(ASI) 07 maggio 1982. Il ragazzo, capelli caschetto, faccia da scugnizzo, ha qualità, può farcela a trovare un posticino al sole. Ne è convinto Rino Marchesi che lo getta nella mischia al posto di Antonio Criscimanni.

Il calcio è come la vita, nessuno ti regala niente, e quel giovanotto custodisce un sogno in un cassetto fin da un’infanzia trascorsa tra le strade di Acerra: Pietro Puzone sta per toccare con mano che è arrivato il suo momento. Sette minuti o poco più, prima della proverbiale gavetta. Ma il ritorno è scritto nel destino, e il vento - zonda - favorevole soffia dall’Argentina.

Tango y libertad

Nessuno sa chi abbia dato il nome a questo ballo così affascinante, né perché si chiami a questo modo. Ma conquista, cattura, come le giocate di un giovanotto nato a Lanùs. Si chiama Diego Armando Maradona, e le sue favole più belle le scriverà all’ombra del Vesuvio. A Napoli, Maradona stringe un intenso rapporto d’amicizia proprio con Pietro Puzone. Tra i due nasce una sintonia anche fuori dal campo. L’allegria e la spontaneità di Maradona si incastrano alla perfezione con l’archetipo di vitalità che è Puzone, un Puccio d’Aniello - ‘o Puricinella - contemporaneo. 

La caduta degli Dei

Vedi Napoli e puoi muori come ripeteva sempre Goethe, che assicurava che non si può smettere di vivere senza prima aver visto Napoli. Maradona e Puzone, compagni di sgambate, bravate ed imprese, toccano cime mai esplorate. Come lo scudetto del 1986, perla partenopea. La futura Mano de Dios è assoluto protagonista insieme a Bruno Giordano. Il terzo componente della futura e famosa Ma.Gi.Ca è ancora al sole di Saõ Paulo. Di magica c’è l’amicizia tra Maradona e Puzone, e nonostante quest’ultimo veda giocare il migliore amico dalla panchina, un pezzetto di scudetto è anche suo. A distanza di qualche anno, dopo aver visto, conosciuto ed amato Napoli, anche Puzone, così come il celebre compagno, conoscerà il declino. 

La vita scorre, restano i ricordi e le persone

I campioni appendono le scarpette al chiodo, calciatori felici espongono trofei in bacheca, e quelli tristi che non hanno vinto mai – lo sapeva bene De Gregori - sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai. Venerati quando serve, osannati quando fa comodo, dimenticati e gettati via come stracci vecchi quando il gioco finisce e cala il sipario sul teatro delle ipocrisie umane. È successo anche a Pietro Puzone, che dopo essersi accomodato su una calda e confortevole panchina di un campo di calcio, ha conosciuto anche quelle fredde e solitarie della sua Acerra. Sicuramente ha commesso errori, umano è sbagliare. Più grave è scagliare la prima pietra, e chissà quanti hanno dato buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio. A Pietro servirebbe solo un po’ di umanità, nessun giudizio, né dita puntate contro. Solo un’occasione, come quella che gli concesse Rino Marchesi. Scaldati, ragazzo, tra poco entri in campo. Il primo che potrebbe rispondere è il patron del Napoli, Aurelio De Laurentiis. È un grande presidente che si fa carico anche del passato, splendori e miserie, e Puzone quella maglia azzurra l’ha indossata e onorata. Nessuna colletta, guai al mondo, ma un incarico, magari non di prima fila, magari nelle giovanili, potrebbe essere un toccasana. Anche per dimostrare che il calcio non sempre è cinico e baro. 

Raffaele Garinella – Agenzia Stampa Italia

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