(ASI) Con la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, i mercati internazionali hanno reagito mostrando incertezza. Se nel Paese proseguono le proteste e le richieste di riconteggio dei voti, Wall Street non sembra aver risentito in modo particolare del risultato emerso a sorpresa dalla tornata elettorale dello scorso 8 novembre.
E' più problematica, invece, la situazione su molte piazze asiatiche, dove la possibilità che a gennaio la Federal Reserve alzi i tassi di interesse e l'ormai quasi certa decisione di abbandonare il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) hanno innescato paure e tensioni. Da Singapore a Hong Kong, da Tokyo a Jakarta, da Kuala Lumpur a Manila, gli analisti locali sembrano seriamente preoccupati sul futuro della regione Asia-Pacifico, su cui rischiano di abbattersi gli effetti a catena della stretta monetaria sul dollaro e di una nuova ondata di protezionismo diffuso

Washington si ritira dal commercio mondiale?

La crisi internazionale, il ridimensionamento del peso economico delle regioni più avanzate e la loro sostanziale incapacità di superare definitivamente il rallentamento e scongiurare così l'incubo di una grande stagnazione globale lasciavano intuire già da qualche tempo che le misure commerciali restrittive adottate nel corso degli ultimi anni potevano non essere interventi semplicemente temporanei, legati alla contingenza e limitati ad alcune specifiche filiere produttive. All'irrigidimento europeo, sia verso l'interno con l'austerità sia verso l'esterno con numerose richieste anti-dumping contro Cina e Russia, Barack Obama appariva in grado di rispondere con misure espansive finalizzate a stimolare la crescita e a favorire il commercio e l'investimento esteri. Tuttavia, a questa dichiarata nuova internazionalizzazione è subentrata la promozione di accordi commerciali finalizzati più a contenere la Cina nella regione (Pivot to Asia) che a favorire gli scambi e gli investimenti con i mercati del Sud-est asiatico e dell'Oceania.

Agitando lo spauracchio dei risultati degli accordi di libero scambio con la Corea del Sud e col Messico, ritenuti estremamente insoddisfacenti per gli Stati Uniti, Donald Trump ha potuto così ricostruire un quadro della situazione in buona parte demagogico ma evidentemente efficace ad infondere negli elettori il timore per nuovi (TPP) e vecchi (NAFTA) trattati commerciali. Discorso a parte, invece, per il Trattato Trans-Atlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) tra Europa e Stati Uniti, già bocciato in estate dalla Germania.

L'inefficacia e le contraddizioni delle politiche di Obama potrebbero essere lette da molti Paesi asiatici (e non solo) come i più importanti promotori della campagna elettorale di Trump che, da par suo, ora sembrerebbe voler rovesciare il tavolo e ritirare gli Stati Uniti da quel ruolo di leader del processo di globalizzazione che, sulla scia della vittoria nella Guerra Fredda, si erano ritagliati all'inizio degli anni Novanta. Una generale rinegoziazione è l'ipotesi oggi realisticamente più accreditata tra gli osservatori statunitensi impegnati a decifrare con precisione i piani presidenziali di Trump, ma anche qual'ora questo dovesse accadere tutto ciò aprirà una serie di discussioni e contenziosi che non si risolveranno in breve tempo e che richiederanno un atteggiamento multilaterale e molta pazienza, virtù notoriamente non proprio di casa tra i repubblicani.

La Cina a guida della globalizzazione?

Il vuoto che gli Stati Uniti potrebbero lasciare nella regione Asia-Pacifico con il ritiro dai trattati commerciali non sarebbe certo privo di conseguenze per i partner asiatici, che se da un lato guardano con apprensione alla perdita dell'export verso il mercato nordamericano, dall'altro temono una forte fuga di capitali in seguito al possibile aumento dei tassi di interesse, che graverebbe sulle obbligazioni emesse in dollari dai Paesi emergenti, persuasi in passato dai tassi più convenienti rispetto alle valute locali. Si parla di prestiti all'estero per 9.000 miliardi di dollari in tutto il mondo, al di fuori degli Stati Uniti.

Tuttavia, gli indici di Shanghai e Shenzhen, dopo la forte volatilità dello scorso anno, sembrano tornati su livelli stabili e hanno risposto positivamente persino alla vittoria di Donald Trump, sebbene il neo-eletto presidente avesse aspramente contestato la presidentessa della Fed Janet Yellen per aver tentennato e rallentato l'aumento dei tassi, che comunque presumibilmente avverrà lo stesso, anche considerando l'annunciato incremento della spesa pubblica di Washington per infrastrutture e grandi opere.

Stando ai dati di Bloomberg, durante la settimana del dopo-elezioni, cioè tra il 9 e il 16 novembre, dei primi tredici titoli dello Shanghai Composite soltanto tre hanno ceduto. Tra le più importanti, Jiangxi Copper (rame) ha guadagnato il 26,07%, China Communications Construction Company (infrastrutture) l'11,6%, Sany Heavy (macchinari industriali) il 10,16%, Ningbo Port (trasporti navali) il 7,65%, China Southern Airlines (compagnia aerea) il 5,93% e Guotai Junan (servizi finanziari) il 5,09%. Nel complesso, durante quella settimana, l'indice di Shanghai ha capitalizzato 7,2 miliardi di dollari, registrando prestazioni di segno praticamente opposto alla gran parte delle altre piazze asiatiche.

I settori coinvolti sono diversi fra loro e non tutti riconducibili ad un unico sbocco di mercato. Senz'altro, l'ambito delle infrastrutture è quello che si avvantaggerebbe di più dall'aumento dello spazio di manovra nel Sud-est asiatico, dove negli ultimi anni ha avuto luogo una vera e propria corsa agli investimenti tra Cina e Stati Uniti, e dove Pechino è pronta a rilanciare il suo ambizioso progetto per il Partenariato Economico Regionale Globale (RCEP) per unire i mercati dell'attuale vertice ASEAN+6, ossia ASEAN più Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia e Nuova Zelanda. In questo senso, la posizione cinese è rafforzata dalla neonata Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (AIIB), lanciata da Pechino tra il 2014 e il 2015, e divenuta operativa a gennaio di quest'anno, che raccoglie ben 57 Paesi membri tra cui spiccano, oltre alla Cina, anche Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Svizzera, Russia, Brasile, Turchia, Iran, India, Australia, Sudafrica, Indonesia, Corea del Sud, Malesia e Singapore.

La visita a Pechino del nuovo segretario eletto dell'ONU António Manuel de Oliveira Guterres tra lunedì e martedì scorsi, ha detto molte cose anche sul piano politico. Al momento dell'incontro, il presidente cinese Xi Jinping, citato da Xinhua, ha ribadito il sostegno della Cina all'organizzazione internazionale, sostenendo che i propositi e i principi della Carta dell'ONU andrebbero rafforzati, nell'interesse della pace e della sicurezza internazionali, a partire dall'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e dall'Accordo di Parigi sui Cambiamenti Climatici. Proprio l'ambiente sarà un altro nodo gordiano della prossima presidenza Trump, col nuovo presidente americano che ha già annunciato battaglia nei confronti del COP-22, disconoscendo il faticoso operato di Obama per inserire gli Stati Uniti nel processo internazionale di riduzione delle emissioni nocive.

La Cina, dunque, conferma i suoi impegni in tema di ambiente, sostenibilità, sviluppo e innovazione e la sintonia col prossimo segretario generale Guterres sembra già piena. Il successore di Ban ki-moon ha infatti riconosciuto il contributo di Pechino alla pace mondiale e allo sviluppo «attraverso l'avvio della Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (AIIB), la partecipazione alle operazioni e alle trattative di pace, così come il sostegno ad altri Paesi in via di sviluppo».

Guterres pare dunque aver accolto con fiducia il nuovo piano quinquennale cinese (2016-2020), con le sue riforme economiche, indirizzate all'innovazione della manifattura e allo sviluppo del terzo settore (52,8% del PIL nei primi nove mesi del 2016), riforme politiche, finalizzate al rafforzamento dello Stato di diritto e allo snellimento della pubblica amministrazione, riforme energetiche, tese alla riduzione del consumo di energia (-5,2% per unità di PIL solo quest'anno) e riforme fiscali, volte alla riduzione delle imposte e alla semplificazione. L'ONU sembra inoltre aver preso atto dell'efficacia delle misure adottate dopo gli scossoni in borsa e il rallentamento del PIL registrati nel 2015, come già fatto dal Fondo Monetario Internazionale, che quest'anno ha rivisto al rialzo per ben due volte il tasso di crescita della Repubblica Popolare, confermatosi al 6,7% nei primi nove mesi del 2016.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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