(ASI) "L’aspetto nella mia azienda per bere un calice del mio vino naturale."

Ci avevano avvisato: Nevio Scala è un animo nobile, un galantuomo. Ed ancora: classe e signorilità, merci sempre più rare in un mondo, quello pallonaro, che ha sempre rotolato, ma che da anni è diretto nella direzione sbagliata. In un calcio in cui non esistono più bandiere, dove il business la fa da padrone, ecco chi, come Nevio Scala, ha sempre predicato e razzolato bene. Abbiamo voluto toccare con mano se le referenze erano quelle giuste. Lo scopriremo assieme. La scomparsa di Calisto Tanzi ci ha fatto tornare in mente quel periodo glorioso di un Parma targato Scala. 

Non ho mai venduto fumo, ho cercato di essere sempre me stesso. A Parma così come a Perugia o in Germania, Ucraina, Russia e Turchia. Ho rapporti con tutti, in tanti non mi hanno dimenticato. Questo è un aspetto impagabile. Vuol dire che ho seminato bene ed ora sto raccogliendo”. 

Una carriera ricca di soddisfazioni, come le Coppe nazionali ed europee sollevate a Parma, quella di campione del mondo per club in Germania, il titolo di campione d’Ucraina dopo aver interrotto anni di dominio della Dinamo Kiev, un altro trofeo in Russia. Un piccolo neo, la retrocessione di Perugia.

Quella retrocessione rappresenta uno dei più grandi dispiaceri della mia carriera di allenatore, ma la serie A non la perdemmo nell’ultima partita a Piacenza, bensì prima. Nell’ultimo turno ci furono anche risultati sorprendenti come la vittoria del Cagliari a San Siro contro il Milan. Alla fine comunque i risultati riflettono ciò che si è fatto e può darsi che qualche errore l’abbiamo anche commesso. I miracoli qualche volta non riescono facilmente neppure al Padre eterno. 

Con Gaucci pensava fosse amore, poi come successo al compianto Massimo Troisi in uno dei suoi celebri film, quel sentimento si rivelò un calesse. Ma Perugia, città e tifosi, sono sempre stati - e continuano ad essere - nel cuore di Scala.

Perugia l’ho adorata. Una città stupenda, tra le più belle d’Italia. È una città che mi ha fatto crescere. Mi ha fatto comprendere che le bellezze naturali, i paesaggi così meravigliosi hanno più valore di un successo in una partita che conta poco. Amavo passeggiare lungo le bellissime vie, attraversarne i vicoli. Abitavo in centro e potevo godere di un balcone con una vista meravigliosa. Ancora oggi torno a Perugia, soprattutto quando devo consegnare il mio tabacco nella vicina Assisi. Dal punto di vista sportivo, la stagione è stata difficile perché c’era un presidente difficile. Se mi avessero lasciato lavorare con serenità e con tranquillità, magari ci saremmo salvati. Al principio Gaucci sembrava accettare le mie idee, poi quando qualche risultato è venuto meno, ha cominciato a non rispettare più i ruoli. Perugia è stata un’esperienza positiva perché mi ha dato modo di conoscere una realtà che non avevo né visto, nè toccato. Insegnamenti di cui ho fatto tesoro e che mi sono serviti nel prosieguo della mia carriera. Non ho rimpianti perché mi è servita per comprendere meglio tanti aspetti del mondo del calcio, dai dirigenti ai calciatori. Se poi qualcuno avesse remato contro, da parte mia non c’è nessun sentimento di rivalsa, vendetta o rancore. 

Ed è proprio attraverso quei vicoli tanto cari a Scala, custodi silenziosi della storia, ma anche di scomode verità, che alcune voci sussurrano di come la squadra non abbia mai digerito l’esonero di Galeone e che abbia comunque continuato a sentire il vecchio allenatore. Aspetto che, qualora fosse vero, avrebbe certamente non agevolato il lavoro di Scala.

Non ho mai voluto entrare in quell’argomento perché non mi è mai piaciuto. Qualche voce è arrivata anche alle mie orecchie, ma non ho mai pensato di solcare quel vento. Sono cose antipatiche e la verità verrà fuori nel tempo. 

Gattuso, Negri e Materazzi non potranno mai dimenticare Scala. 

Rino l’ho fatto esordire in serie A.Era stato un calciatore importante, poi è fuggito di notte senza dire nulla. Peccato perché avrebbe potuto dare tanto alla squadra. Negri ha fatto bei gol, nonostante fosse un pochino indisciplinato. Di Marco Materazzi ne avevo parlato con Beppe, suo padre. Mi chiese, una volta rientrato dal prestito di Carpi, di osservarlo, di non escluderlo dai radar. Mi auguro che quell’anno abbia imparato qualcosa, poi è diventato campione del Mondo, così come Gattuso. Queste rappresentano per me grandissime soddisfazioni. Non avevo preferenze, ho sempre considerato tutti i calciatori che ho allenato come miei figli. Ho allenato tantissimi grandi calciatori. Penso a Moeller, Reuter e a tutto il gruppo del Borussia Dortmund. Ma anche al Parma dove avevo Minotti, Apolloni, Asprilla e Zola. In Ucraina ho allenato Agahowa, nazionale nigeriano, un fenomeno. Sapesse quante marachelle ho perdonato a tanti miei calciatori, cose che non erano concepite nel mondo del calcio. Erano ragazzi, e qualcosa nella vita privata gliela dovevo concedere, a patto però che una volta in campo facessero i calciatori. 

Un’esperienza ricca, anche da un punto di vista economico.

Non posso sottovalutare questo aspetto che, a quei tempi, aveva la sua importanza. Non ero un allenatore che guadagnava tanti soldi e quando Gaucci mi ha proposto quel ricco ingaggio mi sono detto: “Ma come? È possibile che un allenatore guadagni così tanto?”. Mi sono lasciato convincere, ma oggi, col senno del poi, nonostante l’esperienza sia stata importante, probabilmente non la rifarei. 

Abissali le differenze con Calisto Tanzi.

A Tanzi ero molto legato. Non spetta a me giudicare l’imprenditore, quello è stato giudicato dai magistrati. Era un presidente molto defilato. Non mi ha mai chiesto nulla, nè voluto conoscere la formazione che avevo deciso di schierare. Era discreto, amava la squadra ma rimaneva nell’ombra e rispettava i ruoli. Ero io a chimarlo negli spogliatoi quando percepivo che la squadra, o qualche calciatore in particolare, necessitasse di un suo messaggio. Concordavamo il messaggio da lanciare alla squadra. Gaucci era presidente, ma voleva fare anche l’allenatore, il magazziniere, il direttore sportivo e il medico. 

Tra le persone di quel Perugia che Scala ricorda con piacere c’è Francesco Ghirelli, attuale presidente di Lega Pro.

Col Dottor Ghirelli, persona estremamente seria, ho avuto un bellissimo rapporto e lo ricordo con molto piacere. Siamo sempre in contatto. 

Confessiamo a Scala di aver tifato per il suo Borussia Dortumund, sia contro il Parma di Ancelotti durante i gironi eliminatori di Champions League, sia nei quarti di finale contro il Bayern Monaco di Giovanni Trapattoni. Era impossibile, e francamente utopico, tifare contro un galantuomo come Scala. 

Avevamo una grande squadra. Purtroppo nella gara di andata delle semifinali contro il Real Madrid non potemmo schierare l’infortunato Heinrich. Tanko sbagliò un gol ad inizio partita e la gara si compromise. Pagammo soprattutto il fatto di aver cominciato la gara con due ore di ritardo. Un gruppo di ultras del Real Madrid aveva danneggiato i pali di una delle due porte che cadde all’indietro quando mancavano cinque minuti al fischio d’inizio. Avremmo potuto vincere a tavolino come suggerì io stesso al presidente, ma il fair play del presidente consentì lo svolgimento dell’incontro. Il Real Madrid era più forte di noi, non c’è dubbio.

Sul derby scudetto tra Milan e Inter - squadre in cui il mister ha militato da calciatore - Scala, milanista sin da bambino, ha difficoltà nel decretare la più forte. 

Avevo sette anni quando mia madre mi regalò la maglia del Milan. È difficile dire quale sia la squadra più forte. In Simone Inzaghi vedo alcune cose che hanno fatto parte del mio modo di allenare. La stessa serenità che avevo io. L’Inter scegliendolo ha fatto un grande colpo. Pioli sta facendo benissimo nonostante le numerose assenze che ha dovuto fronteggiare. 

A Scala viene fatto notare di essere stato un precursore, pioniere del 3-5-2 tanto caro a Conte ed Inzaghi. Il mister sorride compiaciuto prima di rispondere. 

Non pretendo che Inzaghi copi quel Parma, però quel sistema, il 3-5-2 che avevamo studiato prima a Reggio Calabria, poi a Parma, ha portato buoni frutti.

Buoni come il vino che produce nel verde delle sue tenute e che gli promettiamo di assaggiare alla prossima occasione. Che si tratti di quello dei campi di calcio o delle campagne baciate dal sole, il risultato è sempre lo stesso: Scala ha sempre seminato bene. 

Raffaele Garinella - Agenzia Stampa Italia

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