(ASI) L'indice PMI manifatturiero cinese scende a settembre sotto la soglia dei 50 punti, passando a 49,6 dai 50,1 di agosto. Il rallentamento - fanno sapere dal Dipartimento Nazionale di Statistica, citato da Xinhua - è dovuto alla diminuzione della produzione nei settori ad alta intensità di energia, che ha pesato sull'intero comparto. Dando un'occhiata ai sotto-indici, quello relativo alla produzione scende infatti di 1,4 punti assestandosi a quota 49,5 mentre quello relativo ai nuovi ordini cala di 0,3 punti raggiungendo quota 49,3. Scendono sensibilmente anche i nuovi ordini dall'estero (46,2) e l'import (46,8).

Da alcuni giorni, il tema è finito sulle prime pagine di molte testate straniere che segnalano razionamenti di energia elettrica in diverse province del Paese, che potrebbero avere potenziali ricadute sul resto del mondo. Al di là delle voci e delle indiscrezioni, non è però ancora chiara la portata di questi interventi né la loro durata.

Gli analisti occidentali riconducono la decisione, a seconda dei punti di vista, ai rincari dei prezzi delle materie prime dovuti alla pandemia, ad un'improvvisa accelerazione del piano di decarbonizzazione stabilito dal governo (che tuttavia già da tempo aveva fissato l'obiettivo della neutralità carbonica per il 2060) o addirittura alla volontà di mantenere puliti i cieli nel Nord del Paese in vista delle prossime Olimpiadi Invernali di Pechino.

Pur ammettendo nella pubblicazione odierna la riduzione della produzione nei settori ad alta intensità di energia, le autorità cinesi non sembrano particolarmente preoccupate da questa situazione. Del resto, i dati relativi alla produzione industriale nei primi otto mesi di quest'anno appaiono ancora abbastanza rassicuranti nonostante il calo nella produzione di energia.

Stando ai dati diffusi in questi giorni dal Dipartimento Nazionale di Statistica, tra gennaio e agosto i profitti delle maggiori imprese industriali cinesi hanno registrato un aumento del 49,5% rispetto allo stesso periodo del 2020 e del 42,9% sul 2019, rispetto, cioè, ai livelli pre-pandemici. L'industria mineraria ha aumentato i profitti del 151%, quella manifatturiera del 48,2% mentre l'insieme delle attività di produzione e fornitura di energia elettrica, calore, gas e acqua ha registrato una contrazione complessiva del 6,5%, dato appesantito proprio dall'industria della produzione e fornitura di energia elettrica e termica (-15,3%) [NBSC, The Profit of Industrial Enterprises above Designated Size from January to August in 2021, 29/9/2021].

Da domani, inoltre, in Cina prenderà il via la seconda Settimana d'Oro dell'anno, sette giorni di ferie per celebrare il Primo Ottobre, giorno in cui ricorre l'anniversario della fondazione della Repubblica Popolare. Come di consueto, molte fabbriche resteranno chiuse e molte case vuote. Milioni di cinesi andranno infatti in vacanza fuori città o fuori provincia. La piattaforma cinese di prenotazione turistica LY.com ha dichiarato di attendersi circa 650 milioni di viaggi, in crescita rispetto ai 637 milioni registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Siamo tuttavia ancora soltanto all'80% dei livelli pre-Covid, tanto che secondo Zhang Qidi, ricercatore presso il Centro di Studi Finanziari Internazionali dell'Università Centrale per la Finanza e l'Economia di Pechino, l'impatto del Covid-19 è ancora «vasto e prolungato» [CNA, China's Golden Week travel not expected to return to pre-COVID-19 levels this year, 30/9/2021].

Note sicuramente più positive giungono dall'indice PMI non-manifatturiero, che a settembre è salito a quota 53,2 punti dai 47,5 di agosto. Il sotto-indice relativo alle attività commerciali nel settore dei servizi ha raggiunto quota 52,4, in crescita di 7,2 punti rispetto al mese precedente. In ripresa sono soprattutto i trasporti, l'alberghiero e la ristorazione, che ad agosto erano stati colpiti da una risalita dei casi di Covid-19 nel Paese. Dei 21 settori presi in esame nel calcolo del PMI non-manifatturiero, sono ben 16 a segnare una fase espansiva, ovvero un indice al di sopra dei 50 punti, rispetto ai soli 7 di agosto. In salute - stabile a quota 57,5 - anche il settore delle costruzioni, particolarmente attenzionato in queste settimane alla luce del caso Evergrande.

Il destino del colosso immobiliare cinese pare procedere verso la soluzione del fallimento pilotato sotto l'egida dello Stato, che dovrebbe mettere in campo per l'occasione alcune sue controllate. Negli ultimi dieci giorni, la Banca centrale (PBoC) ha già iniettato consistente liquidità per contenere eventuali ripercussioni di breve periodo sui mercati ma, ed è ciò che più conta a lungo termine, ha promesso un «mercato immobiliare sano» al fine di salvaguardare lo sviluppo del settore e proteggere i diritti legali degli acquirenti di case. Durante la riunione trimestrale tenuta sei giorni fa, di cui la Banca centrale ha dato conto lunedì scorso in una nota, la Commissione per la Politica Monetaria ha anche aggiunto che intensificherà il coordinamento di politica monetaria con quelle fiscali, industriali e regolamentari «per raggiungere l'equilibrio tra sostegno all'economia con la finanza e la prevenzione dei rischi» [ANSA, Evergrande: Pboc promette un mercato immobiliare sano, 27/9/2021].

Mercoledì scorso, la stessa Evergrande ha reso noto di aver venduto alla controllata statale Shenyang Shengjing Finance Investment Group una quota del 19,93% (circa 1,753 miliardi di azioni) detenuta in Shengjing Bank al valore di 5,70 yuan ciascuna, per un totale di circa 9,99 miliardi di yuan, pari a 1,5 miliardi di dollari [S. Arcudi, Evergrande vola in Borsa dopo cessione asset per 1,5 miliardi di dollari, Sole24Ore, 29/9/2021]. Il pagamento della somma avverrà soltanto quando saranno soddisfatte le condizioni previste dall'accordo, cioè l'approvazione del CdA di Shengjing e il via libera delle autorità di regolamentazione, ma il dado è tratto e la notizia ha già fatto schizzare il titolo a Hong Kong nella giornata di ieri.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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