(ASI) Abbiamo incontrato lo storico e giornalista Lorenzo Salimbeni, autore del volume “Sul ciglio della Foiba” edito da i libri del Borghese. Con lui abbiamo analizzato la vicenda delle Foibe e più in generale del confine orientale cercando di capire anche cosa significa oggi vivere in quella che un tempo era una terra contesa ed irredenta

Chi è Lorenzo Salimbeni e come nasce il suo libro “Sul ciglio della Foiba”?

Sul ciglio della Foiba. Storie e vicende dell’italianità” è il punto della situazione degli studi e delle ricerche compiuti in un decennio da Lorenzo Salimbeni, ricercatore storico, giornalista pubblicista, appassionato di geopolitica e operatore culturale. Attraverso visite guidate per scolaresche e comitive nei siti in cui la complessa storia del confine orientale si è sviluppata (il Sacrario di Redipuglia e la Foiba di Basovizza in primis), ma anche tenendo conferenze presso scuole, Comuni e associazioni culturali in tutta Italia, isole comprese, nei giorni a ridosso del 10 Febbraio, ho riscontrato che c’è tanto interesse per queste pagine di storia recente, che però sembrano cadute nel dimenticatoio. Mettendo ordine fra i saggi scientifici e gli articoli divulgativi che ho elaborato in questi ultimi anni, alla fine ho trovato un fil rouge, che accomuna molti di questi lavori ed è quello dell’italianità nelle terre del confine orientale. Nell’epoca in cui tutto dev’essere condensato in un tweet o poco più, ho invece voluto fare un lavoro di analisi approfondita, che andasse a evidenziare da dove si sono avviate le dinamiche che hanno condotto alle stragi di migliaia di nostri connazionali ed all’esodo di 350.000 istriani, fiumani e dalmati dalle terre in cui vivevano da generazioni e generazioni.

È stato difficile trovare un editore disposto ad investire sul suo libro e su questa tematica?

In realtà è stato l’editore a trovare me, tramite l’amica e collega Carla Isabella Elena Cace, la quale due anni or sono aveva pubblicato per i tipi di Pagine nella collana I libri del Borghese “Foibe ed Esodo. L’Italia negata”, volume che faceva il punto sulla storiografia e la conoscenza dei temi legati al Giorno del Ricordo a dieci anni di distanza dalla Legge 92 del 30 marzo 2004 che lo istituiva. Avendo fornito un piccolo contributo alla realizzazione dell’opera e partecipato ad alcune sue presentazioni, sono entrato in contatto con l’editore Luciano Lucarini, che era interessato ad un’altra opera che affrontasse la problematica delle Foibe e dell’Esodo. Ho avuto così l’occasione di recuperare materiale pubblicato in ordine sparso, rimodellarlo e dargli una forma compiuta.

Quanto è scomodo oggi in Italia parlare di Foibe e dei crimini commessi dai titini e dai partigiani contro gli italiani nella II Guerra mondiale?

Sacche di resistenza non mancano, poiché pregiudizio e ignoranza dilagano, soprattutto perché si cerca di ridurre entro gli angusti paletti di una contrapposizione rossi/neri una questione ben più complessa, le cui cause prime affondano a metà Ottocento. Un tema che era stato per decenni patrimonio delle associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati e di una destra estromessa dall’arco costituzionale, adesso a parole sembra riconosciuto nella sua gravità dalla stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia permangono riserve mentali che traggono alimento dalle esternazioni di giustificazionisti, riduzionisti e negazionisti, non sempre addentri alla storiografia più recente e invece feticisti della vulgata resistenziale che in queste martoriate province di frontiera si trova in difficoltà al cospetto del concetto di “Italianità”, nel quale l’anima “bianca” della Resistenza si riconosceva ma che il tanto osannato compagno Tito in base all’equazione italiano=fascista voleva annichilire, con la collaborazione anche di zelanti partigiani italiani. Io non invoco leggi liberticide nei confronti di costoro, ma è allucinante vedere che enti locali, istituti scolastici e trasmissioni televisive concedano il medesimo peso a questi mestatori di professione rispetto a ricercatori, accademici e studiosi che hanno approfondito obiettivamente tali argomenti.

Cosa significa oggi essere triestini?

Significa vivere in una città di frontiera, in cui i cognomi che si rintracciano sull’elenco del telefono provengono da mezza Europa e che, anche a discapito dei propri interessi economici, ha scelto l’italianità, nella quale durante l’Ottocento si riconobbero pure giovani autoctoni di origine greca, serba, armena ed israelita stanchi dell’obsoleta compagine imperiale asburgica. L’Italia, però, si è sovente dimostrata matrigna, incapace di articolare una politica nei confronti del bacino adriatico-danubiano capace di valorizzare il ruolo geopolitico di Trieste, vista come una propaggine del nord-est annichilita dalla concorrenza del porto di Venezia, invece che come il sud-ovest di quella Mitteleuropa che dal capoluogo giuliano si proiettava verso il mare Adriatico con persone, merci, idee e capitali.

L’Italia è stata per molti anni terra di conquista con i comuni che si facevano la guerra. Molte popolazione hanno dovuto accettare l’unificazione sotto i Savoia. All’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia Massimo D’Azeglio disse: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. A più di 150 anni gli italiani sembrano ancora da fare visto che per anni la popolazione del nord ha vagheggiato di Padania ed oggi al sud sembrano tornare di moda i “briganti”. Nelle terre redente ci sono fenomeni simili?

L’arretratezza economica attuale, paragonata alla prosperità vissuta ai tempi di una spesso mitizzata “Austria felix” fomenta ogni tanto qualche nostalgico passatista che sogna a occhi aperti il ritorno degli Asburgo o la costituzione del fantomatico Territorio Libero di Trieste. Quest’ultimo era previsto dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, ma non si costituì poiché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non ne individuò mai il Governatore e visse fittiziamente fino al 1954 nelle forme di un Governo Militare Alleato che elargì dollari in maniera assistenzialista per tenere tutti tranquilli, ma dispensò piombo provocando morti e feriti allorché le manifestazioni per l’italianità attraversarono con particolare vigore la città nel novembre 1953. In Istria, nel Quarnaro e in Dalmazia esiste d’altro canto una comunità italiana, rimasuglio di quel 10% di connazionali che nel dopoguerra non esodò, vuoi per motivi ideologici, vuoi per incapacità di abbandonare la propria terra per affrontare un viaggio verso l’ignoto, vuoi per ostacoli burocratici posti dalle autorità jugoslave allorché videro città e villaggi svuotarsi completamente. Gran parte dell’associazionismo degli esuli ha oggi preso contatti con queste comunità, assieme alle quali cerca di ricomporre la storia, l’identità e la cultura dell’italianità dell’Adriatico orientale, lungi da ogni intento di revisionare gli attuali confini (d’altro canto sempre più diluiti nell’ambito dell’Unione Europea, della quale fanno parte a diverso livello Italia, Slovenia e Croazia), bensì in nome di un “irredentismo culturale”.

 

Fabrizio Di Ernesto – Agenzia Stampa Italia

L. Salimbeni “Sul ciglio della foiba”, i libri del Borghese pagg.220 euro 18,00

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