antica in Provincia di Chieti sull'attuale Costa dei Trabocchi, molte delle quali costruite dopo il 1566, come il Castello Aragonese (struttura del XV secolo), Torre Mucchia e Torre del Moro ad Ortona; Torre del Foro a Francavilla al Mare; Torre San Vito Chietino; Torre Cavaluccio a Rocca San Giovanni; Torre del Sangro a Torino di Sangro; Torre Sinello a Casalbordino; Castello, Torre di Punta Penna a Vasto e infine la Torre del Trigno a San Salvo.

 

Cristiano Vignali – Agenzia Stampa Italia

 

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