“Patrizia 1965” di Francesco Serino (Atlantide, Roma, 2023). Appunti dal fronte di guerra chiamato “vita”

La scrittura è sangue e guerra

«Non sono venuto a portare la pace, ma una spada» (Mt 10,34). Il cristianesimo antico aveva già capito tutto: vita militia est. Il fronte di guerra è lo spazio aperto della vita, in un istante può cambiare tutto. Francesco Serino, libraio, saggista e scrittore, classe 1978, a nemmeno cinquant’anni ha messo su carta il sangue versato negli anni dolorosi della malattia della madre, un’epoca costruita come i frattali, dentro una piega c’è tutto.

Non c’è solo tempo e vita in questa storia, che si dipana fra le strade di Grosseto, mai nominata, la città di Francesco e la mia, e il resto del mondo urbano, ospedale, la Basilica del Sacro Cuore e un’umanità degna del bestiario di Rabelais: c’è tutto ciò che la storia non può contenere e che si chiama infinito.

Francesco ama sua madre, una commercialista alle prese con clienti morosi e uno studio da mandare avanti, anche ora che versa in pessime condizioni di salute, e questo amore non è mero sentimento, ma diventa il motore di una battaglia a viso aperto con il mondo. Il cuore di battaglia a pieno pompaggio e il centro di questo libro. Non è letteratura, è scrittura avvinta dalla sperdutezza e da un inesauribile bisogno di Dio.

Il giovane uomo che si trova invischiato in recuperi di crediti a dir poco eroici, una schizofrenica che si suicida, mentre lui si trova, per uno scherzo del destino, a casa sua, un misterioso e provvidenziale uomo, “il Principe”, che troneggia nel piccolo mondo antico grossetano come un signorotto all’antica e grato alla madre di Francesco, per antichi e solidi motivi, feudatario scorbutico per la causa di Francesco, e tutto questo mentre partono razzi come questi: «Perché è così difficile rimanere liberi? In un modo o nell’altro, io e mamma siamo sempre degli schiavi, del mondo, di noi stessi. Esisterà mai un rimedio, un rimedio vero?» (p. 73).

Il realismo e l’uomo in rivolta

Capita l’antifona? Come si fa a pensare che questo sia un banale romanzo? Tutti scrivono romanzi, pochi vergano scrittura dentro l’avvenimento-vita. Francesco Serino fa parte di questa ristretta tribù di affezionati al vero, che è sempre l’intero dell’esistenza. Un uomo che entra nella chiesetta storica di Grosseto dedicata alla Medaglia Miracolosa e pianta gli occhi su di lei, a poca distanza dalla Basolica del Sacro Cuore, dove aveva impastato la sua vita di ragazzo con quella del “Padre”, suppongo Padre Giancarlo, a suo tempo amico di mio padre, insomma, in provincia i ricordi seguono sovente le stesse strade e le medesime compagnie. La provincia è la piccola patria della metafisica e guida alla resistenza di fronte al sopruso, talvolta anche da parte della polizia o dei funzionari che vogliono pignorare la casa di famiglia, no, non ci sto, dice Francesco, e scatena la guerra. Rischiando, naturalmente, e cavandone fuori amore, perché un’omonima al femminile, Francesca, è dietro l’angolo, angelo del conforto.

«Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no” »? (Albert Camus, L’uomo in rivolta, un testo, si badi, del 1951…).

Solo gli uomini liberi…

Solo gli uomini liberi e allergici alla retorica della libertà-vuoto possono scrivere così:

«Mi vedo per quello che sono: un ragazzo con la mamma ammalata, con un sacco di debiti e un sacco di crediti difficili da riscuotere, con l’immagine di una donna morta piantata nel cervello, l’abisso della prigione e la scadenza per l’ufficiale giudiziario. Cos’altro potrà accadere?» (p. 81).

Può ancora accadere un fatto, “il” fatto, “quel” fatto:

«Mamma alza una mano cercando la mia. Me la prende, la tiene con sé. Sotto le palpebre, vedo i suoi occhi muoversi qua e là, febbrili. Chissà perché fanno così. Siamo avvolti da un grande silenzio, c’è solo il ticchettio dell’orologio in cucina. La pelle del collo si alza un poco, poi un altro poco, poi mamma fa un piccolo, piccolissimo sospiro. Sono lì che aspetto, ma il collo non si muove. Non si muove più. Mamma ha smesso di respirare. Il suo cuore si è fermato. Ecco, si è spenta così, è tutto finito. La guardo per qualche minuto, con la mente completamente vuota. La mia mamma se n’è andata per sempre. È bellissima. (…) Mi tiro su e l’abbraccio, la stringo forte, e anche se lei non può stringermi sento tutto il suo amore che mi entra nel cuore. Tele fono a Francesca. Appena mi sente scoppia a piangere» (p. 282).

La libertà di un uomo è vera solo di fronte al supremo istante della morte dell’Amata. Un istante, questo, che si colora di vita solo perché il Dio che ha scelto di diventare il Figlio di Maria dice questo:

«Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

Non c’è altro da dire e da ascoltare, Francesco, è tutto, è il Tutto.

Raffaele Iannuzzi per Agenzia Stampa Italia

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