(ASI) Si pensa di sapere tutto su uno dei criteri della meritocrazia, ma se un esperto decide di scrivere un libro al riguardo, vuol dire che l’argomento non può essere liquidato velocemente.

“Notai allora nel 2008 a seguito della crisi economica, che i governi e gli organismi internazionali anziché provare a cambiare modello di sviluppo, perseverarono sulla strada del neo-liberismo e dell’”austerità”. A dirlo è il professor Salvatore Cingari.

Ordinario di Storia delle dottrine politiche presso l’Università per Stranieri di Perugia.

L’abbiamo intervistato sul libro didattico dal titolo: La meritocrazia, un libro di 250 pagine, molto didattico da consigliare a tutte le facoltà di scienze sociali e scienze politiche. Libro pieno di insegnamenti, spiega approfonditamente il senso e la storia dell'ideologia meritocratica evocata distopicamente da Michael Young, il sociologo, attivista e politico britannico morto nel 2002.

Come mai scrivere un libro sulla meritocrazia?

Mi sono iniziato ad occupare del tema della meritocrazia a seguito della grande crisi economica del 2008. Notai allora, infatti, che i governi e gli organismi internazionali anziché provare a cambiare modello di sviluppo, perseverarono sulla strada del neo-liberismo e dell’”austerità”. In base a questa andavano abbandonate ulteriormente le politiche redistributive e volte a colmare le diseguaglianze sempre maggiori nelle società contemporanee. La giustizia, perciò, non veniva più intesa come “giustizia sociale” bensì come tutela di un “giusto” sistema di regole in cui una “giusta” competizione garantisse che i vincitori si siano meritato di ascendere la scala sociale. In tal modo anche se i “vincitori” (i forti) saranno pochi e gli sconfitti (i forti) tanti, si inneggerà al trionfo della meritocrazia.

Detto in termini più concreti: a cavallo del primo decennio del millennio vennero effettuati ulteriori pesanti tagli alle istituzioni pubbliche ivi compresa l’Università e la ricerca, a discapito dei soggetti più deboli che, ovviamente, vedevano limitati i propri diritti da un disinvestimento pubblico. Questi tagli venivano giustificati col fatto che le risorse venivano mal impiegate, e cioè beneficiando soggetti immeritevoli e gestendo le stesse senza la sufficiente competenza. Dunque i problemi non venivano affrontati aumentando l’investimento pubblico nella sanità, la scuola, l’università, la previdenza sociale, bensì cercando di individuare regole per cui le poche risorse residue potessero essere assegnate e gestite con criteri di merito presuntamente oggettivi. Insomma la meritocrazia finiva per essere una giustificazione ai tagli della spesa pubblica, la privatizzazione e aziendalizzazione delle istituzioni e della diseguaglianza che ne conseguiva.

Può spiegarci il concetto di meritocrazia partendo da Michael Young per arrivare a Michael Sandel. 

Beh, per Michael Young la meritocrazia indica una società in cui viene assegnato il potere ai meritevoli, provocando una netta separazione fra classi dirigenti e persone che svolgono lavori manuali. Ma questi “meritevoli” sono individuati tramite test d’intelligenza basati su criteri monocordi che riducono l’inesauribilità dei talenti umani a parametri quantitativi legati a competenze solo di un certo tipo. Sandel riprende questo tema sottolineando come gli Stati Uniti contemporanei siano diventati una società in cui il potere economico e simbolico è concentrato in una minoranza di persone superqualificate che stanno infinitamente meglio del resto dei cittadini, da cui vivono totalmente separati. Questi privilegiati non si pongono il problema della diseguaglianza perché ritengono di meritarsi la propria posizione per via dei propri maggiori titoli. In realtà Sandel spiega che è proprio l’estrazione sociale privilegiata che consente appunto di acquisire quei titoli e di superare i test necessari all’accesso alle migliori università.

In una società mediocre come la nostra si può parlare di meritocrazia?

Nadia Urbinati ha opportunamente sostenuto che non è la società giusta a fondarsi sul merito ma è il merito a fiorire in una società giusta. Quello che voglio dire è che nel mio libro e in quello di Sandel non si ritiene che i problemi della nostra società vengano da una mancanza di riconoscimento di un presunto “merito”, ma dalle diseguaglianze sociali e dalla pretesa di considerare “merito” solo il valore che serve al potere per riprodursi: ad esempio il “merito” di esser bravi a fare denari oppure di ottenere il gradimento sui social etc….Inoltre non è in causa l’idea che ad ognuno debba essere riconosciuto il suo proprio merito – le sue competenze oppure il suo lavoro – ma il fatto che sulla base di questi si rivendichi una posizione di privilegio e potere rispetto a chi produce performance considerate inferiori; ed è in causa anche il problema di una sfera di diritti che corrisponda al soddisfacimento di bisogni che prescindono da ogni merito. Ad esempio la cura delle malattie di ognuno oppure la possibilità di vivere sotto un tetto e di mangiare sano non dovrebbero dipendere da presunti meriti individuali.

Quali sono i criteri necessari per stabilire se una persona ha meriti effettivi?

Ecco questa è una classica domanda – perdoni la sincerità - che a mio avviso non ha senso. Shakespeare nell’Amleto dice in sostanza che se ognuno di noi dovesse essere trattato secondo il proprio merito non meriterebbe che frustate.

Chi controlla i controllori, cioè, chi stabilisce se una scelta è stata fatta su base meritocratica?

Ma infatti uno dei motivi per cui la meritocrazia dovrebbe essere bandita è che essa pretende di assegnare il potere sulla base di criteri di “merito” che non possono che essere relativi e condizionati dal tipo di potere dominante nella società. Il merito è un concetto soggettivo, in quanto “chi” valuta non può che essere un soggetto. La valutazione oggettiva è un’utopia che oggi porta a fantasticare sul ruolo che gli algoritmi potrebbero avere in questo senso. Ciò non vuol dire che i ruoli lavorativi non debbano essere assegnati a chi ha i requisiti giusti oppure in determinati casi su base competitiva. Ma sempre nella consapevolezza che con questo non si attua un sacro processo basato sulla “verità” oggettiva, come avviene nella folgorante serie tv brasiliana intitolata 3 per cento. In essa si immagina che in una società del futuro post-catastrofico, ogni anno si svolga una selezione basata su test sui ventenni per stabilire il tre per cento di intelligenti che sarebbe andato a vivere in un’isola in cui essi avrebbero goduto di tutti i privilegi, lasciando il resto della popolazione nel più disperato degrado materiale e morale.

Laurent De Bai per Agenzia Stampa Italia

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