(ASI) Viaggiando molto e osservando il mondo dell’arte fuori dall’Italia, una cosa mi colpisce con forza: negli Stati Uniti l’arte continua a essere un mercato vivo, dinamico e partecipato. Non è solo una sensazione, ma emerge anche dai numeri.
Secondo dati recenti, gli Stati Uniti rappresentano da soli circa il 40 % del mercato dell’arte contemporanea a livello globale, molto più di qualsiasi altro paese.
In termini concreti, nel 2023/24 il fatturato delle aste di arte contemporanea negli USA ha superato i 779 milioni di dollari, mentre l’Italia si ferma a una quota molto più contenuta, intorno ai 23 milioni, pari a circa l’1 % del mercato totale.
Questi dati raccontano una realtà che si vede anche camminando tra le fiere, le gallerie e gli spazi indipendenti: esiste ancora una cultura fortemente radicata del collezionismo, una propensione a investire nell’arte come forma di espressione, di dialogo e, sì, anche di scambio. In America collezionisti, istituzioni e privati vedono il sostegno all’arte come parte di una conversazione più ampia sulla cultura, sul futuro, sulla comunità.
In confronto, l’Italia fatica a rinvigorire il proprio mercato interno. Qui il rapporto con l’arte contemporanea tende a rimanere più confidenziale, legato alla conservazione del passato e spesso guardato con sospetto quando si parla di mercato e di acquisti. La presenza dei collezionisti è meno dinamica, e gli investimenti sono più spesso rivolti alle opere “sicure” o tradizionali.
Così, mentre oltre oceano si assiste ancora a numeri significativi e a una domanda attiva, qui da noi la cultura dell’acquisto d’arte contemporanea sembra aver perso slancio. Non per mancanza di talento, che in Italia non è mai mancato, ma per un diverso modo di guardare all’arte: più come patrimonio da custodire che come linguaggio da vivere nel presente.
E forse proprio questa differenza ci dice qualcosa di profondo sui due modi di intendere l’arte: negli Stati Uniti può coesistere la dimensione economica con quella culturale, mentre da noi a volte si fatica a vedere il mercato come parte integrante di un ecosistema culturale vitale, piuttosto che come un tabù da evitare.
I dati ci parlano, certo, ma guardandoli negli occhi vediamo soprattutto storie: di artisti che trovano spazio, di collezionisti che credono in nuovi sguardi, di gallerie che rischiano per offrire voci nuove a un pubblico curioso. E forse è in queste storie, più che nei numeri, che risiede la speranza di rinnovare anche qui da noi il modo in cui viviamo l’arte.



