(ASI) Sono oggi settanta gli anni che ci separano dall’addio ad uno degli ultimi testimoni di un’epoca in cui il pensiero assumeva connotati rivoluzionari e si tramutava in azione. Settant’anni che sembrano sette secoli, tanta è la distanza che separa questi tempi di stagnazione al periodo di fermento che va dagli inizi del secolo XX alla fine della II guerra mondiale. Moriva il 2 febbraio 1941, appena trentaseienne, Berto Ricci, professore di matematica famoso non per i suoi titoli accademici bensì per il contributo filosofico e pratico che rese al fascismo. Una vita breve, consumata dalla passione ineluttabile come accade a molti poeti e mai adagiata su posizioni di comodo. Il fiorentino Berto Ricci, che fa del piglio polemico tipicamente toscano la propria caratteristica, benché già laureatosi a ventuno anni in matematica nutre un profondo interesse verso la lettura dei grandi classici. In filosofia l’inclinazione alle teorie antipositiviste di Sorel lo fa propendere su posizioni anarchiche. Nel 1927, esordendo come “asciutto e tagliente” scrittore (così come lo definì il suo amico Indro Montanelli) sul “Selvaggio” di Mino Maccari, si avvicina al fascismo nel quale vede l’unico antidoto serio ed efficace contro quelli che lui stesso definiva i babbuini, i fiaschi vuoti, i palloni gonfiati, coloro che stanno sempre alla finestra, pronti a salire sul carro dei vincitori al momento opportuno. Per dirla in una parola, contro quella categoria che Ricci disprezzava più d’ogni altra cosa: la borghesia. Nell’anno 1931 egli fonda la rivista “L’Universale”. E’ su queste pagine che decide di farsi acceso promotore di una classe intellettuale che rifiuti le sterili discussioni da salotto tramutando in scontro frontale l’avversione che il fascismo deve assumere al cospetto di marxismo, capitalismo e borghesia. Tuttavia il PNF non è pronto per accogliere l’istanza intransigente del giovane e vivace Ricci: la schiettezza e l’impronta battagliera gli procurano più inimicizie che consensi in seno ai vertici del regime. Addirittura alcuni numeri della rivista vengono sequestrati e per un certo periodo Ricci viene sospeso dal partito. Gli ostacoli non lo spaventano affatto, tanto che è solo nel 1935 che “L’Universale” sospende le pubblicazioni. In quell’anno inizia la guerra d’Etiopia e per Ricci “non è più tempo di carta stampata”, ma di partire volontario al fronte come soldato semplice nella divisione “23 marzo”. L’umiltà lo contraddistingue a tal punto da fare ignorare ai suoi commilitoni il fatto che l’audace e generosa Camicia Nera Berto Ricci sia un professore di matematica. Tornato dall’esperienza bellica, si dedica alla professione d’insegnante e, dopo qualche tempo, riceve una cattedra a Prato. L’impegno professionale non gli preclude il lavoro letterario, nel tentativo di dare al fascismo un contributo di radicalità che scuota dal torpore in cui riversano diversi settori del regime e che rischiano di contaminare la gioventù italiana. La lotta ”agl’inglesi di fuori” di cui si fa interprete Mussolini la sposa con estrema convinzione ma, coerente con la sua visione marcatamente sociale del fascismo, non dà minor peso alla lotta “agl’inglesi di dentro”, con chiaro riferimento ai borghesi italiani che proliferano a quei tempi, malgrado in Italia il fascismo si stia affermando come un regime votato ad applicare le prime vere riforme sociali del secolo. Del resto, lui stesso scrive: “…finché il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, secondo l’uso delle società nate dalla rivoluzione borghese, delle società mercantili, apolitiche ed antiguerriere; potremo dire e ripetere che c’è molto da fare per il Fascismo”. Nel 1940 partecipa al primo convegno della Scuola di Mistica Fascista sostenendone proprio l’utilità quale espressione di “dinamica unità sociale”. Allo scoppio della II guerra mondiale, Ricci fa di tutto per farsi mandare volontario al fronte, sebbene sia sposato ed abbia due figli. Trova la morte, appunto, il 2 febbraio ’41 in Libia, a Bir Gambula, ove è falcidiato dagli spari provenienti da due aerei britannici.
Nella lettera che invia ai familiari dal fronte libico scrive “Ai due ragazzi (i figli, ndr) penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia”. Oggi, tempi in cui il capitalismo si è ormai consolidato in tutte le sue forme più acute e deleterie, la figura di Berto Ricci sembra davvero la testimonianza di sette secoli fa, non di settanta anni.

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