(ASI) Bagram, 60 chilometri a Nord di Kabul, ospitava la più grande base USA in Afghanistan. Costruita negli anni 50 è passata ai russi negli anni 80, nel 2001 è cresciuta fino a diventare una città di 40 mila abitanti completa di piscina e Fast Food. Il primo luglio la base è stata riconsegnata al popolo afghano. È ufficiale, gli americani lasciano Bagram.

È ciò che resta di un nome ed un simbolo. Ha visto atterrare nel suo aeroporto decine di migliaia di soldati che hanno preso parte alla guerra al terrorismo. La base aerea centro della lotta contro i talebani e Al Qaeda. Da qui sono partiti allo stesso modo i duemila feretri dei militari uccisi in combattimento. È sempre qui che sono stati detenuti migliaia di talebani, nella prigione seconda solo per triste fama a Guantanamo. Di tutto ciò che era una postazione di guerra all’avanguardia restano le fondamenta ed i pezzi di rame che gli abitanti locali rivendono al mercato. Non vi è stata nessuna cerimonia, nessun clamore. I soldati americani se ne sono andati in quello che appariva come uno dei ritiri militari più avanzati che la storia della guerra ricordi. Tuttavia il disimpegno delle truppe non è ancora ultimato. Si contano nella struttura ancora tra le 2000 e 3500 unità di soldati addestrati e anche veterani. Il motivo va ricercato in vista della data simbolo dell’11 settembre, indicata dal Presidente degli Stati Uniti di America Joe Biden, come fine ufficiale delle operazioni militari.

L’attesa di un annuncio è proprio il 4 luglio giorno storico per gli Usa concomitante con la festa dell’Indipendenza. La smobilitazione delle truppe dell’esercito americano, tra le quali si contano i corpi addestrati dei Marines dei Ranger e dei Navy Seal insieme a comparti dell’Intelligence è prevista per la fine di agosto, come data definitiva. Ciò che in molti si domandano riguarda la sicurezza per il prossimo futuro della regione. Non è esclusa la possibilità che sia la Turchia a farsi carico della sicurezza dell’aeroporto di Kabul, da sempre nel mirino dei talebani, snodo fondamentale per missioni umanitarie, convogli diplomatici e visite ufficiali. La perdita di questo “avamposto” segnerebbe la fine del già fragile governo di Ashraf Ghani. Un accordo verbale è stato raggiunto dai presidenti Biden e Recep Tayyip Erdogan durante l’ultimo vertice NATO.

Ankara esige però di poter scegliere con quali altri eserciti lavorare per il controllo dello scalo. In testa il contingente ungherese, che consentirebbe al Leader Viktor Orban di ottenere una maggiore visibilità nello scacchiere geopolitico delle Potenze. La coltivazione del papavero ed il traffico di stupefacenti resta la principale fonte di reddito per i talebani. Ci si interroga sul futuro prossimo del Paese. Secondo quanto riportano le fonti sarà possibile anche un intervento da parte delle forze militari italiane per ridurre al minimo imminenti pericoli.

Massimiliano Pezzella – Agenzia Stampa Italia

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