(ASI)  L’aveva promesso, Donald Trump, se fosse uscito vincitore dalla corsa alla Casa Bianca. Dopo la vittoria il Tycoon manterrà la promessa. Lo stop alla globalizzazione inizierà già dal primo giorno di governo con l’uscita dall’accordo denominato TTP. Questo è quanto annunciato dal nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il discorso sulle misure da attuare entro i primi 100 giorni di governo.

TTP e NAFTA: delocalizzazione e disoccupazione

Il magnate newyorkese aveva promesso che tra gli obbiettivi fondamentali del proprio mandato ci sarebbe stata la lotta alla delocalizzazione. Tale lotta è stata incarnata dalla volontà, più volte annunciata, di ritiro degli accordi TTP e del precedente NAFTA. Proprio quest’ultimo, siglato dall’allora presidente Bill Clinton, dette inizio al processo di delocalizzazione, grazie all’eliminazione dei dazi e delle tassazioni sui prodotti delle aziende americane presso stabilimenti siti all’estero, che in un decennio posto le basi per la crisi occupazionale che aveva investito gli Stati Uniti, poco prima della crisi bancaria globale del 2009. La suddetta aveva infatti potuto mietere effetti spaventosi tra i ceti operai e produttivi statunitensi, proprio perché le grandi multinazionali, e le aziende americane al tempo non ancora tali, ebbero a disposizione un’efficace opzione di delocalizzazione presso nazioni dove il costo della manodopera e la tassazione rendevano la produzione ben più conveniente. Le politiche di Obama che prevedevano una tassazione progressiva, e quindi ingente per le grandi aziende, e l’allora certezza di un ulteriore mandato democratico successivo, unito alla mancanza di dazi doganali su merce prodotta all’estero da aziende americane, avevano fatto si che le suddette trovassero di gran lunga più conveniente incrementare i processi di delocalizzazione manifatturiera. La caccia del fisco alle imprese rimaste sul suolo americano ha poi completato l’opera che ha generato masse di disoccupazione come non se ne erano mai viste prima negli Stati Uniti. Proprio queste masse, che rischiavano di rimanere tagliate fuori dalla ripresa economica dell’ultimo anno basata sulle aziende Start – Up del settore informatico, hanno votato in massa per Donald Trump conquistate dalla promessa di avere di nuovo un posto di lavoro in America e quindi uno stile di vita ed un futuro dignitosi. Il Tycoon non ha voluto deluderli. Nelle vesti di presidente ha individuato nel TTP, l’accordo che riunisce oltre 11 nazioni di America Latina e Asia, il primo bersaglio da colpire per poter garantire l’inizio del processo di ri – nazionalizzazione delle fabbriche e delle aziende americane. Il TTP infatti era un accordo basato sul concetto del superamento dei precedenti accordi NAFTA, di cui costituisce di fatto una versione allargata ad altre nazioni e potenziata da un ulteriore abbattimento della tassazione. La forma di concorrenza sleale a danno degli operai statunitensi era dunque implicita. Le aziende de localizzate in Cina, ed in altre parti del mondo, avrebbero prodotto sottoposti alla tassazione ed alle normative locali avendo accesso al mercato statunitense come se la produzione fosse in loco senza che questo si traduca in oneri per l’azienda sotto forma di maggiori costi della manodopera e di una maggiore tassazione sull’attività di produzione. Di fatto il TTP era il fratello anziano del proponendo TTIP. Quest’ultimo avrebbe di fatto replicato le stesse clausole del TTP in Europa, ma sta volta a far la parte del leone sarebbero stati i prodotti americani poiché mediamente meno costosi di quelli europei grazie al cambio favorevole. Con l’uscita degli Usa dal TTP, a questo punto è assai probabile che anche il TTIP seguirà le sorti del fratello maggiore. Anche perché sembrerebbe evidente che se il TTP avesse permesso alle aziende americane produttrici all’estero di monopolizzare il mercato statunitense, il TTIP avrebbe permesso la comunicazione tra il suddetto mercato americano e quello europeo. A quel punto non solo, il favorevole cambio euro – dollaro e il basso costo della manodopera avrebbero permesso di monopolizzare il mercato europeo a spese delle aziende degli stati europei e dei loro lavoratori, ma la clausola che prevedeva l’uniformazione del diritto normativo avrebbe portato all’assestamento degli standard qualitativi su quelli dei prodotti e dei produttori con la maggior fetta di mercato. Per fare un esempio concreto: i polli al cloro avrebbero soppiantato il pollame europeo in quanto meno costosi in quanto prodotti con normative meno stringenti in termini qualitativi rispetto a quelle europee, a cui si sarebbe sommato il favorevole cambio dollaro – euro. Tutto ciò non solo sarebbe andato a danno delle aziende europee, ma anche dei consumatori.

Il terrore di Apple e la fiducia di Ford e dei mercati

L’uscita dal TTP rappresenta il peggior incubo per le grandi aziende che proprio grazie ai processi di delocalizzazione verso altre nazioni avevano potuto incrementare il proprio giro d’affari negli ultimi 15 anni. In particolare una delle aziende che ne trarrebbe il maggior danno dall’uscita dal TTP sarebbe la Apple. Il colosso dell’informatica americano infatti di statunitense ormai ha solo la sede nella Silicon Valley. La Apple produce in Giappone, Germania ed altre nazioni, per poi curare l’assemblaggio finale in Cina. Grazie agli accordi in vigore poteva inoltre vendere i propri prodotti sul mercato americano a prezzi molto bassi. La svolta politica di Trump rischia ora di dare parecchi grattacapi ai ricchi successori di Steve Jobs, i quali avevano fin dall’inizio sostenuto la candidatura di Hillary Clinton. Se la Apple trema, una altro gigante a stelle e strisce mostra invece fiducia verso l’iniziativa del nuovo presidente. L’atto di fiducia è arrivato sotto forma di un inatteso annuncio che prevede la continuazione della produzione presso lo stabilimento di Louisville, in Kentucky. Lo stabilimento dove il colosso dell’automobilismo americano produce alcuni modelli di suv era stato infatti ormai da tempo minacciato di chiusura per essere delocalizzato in Cina. La Ford ha invece deciso di concedere fiducia al presidente Trump, conscia anche del fatto che il Tycoon aveva fatto promesse non solo all’elettorato operaio, ma anche alle grandi aziende americane. In particolare la Ford attendo l’abbattimento della tassazione fino al 10% promesso da Donald Trump alle aziende che avessero mantenuto, o riportato, la gli impianti produttivi sul suolo americano. Del resto tale promessa è stata anche alla base dell’ottimo andamento dei mercati finanziari americani nel corso dell0utlima settimana. Trump ha insomma promesso alle grandi aziende che riportare la produzione in America, non solo sarà conveniente per i ceti operai, ma anche per le aziende stesse.

Alexandru Rares Cenusa – Agenzia Stampa Italia

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