(ASI) Con 546 voti a favore, 28 contrari e 77 astenuti, lo scorso 12 maggio il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza la risoluzione con cui i promotori - trasversali a diversi gruppi politici presenti a Strasburgo - chiedono alla Commissione Europea di impegnarsi a non riconoscere lo status di economia di mercato (MES) alla Cina.

La decisione di Bruxelles arriverà a settembre, allorquando scadranno i quindici anni dagli accordi definitivi per l'ingresso del Paese asiatico nell'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), entro i quali le parti contraenti si erano impegnate ad accettare le rispettive richieste. Da un lato, Stati Uniti ed Unione Europea chiedevano garanzie e riforme affinché la Cina adeguasse il suo sistema economico e commerciale alle regole internazionali nelle diverse discipline che lo determinano affinché, alla conclusione del periodo transitorio, Washington e Bruxelles potessero aggiungersi agli altri 81 Paesi membri del WTO che nel frattempo hanno già riconosciuto a Pechino lo status di economia di mercato. Il riconoscimento - ed è questo il punto nodale della questione - consentirebbe alla Cina di godere dello stesso trattamento di molte altre economie, riducendo in modo significativo la capacità dei nostri governi di imporle dazi, sia anti-dumping che anti-sovvenzioni.

Un trattato internazionale già firmato

Secondo i promotori della risoluzione - appoggiata in Italia da Forza Italia, PD, Lega Nord e M5S - la Cina «non è un'economia di mercato né formalmente, né sostanzialmente». Il voto parlamentare non è vincolante né obbliga la Commissione ad adeguarvisi, tuttavia invia un forte segnale politico che se per alcuni osservatori sarebbe quello di «difendere i produttori europei» dalla «concorrenza sleale» cinese, per altri potrebbe invero trasformarsi in un boomerang di dimensioni imponenti per l'economia del Vecchio Continente.

Dalla Cina non sono arrivate proteste eclatanti dinnanzi alla decisione del Parlamento Europeo, tuttavia la posizione del governo in materia è chiara da tempo. Al momento, Pechino preferisce separare gli obblighi contemplati all'Art. 15 del Protocollo di adesione al WTO dal riconoscimento in senso stretto dello status di economia di mercato. Per i primi, infatti, dal momento che il Protocollo è un trattato internazionale a tutti gli effetti, la Repubblica Popolare pretende che dall'11 dicembre prossimo cessi definitivamente la pratica del ricorso al cosiddetto sistema dei "Paesi surrogati" nelle inchieste anti-dumping nei confronti delle esportazioni cinesi. Per quanto riguarda il riconoscimento quale economia di mercato, la Cina appare meno insistente ma non meno risentita. Partendo dal presupposto che «non esiste uno standard universale» per attribuire lo status di economia di mercato ad un Paese, Pechino ritiene in sostanza che il principio multipolare debba applicarsi anche ai parametri dell'economia mondiale, considerando così le differenze fra «le circostanze, le tradizioni e i livelli di sviluppo tra i Paesi» quali fattori che determinano necessariamente diverse «modalità di economia di mercato».

Che la Cina sia un'economia di mercato è un'evidenza empirica, non fosse altro che per gli investimenti nei più svariati settori che tantissime nostre imprese hanno realizzato nel Paese asiatico nel corso degli ultimi 38 anni e per quelli, più recenti, compiuti da oltre 2.000 aziende cinesi, pubbliche e private, in Europa, per un volume totale che al momento ha raggiunto quota 61,4 miliardi di dollari, creando (o salvando) ben 74.000 posti di lavoro.

Le rassicurazioni del 13° Piano Quinquennale

Secondo quanto sostiene il governo, la Cina non soltanto «ha già trovato una strada di sviluppo di economia di mercato che è un’economia adatta alla realtà dello sviluppo nazionale odierno, dotata di distinte caratteristiche cinesi», ma «i suoi successi economici e i suoi contributi alla crescita dell'economia mondiale sono ampiamente riconosciuti».

Le riforme - già attuate o in fase di attuazione - negli ambiti del consumo interno, del mercato del lavoro, del welfare, della legislazione sulla proprietà intellettuale, della semplificazione e, in una maggiore prospettiva macroeconomica, del passaggio dal primato della manifattura a quello dei servizi, evidenziano che la Cina ha fatto e sta facendo importantissimi passi in avanti per portare a compimento una delle trasformazioni socio-economiche più imponenti della storia moderna.

Dopo un 2015 contrassegnato da incertezze, timori e volatilità, il nuovo piano quinquennale 2016-2020 ha confermato la direzione intrapresa dal Paese verso un maggiore grado di apertura economica, un più decisivo ruolo del mercato nell'allocazione delle risorse, la liberalizzazione del tasso di cambio, una riforma generale delle grandi imprese statali, più ricerca e innovazione, nuovi sgravi ed agevolazioni fiscali, snellimento burocratico, investimenti green e maggiore attenzione ai criteri di sostenibilità. La ripresa e la stabilizzazione delle borse asiatiche lascia supporre che, oltre alle iniezioni di liquidità sul mercato compiute dalla banca centrale cinese, le intenzioni espresse nel piano quinquennale abbiano ottenuto l'apprezzamento degli investitori, fugando gran parte dei timori emersi tra giugno 2015 e gennaio 2016, quando le difficoltà sulle piazze di Shanghai e Shenzhen apparivano come i primi forti sintomi di una nuova grande bolla speculativa.

Il lancio della nuova Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (AIIB), inoltre, ha consolidato il ruolo di Pechino come piattaforma finanziaria internazionale per le politiche di sviluppo e di investimento nell'intero continente, in cooperazione proprio con molti Paesi europei, tra cui l'Italia, mentre l'ingresso del renminbi nel paniere dei diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale, entro l'anno, farà della divisa cinese una valuta di riserva mondiale a fianco del dollaro, della sterlina, dell'euro e dello yen.

Una questione politica

La volontà espressa da Strasburgo di non riconoscere lo status di economia di mercato alla Cina ha anche una natura ideologica. Le misure messe in campo negli ultimi anni dall'Unione Europea in alcuni settori, come la siderurgia e i pannelli solari, hanno risvegliato istinti protezionistici che, all'interno dello stesso gotha economico occidentale, si presumevano definitivamente consegnati alla storia. Per evitare, dunque, di mostrare la contraddizione di un liberismo che per "funzionare" ha bisogno di ricorrere non solo al cosiddetto quantitative easing (vero e proprio intervento pubblico con effetti strutturali) ma addirittura al protezionismo spinto contro i competitor, molti politici europei, sia di impostazione conservatrice che socialdemocratica, preferiscono negare che la Cina sia un'economia di mercato, in modo che le misure adottate contro i suoi prodotti rientrino apparentemente nel campo di un "legittimo aggiustamento" del mercato di fronte ad una disparità tra i due sistemi. In realtà, la disparità vera si verrebbe a creare proprio se l'Unione Europea continuasse a considerare quello che da tredici anni è il suo secondo partner commerciale, nonché la seconda economia mondiale e la prima potenza commerciale, come un'economia "immatura" o di "serie B".

Anche la lettura di Massimo D'Alema - condivisa da non pochi europarlamentari - sciorinata lo scorso 17 maggio a Pechino in occasione del 5° Forum Politico di Alto Livello tra Cina ed Europa, secondo cui «il voto europeo va considerato come un invito a proseguire sulla strada delle riforme e non come un veto», appare altrettanto insufficiente ad individuare un serio terreno di dialogo e di mediazione. Incalzato da Radio Radicale, infatti, l'ex presidente del Consiglio italiano ha ricordato la presenza di «ragioni protezionistiche», non certo «nobili» o disinteressate, tra quelle che hanno motivato la scelta del Parlamento Europeo, tuttavia ha fatto riferimento ad altre questioni, di natura "etica" e "umanitaria", che a suo dire andrebbero aggiunte sul piatto della bilancia nel confronto con Pechino.

Che la si prenda da destra (imprese locali) o da sinistra (diritti umani), la questione del MES cinese resta bloccata ed essenzialmente castrata di alcuni importanti strumenti di analisi politica ed economica, necessari a comprenderla nel più ampio quadro delle dinamiche internazionali del nuovo secolo. Tutto questo ci rimanda alla più vasta tematica che anima il nostro continente: cosa vuol fare l'Europa da grande? Vuole davvero ridefinirsi come unione politica ed individuare nuove direttrici strategiche che la portino a poter sprigionare il suo potenziale, libera dai vincoli e dai pregiudizi del passato, o preferisce restare sospesa e bloccata tra gli egoismi nazionali da un lato e la mera integrazione monetaria dall'altro?

Andrea Fais – Agenzia Stampa Italia

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