(ASI) Perugia. È  imbarazzante e dispiace non poter esprime una critica positiva sulla cantante di colore Natalie Cole storica singer figlia del divino Nat king. Per essere indulgenti si potrebbe pensare ad una serata che non è decollata, o negativa, ad una cattiva scelta del repertorio che dovrà essere modulato con l’avanzare di voce ed altro, ma è poco verosimile.

Realmente temo che abbiamo assistito alla parabola calante di un astro  musicale precoce che ha raggiunto il suo naturale sviluppo. Togliamoci subito il difficile compito: difetti di intonazione, due errori di cui uno magistralmente ripreso, una certa durezza e instabilità della voce che non convince più, flessioni difficili da non notare, per tralasciare lo spietato ed eccessivo giudizio di karaoke emesso da uno spettatore. Difficile da ammettere per un concerto molto elegante dove l’orchestra tecnicamente era perfetta e rispondeva alla esigenza della voce della cantante, non sovrastandola mai e lavorando in modo perfettamente funzionale, con delle coriste eccellenti (in grado di reggere la velocità della cantante e di produrre adeguati echi) e un pianista bravissimo (che spicca negli intermezzi a solo di gusto impressionista francese ma di cui ci si accorge anche quando esegue pianissimo nell’accompagnamento). Piacciono gli italiani e italo-americani come Tony Pulizzi alla chitarra. L’orchestra è stata veramente equilibrata. Interessante la scelta di un pianoforte più due tastieristi. Canzoni bellissime, come per esempio un “Non dimenticar” in inglese sensibile ma poco convincete. il repertorio più riuscito di questa cantante sembra essere sempre quello vicino al Jazz tradizionale. Nel complesso  non mancano dei momenti belli. Ottima per esempio la esecuzione in duo con il grande genitore, scomparso anni orsono, proiettato con le immagini sui grandi schermi. Per alcuni una macabra operazione di marketing, per me una operazione storica, un momento nostalgico, una dimostrazione tecnica ed un tributo che ha fornito alcuni dei momenti migliori del concerto, facendo apprezzare una genetica similitudine del duetto semi-virtuale. La presenza scenica della cantante è di alto profilo, il suo canto si integra perfettamente alle coriste, purtroppo restituisce un sapore asciutto, talvolta esile.  Solo più tardi dimostrerà di poter sfoderare anche una adeguata potenza. Intrigante e bella la iniziale “Ruth 66”. Ricca la presenza in programma di canzoni in lingua spagnola, piace “Smile” pur lasciandosi dietro un sapore di poca rotondità. Buona la risultanza di “Amapola” sostanzialmente rispettata con testo e musica adeguatamente messi in risalto in una impostazione correttamente non dirompente. Finalmente splendida l’Unforgettable in duo con la registrazione paterna resa filologicamente.La voce della cantante si adatta molto bene al genere di Sinatra ed ha una  timbro molto americana, purtroppo esile. Ed ecco l’attacco dubbio, ma ripreso bene, di “Miss you like crazy”, una canzone in se stessa stupenda e molto sentimentale.

Ciò che invece ha cambiato volto alla serata fin dalle prime battute è stata l’esibizione di Fiorella Mannoia che riassumiamo subito come strepitosa sotto tantissimi punti di vista. Ha soddisfatto una Perugia ingorgata per raggiungere un’Arena di Santa Giuliana che ieri sera era veramente al completo. Non si è trattato di un concerto Jazz, bensì di musica leggera italiana, con molti tributi e reminiscenze, salvo alcuni spunti di genere offerti dal trombettista  Fabrizio Bosso, con un risultato ottimo che ha dimostrato la ampia abilità della cantante. Grande presenza e padronanza scenica, grandissima costanza esecutiva fino all’ultima nota del concerto, pubblico in delirio.  Non convince il pianismo di Damilo Rea, sempre molto duro e poco raffinato,  in certi momenti pianobaristico, che opera sostanzialmente solo funzionalmente come accompagnatore. Bellissimo il tributo “Io che amo solo te” a Sergio Endrigo in un interpretazione riflessiva e di stampo proprio. La potenza vocale è altissima, fino all’ultimo dicevamo e i testi sono perfettamente scanditi. Lo stile è notissimo a tutti e non viene mai tradito, come fosse una impronta digitale, pur senza rinunciare a versatilità e adeguandosi al pezzo elaborato. Il repertorio proprio della cantante è stato eseguito nei brani più importanti, tutti riuscitissimi: “Io non ho paura”, “Siamo così”, un brano punk trasgressivo del 1981 (ricantato come anteprime del disco che uscirà per festeggiare i suoi 60 anni), un brano tratto da “Sud” e moltissimi altri tra cui quelli realizzati con Tony Bungaro, presente al concerto. Poi Dalla, Renato Zero, Conte (It’s wuanderful). Un abisso rispetto al primo tempo per una cantante professionale, completa, sensuale, in grado di trascinare orchestra – di cui segnaliamo il chitarrista e il percussionista che è anche coproduttore degli ultimi lavori- e indubbiamente pubblico. Peccato un sermone parlato verso la fine del concerto, i cui concetti per alcuni potevano risultare sgraditi. Non è mancata in chiusura neppure una nota di protesta, anche questo a mio avviso potrebbe sembrare eccessivo per un contesto così piacevole e disteso: “…l’Italia è tutta illegale”. Le sue canzoni piacciono e le canta con maturità e passione, con romanticismo e veemenza. Il Jazz entra in scena con Bosso, caratteristico per i suoi suoni aspri, che da .vita ad un ottimo sottofondo poi sviluppatosi in un breve ma altrettanto ottimo dialogo con la cantante.

Giuseppe Marino Nardelli –Agenzia Stampa Italia

 Foto: Giulio Fratticioli

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