139697045 16115931132381n(ASI) Anche l'annuale vertice del Forum Economico Mondiale, in cartello sino al 29 gennaio prossimo, ha scelto l'ormai consueta modalità digitale, cui molti dei principali consessi internazionali sono stati fin qui costretti dalla pandemia. Tra i più attesi interventi in apertura di evento c'era quello del presidente cinese Xi Jinping, collegatosi da Pechino nella giornata di ieri.

Messo sotto accusa per l'intero 2020 da politici e organi di stampa occidentali, il leader asiatico ha dovuto affrontare un'offensiva politica e mediatica senza precedenti, che ha utilizzato tutti i temi strumentalizzabili per imputare alla leadership del gigante asiatico pesanti responsabilità su vari fronti: dalla gestione dell'epidemia a Wuhan nelle prime settimane di emergenza sanitaria alla questione di Hong Kong, dalle forniture di materiale medico-sanitario al resto del mondo alla situazione dei diritti umani nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang.

Notizie non verificate o palesemente false sono state rilanciate, spesso con titoli tendenziosi, da migliaia di social media generando un clima di odio e risentimento verso la Cina e la sua dirigenza, dopo anni di faticosissimo image building, durante i quali le istituzioni avevano cercato di divulgare la conoscenza del Paese asiatico, della sua cultura e delle sue dinamiche interne attraverso scambi socio-culturali, scientifici ed universitari, oltre a quelli economici e commerciali. Ripristinare il patrimonio reputazionale aggredito in questi mesi sicuramente non sarà semplice e nemmeno rapido.

Tuttavia, Xi Jinping riprende i fili dall'inizio e presenta al nuovo omologo statunitense Joe Biden lo stesso biglietto di visita mostrato quattro anni fa a Donald Trump. Il primo passo citato da Xi in collegamento con Davos è infatti quello relativo al coordinamento nella politica macroeconomica e alla promozione condivisa di una crescita mondiale forte, sostenibile, equilibrata ed inclusiva. Secondo il presidente cinese «stiamo attraversando la peggiore recessione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale», una fase in cui «per la prima volta nella storia, le economie di tutte le aree del pianeta sono state duramente colpite nello stesso momento, con le catene industriali e logistiche globali bloccate ed il commercio e gli investimenti paralizzati». È dunque necessario «cambiare le forze trainanti e i modelli di sviluppo dell'economia globale, nonché migliorarne la struttura in modo da fissare il percorso per una crescita mondiale di lungo periodo, adeguata e stabile».

La precondizione è tuttavia politica. Il secondo ma più profondo passo della roadmap di Xi è un appello ad «abbandonare il pregiudizio ideologico per seguire congiuntamente un percorso di coesistenza pacifica, beneficio reciproco e cooperazione dal mutuo vantaggio». Riecheggiano nelle parole del presidente cinese gli immancabili riferimenti ai cinque Principi di Coesistenza Pacifica enunciati da Zhou Enlai alla Conferenza di Bandung del 1955, tradizionale pietra angolare della politica estera cinese. «Ogni nazione è unica per storia, cultura e sistema sociale, nessuna è superiore alle altre», osserva Xi, che aggiunge: «I criteri più adatti [per stabilire il successo di un modello, nda] risiedono nella capacità della storia, della cultura e del sistema sociale di ogni paese di adattarsi alla situazione particolare, godere del sostegno popolare, offrire stabilità politica, progresso sociale e migliori condizioni di vita, nonché contribuire al progresso dell'umanità».

Le diverse storie, le diverse culture e i diversi sistemi sociali sono «antichi quanto le società», specifica il leader cinese. «Non ci sarebbe civiltà umana senza diversità e tale diversità continuerà ad esistere più a lungo di quanto possiamo immaginare», sostiene Xi Jinping specificando che «la differenza in sé non è causa di pericolo». Lo sono semmai «l'arroganza, il pregiudizio e l'odio, ovvero il tentativo di imporre una gerarchia alla civiltà umana o di imporre una storia, una cultura ed un sistema sociale sugli altri». La giusta scelta per tutte le nazioni è invece quella di «perseguire la coesistenza pacifica fondata sul rispetto reciproco e sull'espansione di un terreno comune accantonando le differenze, e promuovere scambi e apprendimento reciproco».

Economia e politica internazionale trovano la loro sintesi nel terzo passo indicato da Xi, che suggerisce di «ridurre il divario tra i Paesi avanzati e quelli in via di sviluppo per garantire crescita e prosperità a tutti». La diseguaglianza «continua a crescere», ricorda Xi Jinping, che prosegue: «Il divario Nord-Sud va ancora colmato e lo sviluppo sostenibile affronta sfide di grande portata. Mentre i Paesi sono alle prese con la pandemia, i rispettivi percorsi di ripresa economica stanno seguendo traiettorie diverse e il divario Nord-Sud rischia di allargarsi ulteriormente e addirittura di perpetuarsi. Per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo, questi aspirano a maggiori risorse e spazi di sviluppo, chiedendo inoltre più incisive rappresentanza e voce nell'ambito della governance economica globale». Sta alla comunità internazionale, perciò, mantenere un approccio lungimirante, onorare i suoi impegni e fornire il supporto necessario a queste nazioni.

Il quarto ed ultimo passo che Xi cita nella sua introduzione è l'auspicio di poter affrontare insieme le sfide globali e creare unitamente un futuro migliore per l'umanità, a partire dall'emergenza pandemica, un'eventualità che «potrebbe ripetersi nell'era della globalizzazione economica». La Terra - dice il presidente cinese - è la nostra sola ed unica casa e qualsiasi problema di portata globale richiede «un'azione globale, una risposta globale e una cooperazione globale».

Xi Jinping lancia subito un messaggio al nuovo inquilino della Casa Bianca, mettendo in chiaro che il multilateralismo cui Pechino fa riferimento non è quello "selettivo" o "discriminatorio" [sostenuto da alcuni circoli democratici americani, nda], usato come «pretesto per atti di unilateralismo». Su questo punto, il capo di Stato cinese non è disponibile a compromessi col duo Biden-Harris: «Cominciare una nuova Guerra Fredda per respingere, minacciare o intimidire gli altri, imporre deliberatamente il decoupling ["disaccoppiamento" Cina-USA o reshoring statunitense fuori dalla Cina, nda], la rottura delle catene logistiche o le sanzioni, isolarsi o estraniarsi, spingerà il pianeta verso la divisione, se non addirittura lo scontro».

La soluzione prende le mosse da quello che è ormai un marchio di fabbrica nel quadro della visione internazionale di Xi Jinping, cioè agire per la costruzione di una «comunità dal futuro condiviso per tutta l'umanità». Le diversità, menzionate e valorizzate in precedenza, non impediscono, secondo il leader cinese, di sostenere «valori umani» ritenuti «comuni», come la pace, lo sviluppo, l'eguaglianza, la giustizia, la democrazia e la libertà, accompagnati, però, dalla capacità di «superare il pregiudizio ideologico, rendere i meccanismi, i principi e le politiche della cooperazione quanto più aperti e inclusivi, ed infine salvaguardare la pace e la stabilità mondiale».

Anche in questo caso sono due le direttrici di azione, distinte ma intrecciate l'una con l'altra. La prima è di carattere più strettamente economico. In tal senso Xi, che lancia la proposta di rafforzare il G20 nel ruolo di forum principale per la governance economica globale, esorta gli altri capi di stato e di governo ad impegnarsi in un più stretto coordinamento di politica macroeconomica e mantenere le catene industriali e logistiche globali stabili e aperte. «Dovremmo garantire un'operatività adeguata per il sistema finanziario globale, promuovere riforme strutturali ed espandere la domanda aggregata mondiale in uno sforzo per una miglior qualità ed una maggior resilienza nello sviluppo economico globale».

La seconda, di carattere prevalentemente politico, chiama in causa la necessità di aderire al diritto internazionale e alle regole condivise, una linea-guida contrapposta a quella che Xi Jinping definisce nei termini di una ricerca della supremazia. «Gli antichi cinesi ritenevano che la legge fosse il fondamento primario della governance», osserva il presidente cinese, specificando: «La governance internazionale dovrebbe fondarsi sulle regole e sul consenso raggiunti tra di noi, non sugli ordini impartiti da uno o da pochi. La Carta delle Nazioni Unite è l'insieme di norme fondamentale ed universalmente riconosciuto nella regolazione delle relazioni tra stati. Senza il diritto e le regole internazionali costruite e riconosciute dalla comunità globale, il mondo rischierebbe di tornare alla legge della giungla e le conseguenze sarebbero devastanti per l'umanità». Dunque, secondo Xi, è necessario mettere alla porta l'anacronistica mentalità da Guerra Fredda del cosiddetto «gioco a somma zero», per aderire invece al rispetto reciproco e rafforzare la fiducia tramite la comunicazione strategica.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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