(ASI) Dunque tutto è finito. Trionfa la linea rigorista della Germania e dell'Fmi. Colui che la scorsa settimana aveva fatto sognare gli euroscettici e i sostenitori dell'Europa dei Popoli, il premier greco Alexis "Leonida" Tsipras, dopo 17 ore di trattative, si è infine conformato ai diktat dei creditori internazionali e della ex-Troika.

Dopo mesi di speranze e paure, di duri scontri, dopo aver sfidato lo strapotere della finanza internazionale e le leggi darwinistiche del mercato liberista, dopo un referendum che per un attimo aveva ristabilito la supremazia della politica sulla finanza, la Grecia si è prostrata dinnanzi ai suoi "illegittimi" padroni. A conclusione delle trattative il premier Tsipras si è tolto la giacca e l'ha mostrata ai rappresentanti dei partners europei di Bruxelles dicendo –"Prendetevi pure questa". Tale reazione, piuttosto pittoresca, altro non è stato che forse un ultimo, inutile, tentativo di ironia di fronte all'altissimo prezzo che la ribellione fiscale greca, durata 6 mesi, è costato ad Atene.
Gli "aiuti" da 86 miliardi saranno infatti subordinati in tutto e per tutto al conseguimento degli obbiettivi posti dai creditori internazionali. Il primo obbiettivo dell'accordo è lo smantellamento del welfare greco, con la riforma delle pensioni. La Grecia si è impegnata all'innalzamento progressivo dell'età pensionabile, alla riduzione dell'importo delle stesse, e infine alla cancellazione dei sussidi per i pensionati più poveri. Privatizzazione della sanità pubblica nel suo complesso e nuovi ordinamenti degli istituti bancari. Inoltre questi ultimi, così come gli istituti di statistica, non dovranno più render conto ne dipendere dallo stato nazionale greco, ma saranno in tutto e per tutto rispondenti ai gestori privati, ai clienti e alle leggi finanziarie e giuridiche internazionali in materia. Attesa era anche la scomparsa delle agevolazioni Iva per i privati e le aziende delle isole greche, che sarà sostituita dall'aliquota unica valida su tutto il territorio nazionale. Sempre in questa direzione anche la riforma della giustizia civile, che vedrà uno snellimento a tappe forzate onde ridurre la complessità e la durata dei procedimenti e diminuire quindi i costi della giustizia. Infine la sottoscrizione delle "maxi privatizzazioni" che interesseranno tutti i settori, le aziende e i beni strategici del paese ancora di proprietà o a forte partecipazione del governo di Atene. Inoltre i creditori hanno richiesto come garanzia a copertura dei prestiti tutti i beni immobili dello stato greco. Ciò significa che in caso di mancato rimborso da parte di Atene di quanto dovuto in base agli accordi, beni e strutture come ad esempio il Partenone o i palazzi del governo greco potrebbero essere venduti all'asta per recuperare gli eventuali mancati incassi.
Il programma iniziale di Tsipras e del suo partito, Syriza, viene così ad essere totalmente violato. Nessuno degli impegni presi potrà essere rispettato. A complicare le cose per la Grecia il fatto che la metà degli 86 miliardi di aiuti sarà versato alle banche e agli istituti della finanza internazionale a saldo dei soli interessi maturati sui prestiti concessi in passato, sui ritardi nei pagamenti degli ultimi mesi e infine sulle penali dovute al mancato rispetto delle clausole contrattuali violate durante i mesi in cui il governo Tsipras ha tentato la rinegoziazione del debito greco. Paradossalmente gli aiuti non basteranno ad "aiutare" la Grecia e già ora si fanno insistenti le voci di un prestito a sostegno degli "aiuti" per un ammontare di circa 7 miliardi di euro da concedersi entro il 20 luglio per permettere ad Atene il rispetto di detta scadenza senza incorrere in ulteriori sanzioni.
Il piano da 86 miliardi sottoscritto da Tsipras dovrà ora passare al vaglio del parlamento greco ma è ovvio che non sarà indolore. Syriza, il partito di Tsipras, si è già da ieri spaccata tra quanti continuano a sostenere il premier e quanti invece ne disconoscono l'operato. In tal senso una delle voci più forti e taglienti è stata quella dell'ex ministro delle finanza Yanis Varufakis che ha commentato –"Avevo un piano ma il premier ha voluto cedere ai creditori. Era possibile emettere delle cambiali in euro, tagliare il valore dei bond greci e ridurre così unilateralmente il debito greco. MA la mia proposta è stata bocciata sia da Tsipras che dal direttivo di Syriza che hanno optato per dare maggiori concessioni alla controparte". Evidentemente amareggiato, Varufakis ha concluso dichiarando –"Quello conseguito oggi altro non è che un nuovo "Trattato di Versailles" che perseguiterà l'Europa negli anni a venire". A complicare ulteriormente le cose per l'ex campione della sovranità popolare, anche la totale chiusura degli alleati di governo della destra nazionalista alla sottoscrizione dell'accordo raggiunto con i creditori. Per l'esecutivo Tsipras gli scenari non sono affatto rosei. Di fatto è assai probabile che per reperire i voti necessari a all'approvazione dell'accordo il governo dovrà contare sui voti delle opposizioni europeiste espressione del precedente governo. Di fatto, sia in caso di mancata approvazione che in caso di un'improbabile approvazione da parte del parlamento, la crisi di governo è data quasi come una certezza ineluttabile. In entrambi i casi infatti l'esecutivo non potrebbe più contare sulla sua propria maggioranza così come nominata dopo le elezioni di gennaio 2015.
Il sogno di Tsipras e di Syriza si è dunque trasformato in un orrendo incubo. La violazione non solo del programma di governo, ma anche di un referendum popolare che, solo pochi giorni fa, aveva decretato il rifiuto della maggioranza dei greci alle condizioni imposte dai creditori internazionali, hanno segnato un netto calo dei consensi e l'innescarsi di numerose manifestazioni e scioperi in tutti i settori a partire già dalla giornata di domani. Ma già da oggi non sono mancate manifestazioni e proteste di piazza nel corso delle quali numerose sono state le bandiere di Syriza date alle fiamme. Non solo in Grecia la popolarità e la credibilità di Tsipras, l'uomo che fino a pochi giorni fa veniva celebrato come il nuovo Leonida, il nuovo difensore del popolo greco e della democrazia popolare internazionale, sono in caduta libera, ma al campione della libertà non è stato concesso nemmeno "l'onore delle armi" da parte degli avversari. Per Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo, l'intera vicenda greca e il suo epilogo sono stati solo "una tipica trattativa europea".
La vicenda greca ha però avuto i suoi contraccolpi anche nella vittoriosa Germania. L'accordo da 86 miliardi, dopo l'approvazione da parte del parlamento ellenico, dovrà infatti essere approvato anche dal parlamento tedesco perché possa divenire effettivo. E qui per la Merkel si preannunciano tempi duri. Nella Germania dove il 70% dei cittadini esprime il proprio gradimento per il "falco" Schauble, ministro delle finanza e fautore della linea rigorista, in molti ritengono che la questione greca si sarebbe potuta risolvere molto più rapidamente se l'atteggiamento della cancelliera Merkel fosse stato in linea con le posizioni e le raccomandazioni di Schauble, evitando così alla Germania lo "smacco" della tentata ribellione greca. Dato che la maggior parte di quanti la pensano così sono interni alla Cdu, il partito di cui fa parte la cancelliera Merkel, l'esecutivo tedesco rischia adesso di non avere i voti necessari per l'approvazione del piano di aiuti ad Atene.

Cenusa Alexandru Rares – Agenzia Stampa Italia

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