W020200721509010604632(ASI) Nel corso degli ultimi due anni, le relazioni tra Cina e Stati Uniti sono scese ai minimi storici. Non solo. Dalla fine dello scorso mese di gennaio, quando i casi di contagio ormai dilagavano a Wuhan, l'emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) ha messo il Paese asiatico sotto i riflettori internazionali, finendo ben presto sotto accusa per la gestione della situazione quando il nuovo patogeno aveva ormai raggiunto ufficialmente l'Europa. Le tensioni diplomatiche sono aumentate in pochissime settimane e l'iniziale incapacità di risposta sanitaria mostrata da parecchi governi occidentali ha innervosito l'opinione pubblica, spesso preda del complottismo e delle bizzarre teorie alternative dilaganti in rete.

Colpita da una pioggia di accuse, durante la primavera, Pechino si è ritrovata praticamente sola contro tutti, incluse la Russia di Putin, anch'egli inizialmente dubbioso sulla gestione dell'epidemia a Wuhan (anche se poi tornato sui suoi passi rafforzando la cooperazione bilaterale sino-russa), ma soprattutto l'India di Modi che, dopo aver abbandonato a novembre dell'anno scorso i negoziati per la RCEP (il mega-accordo commerciale della regione Asia-Pacifico) ad un passo dalla loro conclusione, ha sfruttato il clima di incertezza pandemica per insinuare nuovi sospetti sulle origini del virus ed infiltrare unità militari nell'Aksai Chin, un territorio di confine interessato da una vecchia disputa legata alla guerra del 1962, oggi controllato dalla Cina, cercando una sponda nell'amministrazione Trump.

Gli studi scientifici più recenti stanno consolidando l'ipotesi che il virus sia presente da molto più tempo di quanto si è inizialmente pensato e che lo sia stato in diverse parti del mondo ed in diverse varianti. Sicuramente non è nato a Wuhan (dove è stato per la prima volta identificato e isolato) e probabilmente nemmeno in Cina. La più recente scoperta in questo senso è quella compiuta dall'Università di Barcellona. «I livelli del genoma SARS-CoV-2 coincidevano chiaramente con l'evoluzione dei casi di Covid-19 nella popolazione», ha spiegato lo scorso 26 giugno il coordinatore del lavoro, Albert Bosch, al quotidiano La Vanguardia, a proposito delle tracce virali individuate in un campione di acque reflue prelevate dalla rete fognaria della città catalana, risalente al 12 marzo 2019 [La Vanguardia, Detectan el coronavirus en aguas residuales de Barcelona de marzo de 2019, 26/6/2020].

Se l'ipotesi fosse confermata andrebbe "incrociata" con i precedenti studi dell'Università di Cambridge, che lo scorso aprile aveva individuato tre ceppi di SARS-CoV-2, definiti con le sigle "A", "B" e "C". Quello ritenuto originario (A) in quanto «strettamente correlato al virus trovato nel pipistrello» risultava «poco comune nei Paesi asiatici», specie in Cina, dove invece «si sarebbe prevalentemente diffuso il ceppo B», ma molto diffuso in America [F. Garau, Ecco la "storia" del coronavirus "Ci sono almeno 3 ceppi diversi", IlGiornale.it, 10/4/2020].

Questi dati sono sufficienti in ogni caso per mettere definitivamente fuori gioco tutte le fantasiose (e pericolose) teorie, sposate improvvidamente anche da alcuni leader politici italiani, che hanno attribuito per mesi - senza alcuna evidenza scientifica - la comparsa del virus ad un incidente di laboratorio all'interno dell'Istituto di Virologia di Wuhan, la cui direttrice ha infatti recentemente chiesto a Donald Trump delle scuse ufficiali per le illazioni ricevute nei mesi scorsi.

L'ultima assemblea generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità era stata addirittura trasformata in una specie di campo di battaglia dagli Stati Uniti che - attaccando Pechino e la stessa istituzione nella persona del direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus - hanno rifiutato di sostenere la risoluzione presentata dall'Unione Europea, appoggiata da più di 100 Paesi, tra cui anche la Cina, per verificare in modo imparziale ed indipendente l'effettiva capacità di risposta dell'agenzia sanitaria dell'ONU nei primi mesi di emergenza, senza tuttavia mettere in discussione l'origine animale del nuovo virus.

Non hanno fatto in tempo ad attenuarsi - almeno in parte - le tensioni sul tema Covid-19, che alla fine di maggio si è subito riaccesa la fiamma dello scontro sulla questione di Hong Kong. L'Assemblea Nazionale del Popolo, riunitasi a Pechino con oltre due mesi di ritardo causa Covid-19, ha infatti approvato in quel periodo la controversa nuova legge per la sicurezza nazionale, mirata ad impedire disordini ed incidenti come quelli ripetutamente accaduti l'anno scorso per le strade dell'ex colonia britannica in occasione delle manifestazioni di protesta del fronte indipendentista.

Come spiegato da Huo Zhengxin, accademico ed esperto di diritto internazionale, l'introduzione della legge non altera in alcun modo lo status di regione amministrativa speciale valido per Hong Kong né tanto meno viola gli accordi sanciti nella Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica - siglata nel 1984 tra Pechino e Londra per concordare la restituzione dei territori colonizzati dagli inglesi a partire dal 1842 con il Trattato di Nanchino - poiché la fonte del diritto per la Legge Fondamentale di Hong Kong, promulgata nel 1990 a Pechino ed in vigore nella metropoli asiatica dal 1997, è la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, come previsto dal Paragrafo 3 della stessa Dichiarazione Congiunta [Huo Z., UK cannot question HK security law, China Daily, 7/7/2020].

In questa fase di grandi difficoltà per stimolare la ripresa in un anno che, proprio a causa della pandemia e delle misure adottate per contrastarla, costringerà tutti i governi del mondo a curare le "ferite" subite dalle rispettive economie, per Pechino, dopo molti mesi di tensione, sarà fondamentale ripristinare la normalità nelle relazioni diplomatiche con i Paesi occidentali, così come per i Paesi occidentali sarà necessario fare altrettanto con Pechino. A questo proposito, lo scorso 20 luglio, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha pronunciato un discorso molto importante, rivolto al personale diplomatico, in occasione della cerimonia di inaugurazione del nuovo Centro Studi sul Pensiero Diplomatico di Xi Jinping.

Entrata nella cosiddetta Nuova Era - quella che dovrà guidare il Paese verso i due traguardi di crescita e sviluppo complessivo del 2035 e del 2050 - la Cina sta cercando di dotarsi anche di un nuovo approccio di politica estera al passo con i tempi. Il Pensiero di Xi Jinping sulla Diplomazia Socialista con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era diventa così uno strumento essenziale all'interno del più ampio paradigma politico del Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era, di cui «è parte integrante». Secondo quanto sostenuto dal ministro, il nuovo pensiero diplomatico del presidente cinese «rappresenta una comprensione più approfondita dell'atteggiamento diplomatico da grande potenza della Cina e riflette la filosofia di governance del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sul fronte della diplomazia».

Wang sottolinea la continuità con un certo retroterra marxista, ancora presente nel Partito malgrado il riformismo introdotto a partire dal 1978, indicando la natura di «metodo, e non di dottrina» del materialismo storico e dialettico delineati dal filosofo-economista di Treviri. La tradizione marxiana di «analizzare le dinamiche esistenti tra le forze produttive e i rapporti di produzione, nonché tra la base economica e la sovrastruttura» diventa così un riferimento anche in questo secolo per poter raggiungere «un'acuta comprensione degli sviluppi globali ed una completa ridefinizione delle interazioni tra la Cina e il resto del mondo».

Nel quadro di questo nuovo pensiero diplomatico resta tuttavia fondamentale il contributo della «raffinata tradizione culturale cinese» e dei «valori tradizionali cinesi», trasformati e sviluppati a partire dalla cultura nazionale, arricchita da un «nuovo spirito dei tempi» e dall'«impegno per il progresso umano». Ritorna, dunque, il concetto di «comunità dal destino condiviso per l'umanità» che prende le mosse dall'antica visione cinese di «bene comune» e «pace universale», ovvero dai concetti di 天下 (tiānxià, "sotto un unico cielo") e 大同 (dàtóng, "grande unità"). A tale riguardo, Wang Yi cita esplicitamente lo «sforzo di rinnovare lo spirito dell'Antica Via della Seta» compiuto da Xi Jinping sin dal 2013 con la proposta dell'iniziativa Belt and Road (BRI), lanciata non a caso ad Astana (oggi Nur-Sultan), nel cuore della Steppa, in Kazakhstan.

Wang ribadisce poi l'importanza dei Cinque Principi di Coesistenza Pacifica, stella polare della politica estera cinese sin dai tempi di Zhou Enlai e della Conferenza di Bandung (1955), come base per lo sviluppo di un «nuovo modello di relazioni internazionali» e la «riforma del sistema di governance globale». In particolare, il riferimento è all'Asia Orientale e all'Africa, terre in gran parte fuoriuscite dal colonialismo in tempi relativamente recenti, verso cui la Cina vuole continuare a presentarsi come partner affidabile secondo principi di «amicizia, sincerità, mutuo vantaggio ed inclusività», confermando il rifiuto di pratiche egemoniche.

In generale, secondo Wang, le teorie delle relazioni internazionali del secolo scorso sono via via diventate più «incapaci di spiegare il mondo contemporaneo», rendendo concetti come quello del might makes right, ovvero la cratocrazia (il potere del più forte), o del gioco a somma-zero del tutto incompatibili con la tendenza del nostro tempo. La sfida del pensiero diplomatico di Xi Jinping è ora quella di «armonizzare gli interessi del popolo cinese con gli interessi comuni e fondamentali dei popoli di tutto il mondo», costruendo un nuovo sistema di relazioni internazionali caratterizzato da «rispetto reciproco, equità, giustizia e cooperazione dal mutuo vantaggio».

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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