(ASI) È andato in scena lo scorso 28 giugno, a Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano, il seminario dal titolo Belt and Road Initiative. La nuova Via della Seta. A cinque anni dal lancio ufficiale di questa iniziativa da parte della leadership cinese, l'argomento è diventato ormai di punta anche in Italia, uno dei Paesi chiamati a svolgere un ruolo-chiave all'interno di questo progetto destinato a rivoluzionare le dinamiche internazionali in tema di commercio, economia, logistica e, ovviamente, diplomazia.

 

Molti sono stati gli interventi susseguitisi tra la mattina ed il pomeriggio, tra cui quelli del ministro consigliere dell'Ambasciata cinese in Italia Zheng Xuan, di Gu Xueming, presidente dell'Accademia Cinese per la Cooperazione Economica e Commerciale Internazionale e membro della Conferenza Politico-Consultiva del Popolo, dell'Ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi, di Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e della Commissione UE, ma anche di dirigenti e tecnici come Paolo Signorini, presidente dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, Paolo Costa, presidente di SPEA Engineering, Jiang Xu, general manager di Bank of China Milan Branch, gli architetti Italo Rota e Su Dan, Ugo De Carolis, CEO di ADR (Aeroporti di Roma), Enrica Banti di Huawei Technologies Italia, Simonetta Acri, CSO di SACE, Yang Zaiping, segretario generale di AFCA ed altri ancora.

Come avviene di consueto per eventi di questo tipo, insomma, il convegno ha messo insieme figure della politica, dell'economia, della finanza e della cultura per tirare le somme della cooperazione tra Italia e Cina, nell'ottica - questa la vera novità - dell'ingresso del nostro Paese nella nuova dimensione dell'iniziativa Belt and Road, un tema "per pochi" fino a tre anni fa ma oggi gettonatissimo, specie dopo il viaggio a Pechino del capo di Stato Sergio Mattarella nel febbraio dello scorso anno. Di fronte all'impasse e all'incertezza diplomatica mostrata dal precedente governo, condizionato da forti crisi politiche interne e da una crescente impopolarità nei sondaggi, l'inquilino del Colle si fece di fatto garante dell'affidabilità del sistema Italia, citando più volte l'intenzione e la volontà di Roma di entrare con autorevolezza nel progetto.
 
Quello spirito è stato fatto proprio anche dal ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli, intervenuto in videoconferenza da Roma. Uomo di punta del Movimento Cinque Stelle, oggi chiamato a ricoprire uno dei ruoli più significativi nel nuovo governo "giallo-verde", guidato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Toninelli ha detto senza giri di parole che noi italiani «abbiamo una tradizione, quasi una primazia storica, da difendere quando di parla di Via della Seta», ricordando il viaggio di Marco Polo. La cooperazione riguarderà 65 Paesi - ha ricordato Toninelli - e attiverà 1.400 miliardi di dollari di investimenti infrastrutturali finalizzati alla costruzione o al rafforzamento di opere marittime, stradali, ferroviarie e aeroportuali.
 
Proteggere le imprese italiane, secondo Toninelli, è tanto doveroso quanto è fondamentale cogliere le nuove opportunità che si presentano lungo la nuova Via della Seta, prefigurata dall'iniziativa Belt and Road. Insomma, l'indirizzo del nuovo esecutivo, anche alla luce delle dichiarazioni di Conte e dei ministri Salvini e Di Maio, pare prendere forma in modo più chiaro e realista: difendere l'impresa e la competitività italiana, senza tuttavia scadere in un becero protezionismo e senza rinunciare alle ghiotte occasioni dell'internazionalizzazione.
 
La stampa cinese, in particolare Xinhua, ha sottolineato con soddisfazione, ma anche con un certo stupore, le parole del ministro. L'agenzia ufficiale ha infatti osservato come Toninelli, esponente del movimento «populista» dei Cinque Stelle, che «si è a lungo opposto ad investimenti edilizi su vasta scala», ha «sorpreso i presenti definendo l'iniziativa Belt and Road una sfida su base planetaria, una frontiera in cui l'Italia può e deve giocare un ruolo importante e in prima linea alla luce delle tante opportunità in vista». Se alcune dichiarazioni del passato possono senz'altro aver dato adito ad interpretazioni forti, l'immagine che certa stampa mainstream italiana sta fornendo del nuovo governo all'estero, di certo non aiuta gli stranieri a capire come il nostro Paese sta riconfigurando la sua collocazione nello scacchiere internazionale, contribuendo a creare fraintendimenti gratuiti.
 
Al contrario, l'atteso intervento di Romano Prodi, da anni attento osservatore della Cina e degli altri BRICS, ha rischiato di generare polemiche ed incomprensioni tra le parti, quando, incalzato dall'intervistatore a proposito delle divisioni dell'Europa, ha puntato il dito contro il vertice 16+1 China-CEEC, ovvero il tavolo di confronto che dal 2012 mette di fronte il colosso asiatico e sedici Paesi dell'Europa Centrale ed Orientale. Tra i leader più attivi in questo consesso c'è anche il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha fatto della nazione magiara uno dei partner UE più orientati verso Pechino. Prodi ha paventato un concreto rischio di divisione dell'Unione, a suo dire dannoso anche per la Cina stessa, ma più verosimilmente è sembrato incartarsi in un tema delicato, quasi a voler sfruttare la conferenza di Milano per criticare il Gruppo di Visegrád e rilanciare il suo vecchio sogno europeista, oggi in forte crisi.
 
Le aspettative della Cina nei confronti dell'Italia sono molte. Venezia e Trieste (con Genova, dinamica e attentissima, alla finestra) si stanno infatti contendendo il ruolo di hub intermodale principale per l'attracco e lo smistamento delle merci provenienti dall'Oceano Indiano, via Mar Rosso e Pireo, verso il Nord Europa. La città lagunare e quella giuliana, insomma, andrebbero a costituire l'unico anello di congiunzione previsto tra la Cintura Economica della Via della Seta e la Via della Seta Marittima del XXI secolo, ovvero tra la direttrice terrestre e quella navale dell'iniziativa Belt and Road. Si tratta evidentemente di un'occasione unica per il rilancio della nostra portualità e, più in generale, della nostra economia, ma per agevolare le imprese ci sarà tanto da lavorare in termini di semplificazione, riduzione fiscale e innovazione. La Via della Seta dei giorni nostri sarà così uno dei banchi di prova internazionali più importanti per il nuovo governo italiano.
 
 
 
Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia
 
 

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