(ASI) – Mobilitazione generale. Piazze colme di manifestanti. L’orgoglio di un paese e le bandiere tricolori che sventolano sopra a folle oceaniche. Un popolo che nel vessillo nazionale si riconosce e marcia unito come un sol uomo affinché il proprio governo ricordi che il potere di cui gode deriva dal consenso popolare. Una lezione di democrazia è appena stata impartita a tutto il mondo occidentale. Per la prima volta da ormai molto tempo in un paese europeo un governo è stato costretto a fare dietrofront dalle piazze.

Non è accaduto in paesi dalla consolidata e nota tradizione democratica quali Francia o Italia; è successo nella giovane democrazia rumena. Nel paese che fu il “parco giochi” del capo di stato comunista Nicolae Ceausescu, il popolo ha detto “basta” ai provvedimenti di un governo, quello del Partito Social Democratico e del neo eletto Sorin Grindeanu, che a quasi due mesi dalla vittoria alle elezioni è già evidentemente sconnesso dal popolo rumeno. Come nella miglior tradizione delle democrazie “social – burocratiche” ben note nell’occidente d’Europa, appena il nuovo governo si era insediato, aveva iniziato a varare una serie di norme con procedura d’emergenza, vale a dire per decreto o con la fiducia, appunto per far fronte alle cosiddette “emergenze”, evitando quindi il confronto democratico in parlamento. Fin ora il premier Grindeanu ed il suo esecutivo si erano difesi autonominandosi unici interpreti della “vera volontà popolare” ed al tempo stesso unici detentori di un disegno nell’ “interesse generale della Romania”. Il disegno in questione prevedeva tra l’altro la depenalizzazione per i reati di corruzioni inerenti somme inferiori ai 48 mila euro. La motivazione ufficiale del governo è stata la cosiddetta “emergenza carceri”. Secondo l’esecutivo di Grindeanu, il sovraffollamento delle carceri rumene è ormai un problema che può essere risolto solo con un provvedimento ad hoc che depenalizzi gli illeciti in materia di corruzione per somme inferiori ai 48 mila euro e con effetto retroattivo. Ciò implicava non solo la fine di tutti i procedimenti penali in corso per i suddetti reati, ma anche l’immediata scarcerazione e revoca di qualsiasi sanzione inflitta quanti erano stati già processati e condannati. Anche sta volta l’esecutivo social democratico di centrosinistra aveva varato il decreto con procedura d’emergenza durante una seduta notturna. Fin qui nulla di diverso da tante altre sedute notturne con decreti varati per procedure d’urgenza, come spesso accaduto anche a casa nostra. La differenza è stata che sta volta il popolo è sceso in piazza. Oltre centomila manifestanti nella sola capitale, tutti radunati a Piata Uniri (Piazza dell’Unità) di Bucarest. Ma anche in altre città il popolo è sceso in piazza a manifestare contro il decreto “salva - corrotti”, come è stato ribattezzato dal popolo in protesta. A Timisoara, Brasov, ed in molte altre decine di città capoluoghi di regione, la folla è scesa in piazza da ormai sei giorni per impedire l’attuazione del decreto d’urgenza “ad personam”. Al contrario di quanto accade in occidente, il popolo rumeno non ha avuto nessun leader “populista” a guidarlo o a “provocarlo”. Nessun Salvini, Le Pen o Farrage per intenderci. Nessun Donald Trump ha infiammato le anime di un popolo e di una nazione ormai dilaniata da forti conflitti sociali dopo il susseguirsi di governi democratici che, trinceratisi dietro norme, regolamenti ed il monolite del politicamente corretto, hanno dapprima svenduto le infrastrutture del paese, e ne hanno poi monopolizzato gli apparati di stato con una corruzione dilagante e assodata. Tale corruzione è ricaduta per intero sulle spalle dei cittadini e ha favorito l’emergere di una classe di super ricchi e l’afflusso d’investitori stranieri senza scrupoli con il beneplacito delle istituzioni. Ebbene, il popolo ha detto “basta così”. Attuando una straordinaria mobilitazione di piazza spontanea, i rumeni hanno fatto si che nella notte di sabato l’esecutivo ritirasse ufficialmente il decreto dopo 4 giorni d’interminabili proteste e presidi da parte dei manifestanti sotto al palazzo del governo. Alla notizia del ritiro del decreto un boato di giubilo ha attraversato le piazze delle città rumene. Il ritiro della procedure d’urgenza era peraltro ormai ampiamente certo dopo che il capo di stato Rumeno, Klaus Iohannis, si era schierato dalla parte dei manifestanti fin dal secondo giorno di proteste, impedendo così qualsiasi intervento delle forze di sicurezza e dell’esercito per far sgombrare le piazze del paese. Ancor più decisiva a livello politico è stata la presa di distanza da parte del segretario del partito social democratico, Liviu Dragnea, che sabato aveva fatto sapere che era “disposto a pensare ad un ritiro del decreto se il premier è d’accordo”. In realtà il rapporto che lega Dragnea al premier Grindeanu, potrebbe esser paragonabile al rapporto che lega certi premier e segretari di partito. Infatti il vero uomo forte, e leader carismatico del partito e dell’esecutivo, non è il premier Grindeanu, ma lo stesso segretario Dragnea. Quest’ultimo però non aveva potuto assumere l’incarico di premier dopo la vittoria alle elezioni tenutesi l’11 dicembre scorso, peraltro le meno partecipate dal popolo nella storia del paese. Ciò in quanto il capo di stato Iohannis ne aveva rifiutato l’investitura a premier a causa di alcune vicende giudiziarie che vedevano Dragnea imputato per corruzione. Il fatto che l’esecutivo di centrosinistra a guida Grindeanu, ma esponente della linea politica di Dragnea, abbia deciso di varare con decreto d’urgenza un provvedimento che depenalizza proprio il reato di corruzione è sembrato alla maggioranza della popolazione rumena un inaccettabile conflitto d’interessi da parte del premier e dell’esecutivo. Le folle oceaniche che si sono riversate nelle piazze del paese hanno impedito l’attuazione del decreto con procedura d’emergenza, ma non il definitivo accantonamento. Il premier Grindeanu ha fatto sapere infatti che ci sarà “confronto in parlamento”. Tale confronto è parso solo come un tardivo tentativo di fare del politicamente corretto da parte del premier. Questa impressione generale è stata avallata dal fatto che il partito social democratico detiene una maggioranza schiacciante in parlamento in virtù del largo premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale rumena. Pertanto le folle di manifestanti hanno rifiutato il tardivo impegno dell’esecutivo a discutere nelle sedi competenti della democrazia e, galvanizzate dal successo ottenuto, hanno chiesto le dimissioni del premier subito dopo che questi aveva annunciato il nuovo iter del decreto. Da parte sua il premier Grindeanu ha fatto sapere nel corso di un intervista mattutina alla Tv Antena 3, che non intende dimettersi per “accontentare le piazze”. Alla diffusione di questa notizia i manifestanti hanno annunciato che occuperanno le piazze delle principali città del paese anche sta notte, per il settimo giorno consecutivo. L’immensa folla di Piata Uniri a Bucarest, composta da lavoratori, anziani, famiglie con bambini al seguito e giovani nati dopo la caduta del comunismo, scandendo “svegliati o rumeno dal sonno mortale in cui ti hanno gettato le barbarie dei tiranni”, prima strofa dell’inno nazionale, hanno decretato l’inizio della “Primavera Rumena”.

Alexandru Rares Cenusa – Agenzia Stampa Italia

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